Elizabeth Macneal.
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La fabbrica delle bambole.
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Titolo originale: The Doll Factory.
Traduzione di: Giovanna Scocchera.
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2019. Giulio Einaudi Editore, TORINO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Una giovane donna che aspira a un futuro da artista. Un pittore preraffaellita in cerca di una nuova musa. Un sinistro tassidermista convinto di poter rendere immortale ci che  unico.
Alla Grande Esposizione di Londra del 1851 i loro destini si incontrano e cambiano per sempre.
Giorno dopo giorno Iris Whittle siede nell'umido emporio di bambole di Mrs Salter e, china sui visi di porcellana in lavorazione, dipinge schiere di boccucce e occhietti tutti uguali. Ma la notte esce di soppiatto dal letto, scende in cantina, tira fuori colori e pennelli e riversa sulla carta la sua passione per la pittura. La tecnica  primitiva, certo, la famiglia e la societ contrarie, e perfino la sua gemella Rose, un tempo sua complice ma ora esacerbata da un male che l'ha deturpata per sempre, le  ostile. E c' quel leggero difetto della spalla a consigliarle di cercarsi un buon marito e accontentarsi di quel che ha.
Ma lo spirito di Iris  indomito, la sua vocazione prepotente e, quanto alla presenza femminile nell'arte pittorica, non esiste forse il precedente di Lizzie Siddal, pittrice oltre che modella di John Everett Millais e Dante Gabriel Rossetti, esponenti di quella cosiddetta Confraternita dei Preraffaelliti che fa tanto parlare di s? Quando Louis Frost, un altro membro della stessa cerchia, le chiede di posare per lui, Iris, in spregio a ogni convenzione del decoro vittoriano, accetta, ma solo in cambio di lezioni private di pittura.
Per lei si aprono nuovi orizzonti: la libert per s e quelli che ama, da sua sorella Rose al generoso monello di strada Albie, l'arte, l'amore, molti incontri importanti, alcuni insospettati. Passeggiando in quella tumultuosa fucina di novit che  il cantiere per la Grande Esposizione di Hyde Park, la sua figura singolare cattura lo sguardo di un passante fra i molti.  Silas Reed, tassidermista di poco conto e grande ambizione, con un morboso attaccamento per le cose morte e una curiosa predilezione per ci che  imperfetto.
Silas, Iris, Louis, il monello Albie, le prostitute del bordello, i clienti della taverna, i pittori preraffaelliti danno vita a un romanzo storico vividissimo e carico di tensione che appassioner i lettori di Jessie Burton e Sarah Perry.
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L'AUTRICE.
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ELIZABETH MACNEAL  nata a Edimburgo e vive a Londra.  scrittrice e ceramista. Ha studiato Letteratura inglese alla Oxford University e si  specializzata alla University of East Anglia. La fabbrica delle bambole, il suo romanzo d'esordio, ha vinto il Caledonia Novel Award 2018,  stato inserito nella top ten del Sunday Times ed  stato venduto in trenta Paesi.
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LA TRADUTTRICE. GIOVANNA SCOCCHERA vive ad Ancona e traduce narrativa dall'inglese da quasi vent'anni (Chuck Kinder, Mavis Gallant, Richard Mason, Amanda Davis, Janet Frame, Tillie Olsen fra gli altri). Alla traduzione affianca il lavoro di revisione, la conduzione di seminari universitari e un'attivit di ricerca accademica nell'ambito della revisione editoriale. Nel 2018 ha vinto il premio Nini Agosti Castellani per la sua traduzione di Lo sport dei re di C.E. Morgan (Einaudi).
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La fabbrica delle bambole.
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Per Enid e Arthur.
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Londra novembre 1850.
Un dipinto.
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Quando le strade sono immerse nel buio e nel silenzio pi profondi, una giovane siede a una piccola scrivania nello scantinato di un laboratorio di bambole. Ha davanti a s una testa calva di porcellana che la osserva con sguardo vacuo. La giovane spreme dei tubetti d'acquerello rosso e bianco sulla conchiglia di un'ostrica, inumidisce tra le labbra la punta del pennello e sistema lo specchio che ha di fronte. Uno sfrigolio di candela. La giovane socchiude gli occhi davanti al foglio bianco.
Aggiunge dell'acqua e mischia colori da incarnato. Il primo tratto di pittura sulla pagina  brusco come uno schiaffo. La carta  spessa, pressata a freddo, e non si increspa.
Alla luce della candela le ombre si amplificano e il profilo dei suoi capelli si confonde con il buio. Continua a dipingere, un'unica pennellata per il mento, un po' di bianco per gli zigomi accesi dalla fiamma. Riproduce fedelmente i propri difetti: gli occhi lontani, la curva deforme della clavicola. Sua sorella e la padrona dormono di sopra, e persino il fruscio del pennello sembra un'intrusione, uno schiamazzo assordante che rischia di svegliarle.
Aggrotta la fronte. Si  fatta il viso troppo piccolo. Voleva che riempisse la pagina, e invece la testa  sospesa su uno spazio vuoto. La carta che ha comprato con i risparmi di una settimana di lavoro  ormai rovinata. Avrebbe dovuto prima tratteggiare il contorno, non farsi prendere dalla fretta di iniziare.
Rimane seduta per qualche istante con la luce della candela e il ritratto. Il cuore affretta il battito: la faccia della bambola la osserva. Dovrebbe tornare a letto prima di farsi scoprire.
E invece la giovane si allunga in avanti senza staccare gli occhi dallo specchio e avvicina a s la candela.  di cera d'api, non sego, sottratta di nascosto dalla scorta segreta della sua padrona. Intinge le dita nella cera calda fino a formare un ditale. Poi attraversa la fiamma con la mano, per vedere quanto riesce a resistere al calore, finch non sente sfrigolare le delicata peluria che ha sulle dita.


Parte prima

Di certo alberga in questo cuore qualcosa che mai deperisce, e la vita  pi di un sogno.
MARY WOLLSTONECRAFT, Lettere scritte durante un breve soggiorno in Svezia, Norvegia e Danimarca (1796)

Una cosa bella  una gioia per sempre:
cresce di grazia; mai passer
nel nulla; ma sempre terr
una silente pergola per noi, e un sonno
pieno di dolci sogni, e salute, e quieto fiato.
JOHN KEATS, Endimione (1818)


La Bottega di curiosit antiche e moderne di Silas Reed

Silas  seduto alla scrivania, tiene una colomba impagliata sul palmo della mano. A parte i lenti fiotti del suo respiro che arruffano le piume dell'uccello, lo scantinato  muto e immobile come una tomba.
Mentre lavora, Silas increspa le labbra, e al bagliore della lampada la sua figura non risulta sgraziata. A trentotto anni conserva ancora una capigliatura folta che non accenna a ingrigire. Si guarda intorno, osserva i barattoli di vetro allineati alle pareti, ognuno con la sua etichetta e con il suo esemplare in conserva, dilatato e deforme, a riempirlo. Agnelli, serpenti, lucertole e gattini rigonfi che premono contro i confini della loro clausura.
- Non provare a scapparmi proprio adesso, piccola furfante, - mormora alla colomba mentre prende in mano le pinzette e stringe il fil di ferro che le blocca le zampe.
Gli piace parlare alle sue creature, inventare le storie che le hanno portate sul suo tavolo. Dopo aver valutato molti fantasiosi scenari per quella colomba - aver intralciato la navigazione delle chiatte sul canale, aver fatto il nido su una vela dell'Odyssey - ha scelto una messinscena che gli piace particolarmente, e cos rimbrotta spesso la sua amica per il suo finto vizio di infastidire i verdurai al mercato. Smette di stringere l'uccello, che rimane rigido sul trespolo.
- Ecco qua! - esclama appoggiandosi all'indietro e scostandosi i capelli dagli occhi. - Cos impari a far cadere un cespo di insalata dalle braccia di quella bambina.
Silas  soddisfatto del lavoro che gli  stato commissionato, soprattutto considerando che ha dovuto affrettare le ultime fasi della procedura perch fosse tutto pronto in mattinata.  sicuro che l'artista trover la colomba di suo gradimento: come richiesto,  immortalata in volo, le sue ali aperte in una V perfetta. Per di pi, Silas si  assicurato un ulteriore guadagno aggiungendo un altro cuore di colomba a uno dei barattoli ingialliti. Nel liquido di conservazione galleggiano piccoli globi bruni, pronti a scucire una bella somma a farmacisti e ciarlatani.
Silas rassetta il laboratorio, pulisce e sistema i suoi utensili. Ha salito per met la scala a pioli e sta aprendo la botola con la spalla, attento a non far cadere la colomba, quando sotto di lui risuona il trillo stentato di un campanello.
Sar Albie, spera, considerato che  ancora presto, e cos lascia la colomba su un armadietto e attraversa di corsa la bottega, chiedendosi cosa gli avr portato il ragazzo. I suoi recenti bottini si sono rivelati sempre pi miseri: topi infestati di vermi, gatti ormai vecchi con il cranio fracassato, persino un piccione mezzo maciullato con una zampa mozza. (- Sapeste quant' dura, signore, con tutti i raccogliossa che ci sono in giro e ti soffiano la merce migliore da sotto il naso... -) Se la collezione di Silas deve resistere alla prova del tempo, bisogna completarla con qualcosa di davvero eccezionale. Gli torna in mente il fornaio poco distante, sullo Strand, che si guadagnava a malapena da vivere con le sue grosse pagnotte integrali, buone solo come fermaporta. Ma poi, proprio quando rischiava di finire in prigione per i debiti, il fornaio ha cominciato a mettere in conserva le fragole con lo zucchero e a venderle in barattolo. Quella trovata ha trasformato il suo negozio, rendendolo famoso persino tra le pagine degli opuscoli turistici della citt.
Il problema  che Silas pensa spesso di aver trovato il suo articolo unico e speciale ma poi, una volta concluso il lavoro, si ritrova assalito dai dubbi, smanioso di qualcosa di pi. I patologi e i collezionisti che tanto ammira - uomini di scienza e cultura quali John Hunter e Astley Cooper - non sono certo a corto di esemplari. Ha origliato conversazioni fra uomini di medicina, si  seduto livido di invidia nei locali di fronte all'University College di Londra ad ascoltarli mentre discutevano delle dissezioni del mattino. Forse non avr i loro agganci, ma sicuramente, sicuramente, un giorno Albie gli porter qualcosa - la mano  scossa da un tremore - di straordinario. E allora il suo nome sar inciso sulla targa all'ingresso di un museo e tutto il suo lavoro, tutte le sue fatiche, verranno finalmente riconosciuti. Immagina di salire la scalinata di pietra insieme a Flick, la sua pi cara amica d'infanzia, e di fermarsi davanti a SILAS REED scolpito nel marmo. Lei, presa da un orgoglio incontenibile, gli accarezzer la schiena. Lui le spiegher che ha costruito tutto quanto per vederla felice.
Ma non  Albie, e ogni volta che bussano alla porta la delusione si fa sempre pi cocente. Una domestica viene per conto della sua padrona a chiedere un colibr impagliato con cui decorare un cappello. Un ragazzo in giacca di velluto rimane a curiosare all'infinito per poi comprare una spilla con farfalla, che Silas gli vende con un fremito di sdegno. Per tutto il tempo, Silas si limita a infilare le monete guadagnate in un borsello di pelle di cane. E nei momenti di quiete tra un cliente e l'altro il suo pollice ripercorre sempre la stessa frase stampata sul Lancet. Malformazione tumorale delle ossa del naso. Il tintinnio del campanello e i colpi bussati alla porta sono gli unici palpiti della sua vita. Di sopra, una camera da letto in mansarda; di sotto il suo buio scantinato.
 esasperante, pensa Silas mentre gira lo sguardo sull'angusta bottega intorno a s, che gli articoli pi insulsi siano proprio quelli con cui riesce a pagarsi l'affitto. Non c' limite al cattivo gusto della massa. La maggior parte della sua clientela tende a trascurare le vere meraviglie del suo negozio - il cranio di un leone centenario, il ventaglio ricavato dal tessuto polmonare di una balena, la scimmia imbalsamata dentro una campana di vetro - e si dirige deciso alla vetrina dei lepidotteri in fondo al locale. Contiene ali vermiglie di farfalla che Silas chiude in trappola fra due piccole lastre di vetro; alcune sono ciondoli per collane, altre hanno puramente scopo espositivo. Futili chincaglierie che i clienti potrebbero anche costruirsi da s, pensa Silas, se solo avessero un briciolo di immaginazione. Sono solo i pittori e i farmacisti a pagare per ci che  il suo vero interesse.
E poi, quando l'orologio suona le undici, ecco una serie di colpi leggeri alla porta e il debole fremito del campanello nello scantinato.
Si affretta alla porta. Sar uno stupido bamboccio con appena qualche spicciolo da spendere, se invece si tratta di Albie avr con s l'ennesimo stramaledetto pipistrello o un cane rognoso buono solo per farci uno stufato... eppure il cuore di Silas accelera i battiti.
- Ah, Albie, - dice aprendo la porta e cercando di controllare la voce. La nebbia del Tamigi si insinua oltre la soglia.
Il bambino di dieci anni gli risponde con un gran sorriso. (- Ne ho dieci, signore, lo so perch sono nato il giorno che la regina si  sposata con Alberto -). Ha un unico dente giallo che gli pende in mezzo alla gengiva come una forca.
- Oggi vi ho portato una bestiola bella fresca, - dice Albie.
Silas allunga lo sguardo verso il vicolo cieco con le sue case vuote e sgangherate che assomigliano a una fila di ubriaconi, una pi sbilenca e fatiscente dell'altra.
- Fa' vedere, giovanotto, - dice Silas dando al bambino un pizzicotto sotto il mento per ribadire la sua superiorit. - Di che si tratta, allora? La zampa di un megalosauro, o magari la testa di una sirena?
- Nel canale fa un po' freddino per le sirene, in questo periodo dell'anno, signore, ma quell'altra bestia... il me-galo-vattelapesca dice che quando schiatta vi lascia un ginocchio.
- Gentile da parte sua.
Albie si soffia il naso nella manica. - Ho per voi una vera chicca, ma non ve la lascio per meno di due scellini. Vi avviso per, non  rosso come piace a voi.
Il bambino scioglie il cordino che tiene legato il sacchetto. Gli occhi di Silas seguono i movimenti delle dita. Esce un fiotto d'aria selvatica, dolce e putrida insieme, e Silas si porta una mano davanti al naso. Proprio non sopporta l'odore della morte; la bottega  pulita come una farmacia e ogni giorno se la deve vedere con il fumo del carbone, la polvere del pelo d'animale e la puzza. Vorrebbe stappare la bottiglina di olio di lavanda che tiene infilata nel gil, per umettare il labbro superiore, ma non vuole distrarre il giovanotto: Albie ha la capacit d'attenzione di un toporagno.
Il bambino ammicca, armeggia con il sacco, fingendo che sia animato.
Silas si sforza di fare un sorriso che sulle sue labbra risulta vuoto. Non sopporta che questo moccioso, questo monello di strada, lo prenda in giro. Gli fa venire voglia di chiudersi in s e tornare con la mente a quando aveva l'et di Albie e correva per il cortile della fabbrica di ceramica carico di sacchi pesanti di porcellana ancora fresca, le braccia indolenzite dalle botte di sua madre. Gli viene da chiedersi se abbia davvero mai lasciato quella vita, soprattutto ora che si fa sbeffeggiare da un impostore con un dente solo.
Ma non dice nulla. Finge di sbadigliare, eppure continua a osservare con la coda dell'occhio, come un coccodrillo interessato che non batte ciglio.
Albie sorride e apre il sacco per offrirgli due cuccioli morti.
Almeno sono due cuccioli, pensa Silas, ma quando agguanta le zampe si accorge che c' solo una collottola. Un solo collo. Una sola testa. Il cranio  sezionato.
Silas ha un sussulto, sorride. Fa scorrere le dita lungo la linea che percorre la testa per controllare che non sia uno scherzo. Albie sarebbe addirittura capace di cucire insieme due cani con ago e filo se servisse a fargli guadagnare qualche centesimo in pi. Solleva gli animali, scruta le loro sagome alla luce della lampada, tasta le loro otto zampe, le ossa delle vertebre.
- Questa volta  andata decisamente meglio, - dice sollevato. - Eh, gi.
- Fanno due scellini, - dice Albie. - Non un centesimo di meno.
Silas ride, tira fuori il portamonete. - Te ne do uno, punto e basta. E se vuoi puoi entrare nella mia bottega, visitare il mio laboratorio -. Albie scuote la testa, indietreggia nel vicolo e si guarda intorno. Il viso del bambino  attraversato da uno sguardo quasi di paura, che svanisce non appena Silas gli mette in mano la moneta. Albie scatarra e sputa sdegnato sui ciottoli della strada.
- Solo un misero scellino? Volete far morire di fame un povero bambino come me?
Ma Silas chiude la porta e non si cura dei colpi che seguono.
Si appoggia alla vetrina. Abbassa lo sguardo per controllare che i cuccioli ci siano ancora, e sono l, stretti al suo petto come un fanciullo terrebbe un giocattolo. Le loro otto zampe pelose ciondolano, morbide come talpe. Hanno l'aria di non aver vissuto neanche il tempo di un primo respiro.
Finalmente ce l'ha. Finalmente ha le sue fragole in conserva.


Bambino

Dopo che Silas ha chiuso la porta, Albie stringe la moneta tra il suo unico dente davanti e la gengiva, non fosse altro perch lo ha visto fare a sua sorella. La succhia. Ha un sapore dolce.  soddisfatto: due scellini non se li aspettava di certo. Ma se ne chiedi due e ne ricevi uno, che succede se ne chiedi uno solo? Scrolla le spalle, sputa la moneta e poi se la infila in tasca. Ci comprer il pranzo, una ciotola di orecchie di maiale bollite, e il resto lo dar a sua sorella. Ma prima ha un altro compito da portare a termine, ed  gi in ritardo.
C' un secondo sacco di iuta accanto a quello delle bestiole morte, e contiene delle gonnelline che ha cucito durante la notte. Sta sempre molto attento a non confondere le due cose. A volte, quando consegna il sacchetto alla bottega delle bambole, si  convinto di averle scambiate, e il cuore gli trema come una freccia appena scoccata. Non vorrebbe mai vedere la faccia dell'acida Mrs Salter se si trovasse davanti a un sacchetto di topi verminosi.
Soffia sulle piccole mani strette a pugno per scaldarle e scappa via di corsa. Percorre le strade a zigzag con le sue gambette traballanti e storte. Corre verso ovest, si infila tra il lerciume di Soho. Gli occhi di puttane macilente seguono le sue gambe svelte con sguardo spento, come gatti stanchi che osservano il volo di una mosca.
Sbuca su Regent Street, lancia un'occhiata al negozio che vende dentiere a quattro ghinee, si tocca il suo unico dente con la lingua, e poi si lancia dritto sulla traiettoria di un cavallo. L'animale sgroppa e impenna. Albie fa un salto all'indietro e controlla lo spavento urlando al vetturino, - Sta' un po' attento, capo!
E prima che l'uomo possa gridargli qualcosa o colpirlo con il frustino, Albie  gi sfrecciato dall'altra parte della strada e ha varcato la soglia dell'Emporio di bambole di Mrs Salter.


L'Emporio di bambole di Mrs Salter

Iris fa scorrere l'unghia del pollice lungo le cuciture delle piccole gonne, pronta a schiacciare eventuali pulci. Tira un filo allentato, poi lo annoda.
Anche se  quasi mezzogiorno la padrona, Mrs Salter, deve ancora alzarsi dal letto. La gemella di Iris  seduta alle sue spalle, la testa china sul lavoro di cucito.
- Niente pulci, almeno. Per devi stare pi attento con i fili, - dice Iris ad Albie. - La citt  piena di sarte che sarebbero disposte anche a vendere i loro neonati pur di soffiarti via il lavoro.
- Ma signorina, mia sorella ha l'influenza e di notte ho dovuto pensarci io, a lei. Sono giorni che non vado neanche a pattinare, e non  mica giusto...
- Poverino -. Iris si guarda intorno, ma sua sorella Rose  concentrata. Abbassa la voce. - Devi ricordarti, per, che hai a che fare con un demonio, non con una donna. Parlo di Mrs Salter, e a lei non  mai importato cosa  giusto e cosa no. L'hai mai vista tirare fuori la lingua?
Albie scuote la testa.
-  biforcuta.
Il sorriso di Albie  cos aperto, cos genuino e sincero, che a Iris viene voglia di abbracciarlo. I suoi capelli biondi e impiastricciati, quel suo unico dente, la faccia sporca di fuliggine: niente di tutto questo  colpa sua. In un altro mondo avrebbe potuto essere suo fratello, far parte della sua famiglia e nascere a Hackney.
Gli infila nella sacca la nuova consegna di tessuto da cucire, controlla di nuovo che sua sorella Rose non li stia guardando, e poi gli allunga mezzo scellino. L'idea era di comprarci un nuovo foglio di carta e un pennello. - Prendici un po' di brodo per tua sorella.
Albie fissa la moneta, titubante.
- Non  uno scherzo, - dice Iris.
- Grazie, signorina, - risponde lui, gli occhi neri come punte di spilli. Le strappa di mano la moneta, quasi avesse paura di un ripensamento, ed esce dalla bottega alla svelta andando quasi a sbattere contro il mendicante italiano che suona l'organetto e prova a colpirlo con il suo bastone.
Iris rimane a guardarlo mentre si allontana e poi inspira profondamente.  un piccolo furfante, certo, ma deve anche puzzare cos di roba putrefatta?
L'angusta bottega di Regent Street  infilata tra due negozi rivali di dolciumi. Per via di qualche sottile crepa nella canna fumaria, l'Emporio di bambole di Mrs Salter  perennemente invaso da un odore di zucchero bollito e caramello bruciato. Certe volte Iris sogna di mangiare cioccolatini ripieni e gelatine alla prugna, deliziose tortine con gusci di pasta frolla e panna montata, di cavalcare elefanti di pan di zenzero gi fino a Buckingham Palace. Altre volte sogna di affogare in un mare di melassa bollente.
Quando le sorelle Whittle avevano iniziato il loro apprendistato da Mrs Salter - Iris non ha ancora scoperto se sia, o sia mai stata, sposata -, Iris era rimasta ipnotizzata dalla sala in cui erano esposte le merci. Considerata la sua clavicola storta e i segni del vaiolo che sua sorella Rose aveva sul viso, si aspettava che sarebbero state relegate al magazzino nello scantinato. Invece erano state accompagnate a uno scrittoio color oro in mezzo alla bottega, dove i clienti interessati potevano osservarle lavorare. Erano stati consegnati loro colori in polvere e pennelli in pelo di volpe per decorare i piedi, le mani e i visi delle bambole. Sapeva che le giornate sarebbero state lunghe, certo, ma aveva guardato con meraviglia le credenze d'ebano che percorrevano tutta la lunghezza della stanza, mensole su mensole piene di bambole di porcellana. Il locale era inoltre caldo e luminoso, le candele sfrigolavano in piedistalli dorati e in un angolo c'era un camino acceso.
Ma ora, seduta al tavolo accanto a sua sorella, con in mano una bambola di porcellana e un pennello consumato, Iris si sforza di soffocare uno sbadiglio. Sente il peso di una stanchezza che non avrebbe mai immaginato, pi la fatica spossante di chi lavora in fabbrica, che non in una bottega. Ha le mani rosse e screpolate per il freddo dell'inverno, ma se le unge con il sego poi il pennello le scivola via e rischia di fare un pasticcio con le labbra e le guance della bambola. Si guarda intorno, osserva le credenze che non sono d'ebano ma di un dozzinale legno di quercia dipinto di nero, la doratura dei candelieri che si stacca con il calore della fiamma accesa, e poi la cosa che le piace di meno in assoluto: la chiazza consumata sul tappeto nel punto in cui Mrs Salter fa avanti e indietro ogni giorno, ormai persino pi spelacchiato della chioma della sua stessa padrona. L'odore nauseante di caramelle, l'aria asfittica della stanza, e le file di bambole che la fissano fanno assomigliare il locale pi a una cripta che a una bottega. Ci sono volte in cui Iris fatica a respirare.
- Morta? - sussurra Iris alla sorella gemella, avvicinandole un dagherrotipo.  la piccola immagine color seppia di una bambina, le mani giunte in grembo con l'eleganza di una colomba. Iris alza gli occhi quando Mrs Salter fa il suo ingresso nella bottega e si siede accanto alla porta, aprendo la sua Bibbia con uno scricchiolio della copertina.
Rose cerca di zittirla con un'occhiata.
Anche se poi la fa sentire in colpa, questo  per Iris uno dei suoi pochi divertimenti: stabilire se i bambini ritratti nei dagherrotipi siano morti. Per ragioni che non sa spiegare, le piace sapere se quella che sta decorando  una bambola funeraria, che trover posto sulla tomba di una neonata deceduta, o se invece sta dipingendo il giocattolo di una bambina allegra e spensierata.
Mrs Salter ricava gran parte dei suoi profitti da questo servizio di bambole personalizzate. Ora  inverno, e freddo e malattie raddoppiano il loro carico di lavoro, spesso costringendole a passare da dodici a venti ore giornaliere. -  comprensibile, - dice Mrs Salter nel tono di voce che adotta con i clienti, - e del tutto naturale che vogliate ricordare l'anima defunta di un vostro caro. Dopotutto, come  scritto nella Seconda lettera ai Corinzi, siamo pieni di fiducia e abbiamo molto pi caro di partire dal corpo e d'abitare col Signore. La loro anima non c' pi, e questa bambola  il simbolo dell'involucro terreno che si lasciano alle spalle.
Dedurre se i bambini ritratti nelle immagini siano morti pu rivelarsi un'operazione delicata, ma Iris ha imparato a cogliere gli indizi. A volte  facile. Il fanciullo sembra addormentato in una cornice di fiori. Pu succedere che alle sue spalle si riconosca chiaramente un supporto, addirittura una persona che lo sorregge ed  nascosta, per far sembrare che sia solo la tappezzeria; se invece nel dagherrotipo ci sono altre persone, l'immagine  generalmente sfuocata fatta eccezione per un unico bambino, che risalta con immobile e perfetta nitidezza.
- Viva, - decide Iris. - Ha gli occhi velati.
- Silenzio! Non ammetto chiacchiere, - ringhia Mrs Salter con una fiammata improvvisa, come di un cerino acceso. Iris china il capo, poi mescola i colori per ottenere un rosa appena pi intenso da usare per l'ombra tra le labbra della bambola. Non alza gli occhi, teme di sollecitare uno dei terribili pizzicotti di Mrs Salter, pronti a colpirla nel morbido incavo del gomito. 22-9102
Le ragazze restano sedute fianco a fianco tutto il giorno, quasi senza parlare n muoversi, fermandosi solo per un pasto a base di pane e lardo.
Iris dipinge i visi di porcellana, infila ciocche di capelli facendole passare per i fori sul cranio, talvolta li mette in piega con un ferro arroventato sul carbone, se la bambina ha i riccioli. Nel frattempo l'ago di Rose sale e scende come l'arco di un violinista. Il suo lavoro consiste nell'aggiungere particolari pi minuziosi e delicati a gonne e corsetti che sarti e sarte improvvisati confezionano durante la notte. Cuce perle, maniche con volant, bordini di passamaneria, bottoni di velluto minuscoli come musi di topo.
Bench siano gemelle identiche, Rose e Iris non potrebbero essere pi diverse. Quando erano bambine, Rose veniva sempre indicata come la vera bellezza delle due, la preferita dei genitori, e si aggrappava a questa consapevolezza come fosse un tesoro. La clavicola deforme di Iris, un difetto della nascita che la porta a incurvare in avanti la spalla sinistra, sollecitava in sua sorella una gentilezza protettiva che solo di rado era per Iris motivo di irritazione. (- Non sono un'invalida, sai, - rispondeva brusca quando Rose insisteva per portare lei un qualsiasi peso, andando poi avanti impettita con la pretesa che Iris la seguisse).Non mancavano tuttavia i battibecchi su chi si era presa la patata arrosto pi grande a cena, su chi sapeva saltare pi lontano, scrivere con la calligrafia migliore. Erano capaci di sostenere attacchi di crudelt acuta perch sapevano che a ogni litigio sarebbe poi seguita una riconciliazione: gambe intrecciate davanti al fuoco mentre sognavano a occhi aperti i particolari del loro negozio immaginario, Flora, con scaffali ricolmi di ninnoli in tema floreale e vasi pieni di iris e di rose.
Ma quando le sorelle avevano compiuto sedici anni, Rose si era ammalata di vaiolo, e per poco la malattia non l'aveva uccisa. Aveva detto che sarebbe stato meglio cos, quando aveva visto il fitto sfogo di pustole che le ricopriva il viso e il corpo, e il gonfiore che le accecava l'occhio sinistro. Presto la pelle si era butterata ed era diventata violacea, e il suo continuo grattarsi non faceva che peggiorare le cose. Le gambe si erano ricoperte di cicatrici profonde. - Perch proprio io? Perch? - piangeva disperata, e poi, una sola volta, in un sussurro sibilante che Iris pensava di aver frainteso, aveva detto: - Avrebbe dovuto succedere a te.
Ora hanno ventun anni, i loro capelli sono dello stesso ramato scuro, ma Rose li porta come una penitenza, puntati sul davanti a coprire quanto pi possibile del suo viso deturpato. Quelli di Iris sono lunghi fino alla cintola e raccolti in una spessa treccia che lascia scoperto il viso e la sua pelle vergognosamente bianca e levigata. Non ridono pi insieme, non si sussurrano pi le loro confessioni. Non parlano pi del loro negozio.
Certe mattine, Iris si sveglia e vede che sua sorella la fissa con un'espressione cos spenta e gelida da spaventarla.
Iris sente che stanno cominciando a calarle le palpebre, pesanti come fossero cucite insieme da un filo di piombo. Mrs Salter sta servendo un cliente, la sua voce un ronzio melodioso.
- Ci prendiamo cura di ogni commessa con la massima dedizione, utilizziamo la porcellana pi fine - arriva dalle fabbriche del Nord - e siamo una specie di famiglia: due giovani cos oneste, cos diverse da quelle starnazzanti venditrici di cappelli che si vedono su Cranbourne Alley, un branco di svergognate...
Iris si artiglia le cosce con le dita per restare sveglia. Mentre ciondola in avanti si domanda se qualche istante di sonno sarebbe poi cos terribile...
- Buon Dio, Rosie, - sussurra, tornando dritta di soprassalto e sfregandosi il braccio. - Perch non ti cuci i gomiti, invece di puntarmeli addosso!
- Se Mrs Salter ti avesse visto...
- Non ne posso pi, - bisbiglia Iris. - Non ce la faccio.
Rose resta in silenzio. Si tormenta una crosticina sulla mano.
- Cosa faresti se potessimo scappare via da qui? Se non fossimo costrette a...
- Siamo fortunate, - mormora Rose. - E cos'altro potresti fare? Mi abbandoneresti qui, andresti a fare la prostituta?
- Certo che no, - risponde Iris con un sibilo. - Mi piacerebbe dipingere cose vere, non questa serie infinita di occhi, labbra e guance di porcellana e... oh -. Senza accorgersene ha stretto la mano in un pugno. La apre, cerca di non immaginare il dolore che sta causando a sua sorella. Ma la sua malattia non  stata colpa di Iris, eppure  lei a subirne ogni giorno la punizione, privata di ogni forma di affetto. - Non sopporto di stare qui dentro, di vivere nella tana di Madame Satana.
Dall'altra parte della bottega, Mrs Salter gira la testa con uno scatto improvviso da civetta. Aggrotta la fronte. Rose ha un sussulto e si punge con l'ago.
La porta si chiude sbattuta dal vento. Iris sforza gli occhi per scorgere oltre i vetri unti della finestra. Vede le carrozze che sfilano in strada e immagina le signore eleganti che si lasciano avvolgere nel loro bozzolo.
Si morde il labbro, versa un po' di polvere azzurra e intinge ancora una volta il pennello nella bottiglia d'acqua.


Cuccioli

- Poveri i miei piccoli mascalzoni, - dice Silas sedendosi alla scrivania dello scantinato, con un ciuffo nero di capelli che gli ricade in avanti, - mi dispiace che sia finita cos. Ma se non vi foste abbuffati di marzapane, magari le cose sarebbero andate diversamente -. Ride compiaciuto per la storia che si  inventato e mette in fila tre coltelli di diverse dimensioni. I cuccioli siamesi giacciono davanti a lui, a pancia in su.
In un primo momento aveva pensato di mettere le bestiole in conserva, invece ricaver dalla coppia due esemplari distinti, imbalsamandoli e montandoli. Quando costruir il suo museo marmoreo, lo scheletro e la forma imbalsamati faranno bella mostra di s l'uno accanto all'altra nell'atrio, protetti da colonne stuccate.
Si asciuga la fronte, sudata nonostante il freddo di novembre. Flette le dita. Il coltello pi grande gli gela la mano.
Procede con una piccola incisione sull'addome del cucciolo di sinistra e tira la pelle applicando una pressione regolare. Il suo fiato  un flebile fischio tra i denti. Sta attento a non lacerare la carne n gli organi appena sotto, ben raccolti e racchiusi da una membrana violacea. Si sposta appena sulla sinistra per far s che la coppia di cani sia ben illuminata dalla luce della lampada, poi recide l'intero manto soffermandosi all'altezza dei morbidi polpastrelli delle zampe e del piccolo naso a forma di rombo con le sue quattro narici. Le ombre rischiano di compromettere la precisione, cos lavora pi lentamente, utilizzando il bisturi pi piccolo per gli ultimi ritocchi. Mentre fuori il giorno si tramuta in sera, separa dal corpo l'intera pelliccia in un unico pezzo.
- Tutti quei poveri clienti rimasti senza marzapane per le loro tartellette di frutta e panna. Che piccoli furfanti, - dice, immaginandoseli imbalsamati alla perfezione. Se Gideon lo vedesse ora, se potesse vedere quanto  migliorato negli ultimi quindici anni... ma Silas ricaccia indietro quel pensiero. Ha intenzione di godersi questa parte fino in fondo, il momento in cui il cadavere che ha davanti  al massimo delle sue potenzialit e le aspettative non vengono ancora tradite. L'emozione che prova non  meno autentica di quando ha trovato il suo primo cranio.
- Vieni a fare un giro con me, - aveva detto a Flick quel giorno, uscendo insieme dalla fabbrica di ceramica, ma per qualche motivo che ora non ricorda si era ritrovato da solo in mezzo alla campagna.
Era stato allora che aveva trovato per caso il cadavere putrescente di una volpe. Subito ne era rimasto disgustato, si era coperto il naso con le mani, ma poi aveva visto che il pelo dell'animale era dello stesso rosso di Flick. La volpe era perfetta, fragile, ogni sua rotondit ossea piccola e compiuta come la tessera di un mosaico. Quella creatura aveva vissuto, respirato, e ora si trovava in uno strano limbo tra bellezza e orrore. Le aveva toccato il cranio, poi si era toccato il proprio.
Era tornato a vederla ogni giorno, osservando i vermi che ne prendevano possesso, la pelle che si disfaceva rivelando a poco a poco il delicato intrico della sua bianca struttura scheletrica, come il lento schiudersi dei petali di un fiore. Notava ogni volta qualcosa di nuovo: l'incredibile esilit del femore, l'elegante reticolo del cranio. Quando vi aveva tamburellato sopra con l'unghia del dito, era uscito un suono sordo. Dopo che il cranio aveva perso anche l'ultimo lembo di carne, lo aveva avvolto in un panno e se l'era portato via.
Quell'estate, ricoperto di polvere e sudore, aveva passato in rassegna ogni ciuffo d'erba, ogni montagnola, ogni bosco e lungofiume, fino a mettere insieme quindici crani. Posizionava le trappole, affilava bastoncini per farne delle piccole lance, e poi si avvicinava furtivo a quei vecchi e lenti conigli catturati, aiutandoli a esalare il loro ultimo respiro schiacciandogli la gola con le dita. Si dimenavano e scalciavano per circa un minuto, e lui tratteneva il fiato insieme a loro. Poi si afflosciavano, ma lui continuava a stringere, per ogni eventualit.
Con che precisione aveva sistemato quei crani! Pensava che gliene sarebbero bastati cinque, dieci, e invece ne aveva bisogno di altri. Ogni esemplare che aggiungeva lo rendeva pi felice e pi ansioso del precedente. Ma ora ha per le mani un tesoro: questa creatura pelosa e tentacolare, pi incredibile di qualsiasi cosa abbia mai immaginato da bambino, e pensa addirittura che non avr pi bisogno d'altro.
Per il momento il suo lavoro  concluso, difficile andare avanti: sa per esperienza che se continuasse senza fare soste rischierebbe di rovinare tutto. Ormai saranno quasi le cinque del pomeriggio; sbadiglia e decide di riposarsi. Ripone i cuccioli scuoiati in un secchio di latta. In seguito, una volta bollite le ossa per eliminare la carne, rimetter insieme lo scheletro con colla, pinzette e fil di ferro sottile come filo da cucito.
Sale la scala a pioli fino al negozio, e poi i gradini che lo conducono alla mansarda. Mentre si infila la camicia da notte, gli cade l'occhio sul ripiano accanto al letto, dove si trovano i topi imbalsamati. Ognuno indossa un minuscolo vestito.
Silas prende in mano un topo marrone. Accarezza la gonnellina di tessuto pesante, lo scialle che lui stesso ha confezionato all'uncinetto con la lana pi sottile, il piattino che stringe tra le zampe. Lo ripone sulla mensola e spegne la candela con un soffio.
Si  quasi addormentato quando sente un rumore, come di qualcuno che bussi a una porta.
Si copre la testa con il cuscino.
I colpi diventano dei sordi rombi di tuono.
- Silaaaas!
Emette un sospiro. Quanta impazienza! Per fortuna non ci sono vicini da disturbare, ma possibile che non sappia leggere il cartello con su scritto CHIUSO?
- Ouvrez la porte!
Silas geme, si siede, si infila giacca e pantaloni, accende una candela tremula e scende a fatica le scale strette.
- Je veux ma colombe!
- Mr Frost, - dice Silas aprendo la porta. Quello che si trova davanti  un uomo alto e magro, vestito di stracci screziati di vernice.  circondato da un'aura di forsennato magnetismo, ha una prepotenza e una sicurezza di s che suscitano in Silas la voglia di accontentarlo e disprezzarlo allo stesso tempo.
Louis sorride.
- Visto? Sapevo che eravate in casa. Sono venuto per la mia colomba, sempre che non l'abbiate fatta volar via per lo spavento -. Invece di aspettare una risposta, grida qualcosa a una sagoma che si staglia all'imbocco del vicolo e gli fa segno di avvicinarsi. - Muoviti! Avanti! In ritardo come al solito.
 quasi notte, e in un primo momento Silas fatica a riconoscere l'uomo che avanza svelto lungo il vicolo, schivando i fetidi cumuli di verdura di scarto e cenere. Si fa pi vicino, il viso risplende alla luce della lampada che Silas ha in mano. Johnnie Millais.  cos esile che assomiglia a un pony pelle e ossa.
- Oddio, Louis, che  successo ai tuoi vestiti? Non farei indossare quella camicia neanche al mio cane.
- Che piacere vederti, Millais, come sempre, - risponde Louis, entrando nella bottega senza essere invitato e senza pulirsi gli stivali sul raschiascarpe di ferro.
-  un bel colpo di fortuna, trovare il negozio ancora aperto, - dice Millais seguendolo all'interno, e Silas non si scomoda a contraddirlo.
- Silas ha preparato la mia colomba. Dov', allora? - Louis solleva il teschio di leone con entrambe le mani e finge di lanciarlo a Millais. - Grrrr! - esclama sbuffando.
Silas si irrigidisce, rimpiangendo di non avere abbastanza coraggio per chiedergli di rimetterlo a posto; si affretta invece a prendere la colomba dalla vetrina.
- Santi numi!  splendida. Proprio quello che avevo in mente, - esclama l'artista. La prende, le accarezza la testa. - Se solo le mie modelle rimanessero ferme in posa come te -. Louis mette in mano a Silas una ghinea, il doppio di quanto pattuito. - E tu, Millais, devi assolutamente prendere un topo per l'angolo della tua Mariana. Ci vuole un po' di movimento in quella tela spoglia -. Preleva per la coda un topolino marrone che se ne sta impagliato su una mensola e dice: - Prendo anche questo.
-  una creatura fragile... - fa per dire Silas, ma Louis sembra non sentirlo e infila colomba e topo a testa in gi dentro un sacchetto.
Silas rimane a guardare i due uomini che si allontanano di corsa lungo la stretta stradina, la mano di Louis sulle spalle di Millais, esibendosi in un curioso saltello ogni tre passi. La luce della lampada cattura le caviglie di Louis, la carne bianca del polso. Quella vista gli ricorda Flick, e il tocco di lei che non sente pi da oltre vent'anni.
Quando svaniscono nel buio, Silas percorre con lo sguardo la sua piccola bottega, il soffitto basso, le minuscole credenze screpolate che ha riverniciato come meglio poteva, e gli angoli della bocca suo malgrado si piegano all'ingi.
- Basta dar fastidio ai verdurai, adesso, - dice. - Il tuo nuovo amico non ne sarebbe contento.


Il pittore

Nonostante la sonnolenza di poco prima, Iris non riesce a dormire. Il profumo di zucchero bruciato le d il mal di testa e un crine di cavallo le tormenta la coscia attraverso il materasso. Si muove, allunga un braccio madido fuori dal copriletto perch si rinfreschi. Prova a concentrarsi per restare ferma e tranquilla, accordare il ritmo del respiro a quello di sua sorella. Ma la mente continua a lavorare. Lei vuole dipingere. Immagina i sottili tubetti metallici degli acquerelli Winsor & Newton, la conchiglia d'ostrica che usa per mescolarli, e la serie di pennelli in pelo di tasso che  finalmente riuscita a comprarsi dopo sei mesi di oculati risparmi.
Pungola la sua gemella.
- Ma non ho visto il parrocchetto, - farfuglia Rose, e Iris sa che dormir come un sasso finch il campanile di St George non suoner le cinque. Sente i fischi e i rantoli da locomotiva di Mrs Salter, che russa dall'altra parte del muro. Dopo le sue serali sorsate di laudano diventa completamente innocua.
Quando la situazione  ormai insopportabile, Iris si libera dalle coperte. Le assi di legno del pavimento scricchiolano sotto i suoi passi, e il chiavistello della porta, che Iris mantiene sempre ben oliato, cede senza la minima resistenza. Prova lo strano impulso di ridere, ma soffoca un verso divertito coprendosi svelta la bocca con la mano.
Quando imbocca il corridoio, la camicia da notte mossa da un vento leggero, Iris vede che la porta della camera di Mrs Salter  socchiusa e la luce della lampada al suo interno rischiara il pavimento di un bagliore itterico. C' puzza di acidit di stomaco. Iris  convinta che la malattia di Mrs Salter sia causata, invece che curata, dalla sfilza di medicine che prende ogni sera: Rimedio della mamma, per la gastrite, Miracolose compresse all'arsenico del Dottor Munro, per mascherare i brufoli. Iris  stanca di dover sfregare il tappeto incrostato di vomito, di rovinarsi le mani con l'aceto. Ed  ancora pi stanca di dover sopportare gli schiaffi di Mrs Salter nelle giornate in cui, in preda alle sue allucinazioni,  convinta che le giovani sotto il suo stesso tetto non siano altro che due prostitute gemelle, e che Iris stia per essere sedotta da un gentiluomo dalla pelle verde e i denti a punta.
Se solo il farmacista aggiungesse un po' di veleno per topi alle sue medicine, pensa Iris tra s e s mentre scende le scale in punta di piedi, tenendosi al margine dei gradini dove lo scricchiolio  meno rumoroso.
Il magazzino dello scantinato  piccolo e scomodo, le pareti sono macchiate d'umidit. L'odore di intonaco ammuffito  tale da escludere il bench minimo aroma di zucchero.
Iris si dirige alla credenza nell'angolo, stracolma di ceste che contengono braccia, piedi e teste di porcellana ancora da dipingere. In un sacchetto di tessuto sono conservate ciocche di capelli veri, provenienti dalle teste di contadini che vivono nella Germania meridionale. Iris lo solleva ed estrae il dipinto e tutto ci che le occorre, nascosto appena sotto. Porta le sue cose allo scrittoio, si siede.
Le proporzioni del viso sono sbagliate, proprio come ricordava. Dapprima Iris si fa prendere dallo sconforto all'idea che non , n mai sar, abbastanza brava. Ma quando osserva pi da vicino, riesce a intravedere un'asciuttezza che le piace, addirittura una certa vivacit. Se solo la testa non vagasse spaesata in cima al foglio, se solo riuscisse ad ancorarla meglio. Detesta l'idea di tagliare la carta, il foglio  gi piccolo cos com'. Forse, dopo tutto, pu ancora rimediare, trovare un modo per riempire lo spazio vuoto.
La semplice trama della sua camicia da notte, una flanella bianca macchiata di giallo sotto le ascelle, le irrita il collo. Prima ancora di riflettere su ci che sta facendo, si alza e se la sfila dalla testa. La sua figura, illuminata dalla luce della candela,  pallida e lucida come quella di un'esca artificiale.
Per un istante immagina il disgusto che proverebbero i suoi genitori per quello che sta facendo, la loro strenua difesa della moralit. Ma qui non corre il rischio di essere vista. Pi preoccupante, invece,  il pensiero della delusione di Rose, o peggio ancora l'eventualit che Mrs Salter piombi all'improvviso nella stanza, il suo orrore amplificato dal laudano. Gli epiteti che le vomiterebbe addosso (meretrice, sgualdrina), il rischio per Iris di perdere il lavoro, e con esso le venti sterline l'anno. Ma non si sofferma su queste considerazioni; comincia a mescolare i colori, mentre il freddo della sedia le gela le cosce.
Si fissa di nuovo allo specchio, ma questa volta lascia che il suo sguardo si abbassi pi gi, scenda sui piccoli seni, i capezzoli turgidi. Si morde il labbro. Deforme. Eppure si domanda se non ci sia anche in lei qualche traccia di bellezza.
Un tempo odiava quella imperfezione della clavicola, il modo in cui l'osso si era ricomposto di traverso dopo che era rimasto fratturato durante il parto. Modificava appena il suo modo di camminare, ma spesso aveva sorpreso i bambini della sua via imitarla esagerando il difetto (- Ecco che arriva la gobba -), mentre sua sorella li rimproverava con giusto un accenno di commiserazione, anche lei vittima potenziale della loro crudelt (- Le gigantesse gemelle -). Ma negli ultimi anni Iris ha imparato ad accettare che quella deformit  parte di s, e non la cambierebbe neanche se potesse. Di certo questo non scoraggia gli insulti degli ambulanti. Capita, ogni tanto, che provino ad afferrarla per la vita quando  davanti ai loro carretti. - Ti andrebbe una bella ripassata? - oppure - Mi sa tanto che vuoi assaggiare il mio cetriolo -. Allora Iris assume un'aria impassibile (- Vi  morto il gatto, signorina? Su con la vita! -), si fa largo e ignora le loro provocazioni. Rose, intatta, ignorata, indesiderata, abbassa lo sguardo e Iris le cinge la spalla con un braccio e ricorda a sua sorella quanto detesti quei fischi, con un tono che risulta quasi troppo insistente.
Immagina che un giorno dovr incoraggiare le attenzioni di uno dei ragazzi che si fermeranno sulla soglia dell'emporio, tormentando il cappello fra le mani, perch il matrimonio  una via di fuga, anche se non ne conosce la destinazione. Dopo tutto ha ventun anni, e non passer molto prima che la sua bellezza si afflosci come succede alla panna montata. I suoi genitori le hanno scritto di un facchino che sarebbe disposto a farle visita, ma quando  andato a trovarla lo ha evitato.
Rose, invece. Lei non trover mai la sua anima gemella; il meglio che Iris possa sperare  fare un matrimonio decente che serva anche a sostenere sua sorella. Lasciarla... non sa se riuscirebbe mai a farlo. Sono gemelle, legate l'una all'altra, e la malattia di sua sorella ha in qualche modo allentato e serrato il nodo che le unisce. Quando erano bambine, e Iris disegnava con un carboncino su qualsiasi cosa le capitasse fra le mani - involti del burro, ritagli di giornale, scampoli di vecchia carta da parati - sua sorella restava affascinata dal modo in cui riusciva a replicare le forme che aveva davanti. - Disegna quelle forbici! - le ordinava, e Iris obbediva. - Disegnami un elefante! - ma lei non riusciva a improvvisare. Ora, quando prova a intrattenerla con un disegno, sua sorella le volta le spalle.
Iris accantona quel pensiero, e mescola insieme i colori per ottenere la giusta sfumatura di rosa da usare sotto il seno, nel punto dove ricade l'ombra. Fa scorrere il pennello sulla pagina, osserva l'acquerello che sboccia sul foglio. Si sente padrona di se stessa, come se il corpo fosse di nuovo suo, e non un sacco vuoto che Mrs Salter pu usare per lavare i pavimenti, non semplicemente un promemoria quotidiano per ricordare a Rose come sarebbe potuta essere. Avverte un fremito, forse di vergogna, forse di soddisfazione, o magari  solo il freddo.
Si osserva un fianco. Impossibile immaginare la ruvida mano di un uomo che lo stringe. Avvicina alla carne il suo stesso palmo, risale fino al seno e lo afferra. Sussulta e torna al suo dipinto.
A Rose non ha mai chiesto niente riguardo a quello che l'ha vista fare con Charles, il suo galantuomo, come lo chiamavano. All'inizio Rose non parlava d'altro, mostrando a Iris con spensierato orgoglio i doni che lui le aveva inviato: dei cioccolatini e un canarino giallo (che era volato su per la canna fumaria ed era morto). Avevano quindici anni, e il giovane avrebbe dovuto salvarla da quella vita di fatiche, addolcirle l'esistenza prendendola come sua giovane moglie per vivere in una modesta casetta a schiera di Marylebone. Aveva fatto amicizia anche con Iris, e le aveva detto che le avrebbe prestato del denaro per avviare la loro attivit dopo che lui e Rose fossero diventati... Quell'accenno al matrimonio lo aveva fatto interrompere. Flora avrebbe lasciato il mondo delle loro fantasticherie e sarebbe diventato realt, e Iris si era girata verso sua sorella per accertarsi che non si dispiacesse di quelle attenzioni e del fatto che il suo galantuomo includesse anche lei nei sogni suoi e di Rose.
Veniva in visita ogni domenica, quando i loro genitori erano via per qualche commissione. Rose aveva sempre detto a Iris di restare nella stanza al piano di sopra, ma quel giorno le sorelle avevano litigato e Iris si era impermalosita all'idea di essere tagliata fuori, di non poter condividere i segreti di sua sorella. Si era piazzata fuori dalla porta e li aveva spiati dal buco della serratura. Li aveva osservati mentre lui si sedeva, tirava a s sua sorella, le sollevava le gonne e si slacciava i bottoni dei pantaloni. Iris non aveva fatto neanche in tempo a trattenere il fiato che sua sorella gli si era gi messa a cavalcioni, salendo e scendendo con un ritmo collaudato. Iris era inorridita, affascinata, non riusciva a distogliere lo sguardo, ipnotizzata dagli spasmi del viso di lui, mentre con le mani stringeva le cosce bianco latte di sua sorella. Per un attimo aveva rimpianto di non essere lei, quella con le sottogonne tirate su, mentre la gemella la guardava dal buco della serratura. Si era svolto tutto con un'orrenda e facile semplicit, sulla sedia di legno costruita da suo nonno.
Iris non sa ancora come Charles abbia potuto sapere di Rose e del vaiolo. Il giorno dopo che le pustole si erano diffuse su tutto il viso e il corpo della sorella, Iris lo aveva fatto accomodare nell'ingresso e aveva preso una lettera dalle sue mani. - Sar cos contenta di avere vostre notizie.  solo un po' di catarro, tra poco star meglio, - aveva mentito, ma lui non aveva aggiunto granch e se ne era andato alla svelta. La lettera non era un bigliettino galante, al contrario sanciva la fine di tutto, comprese le allegre risate di sua sorella, le sue confidenze segrete. Quando Rose le aveva urlato di andarsene dalla sua stanza, Iris aveva afferrato la sedia e l'aveva sbattuta contro il muro.
Un suono improvviso. Passi pesanti.
Iris  cos immersa nei ricordi che ha un soprassalto e rovescia l'acqua torbida di colore sullo scrittoio.
Si allunga di scatto verso il suo dipinto, tirandolo via prima che il liquido ci si versi sopra. I passi non si sentono pi.
- Oh, cielo, - mormora con una mano stretta sul petto, e il sollievo  tale che per poco non si mette a ridere. Che sciocca  stata! Eppure quel rumore sembrava davvero vicinissimo, cos forte da convincerla che Mrs Salter fosse sulle scale. In realt erano solo gli apprendisti del negozio di dolciumi che tornavano tardi da chiss quale spettacolo da quattro soldi.
Ma quando comincia a raccogliere l'acqua con uno straccio, ecco che si accorge della testa di bambola. Impreca. Quando il barattolo  caduto a terra deve averla schizzata. Il viso  imbrattato da uno sgorbio grigio.
- Oh, no, - mormora raccogliendo la testa e asciugandola con la camicia da notte. Le ci sono volute ore per dipingerla. Sfrega la porcellana sempre pi forte, sputando prima su una guancia poi sull'altra, ma invano. Il danno  irreparabile.
Digrigna i denti, le sfugge un grugnito feroce. Pensare che era soltanto qualcuno di passaggio l fuori. E adesso - guarda oltre le sbarre alla finestra e decide che dev'essere come minimo mezzanotte - le toccher lavorare fino all'indomani per dipingerne un'altra.
Iris si infila di nuovo la camicia, sentendo improvvisamente freddo in quella piccola stanza. Meglio non guardare il suo dipinto. Osceno.
D'un tratto avverte una sensazione familiare, di avere dentro qualcosa di profondamente sbagliato, come un tumore che non pu essere rimosso. Dovrebbe distruggere il suo dipinto, avvicinare il bordo del foglio alla candela.
Invece resta immobile, infila la carta sotto il cesto e tira fuori un'altra nuda testa di porcellana.


La Grande Esposizione

 sabato mattina e suonano le campane. Negli ultimi quindici giorni Silas  stato cos preso dall'assemblaggio del bianco scheletro dei cuccioli che si  nutrito esclusivamente di focaccia rafferma e birra leggera. Cosa darebbe per una tazza fumante di brandy, burro e zucchero al Dolphin! Sbircia l'orologio alla parete: mancano ancora diverse ore all'apertura.
- Oh, al diavolo, - esclama, e decide di occupare il tempo andando a visitare il cantiere della Grande Esposizione. Non gli  ancora chiaro se debba piacergli o no: come pu la sua piccola bottega competere con uno dei pi grandi musei che siano mai stati costruiti? Un edificio tanto maestoso, che sembra progettato proprio per sminuire i traguardi da lui raggiunti, eppure Silas si ritrova a seguire l'avanzamento dei lavori settimana dopo settimana, augurandosi che vengano presto completati.
Il vicolo dove si trova il suo negozio  di solito deserto, ma tra la melma dello scolo giacciono scomposti due uomini, uno dei quali sporco del suo stesso vomito, le brache bagnate di piscio. Silas rimane a guardarli un istante. La forma della testa e delle spalle gli ricorda tanto Gideon, ma sa che si sbaglia. Avvicina il fazzoletto al naso, e sfiora la parete del vicolo per superarli senza avvicinarsi troppo.
Silas aveva conosciuto Gideon poco dopo il suo arrivo a Londra nel 1835, quando condivideva un angusto alloggio a Holborn e la sua stanza era piena zeppa di teschi e creature impagliate. Si era trasferito in citt con la speranza di ampliare la sua reputazione oltre i salotti di Stoke; ma poi, dopo la scomparsa di Flick, aveva deciso che non aveva pi senso aspettare. Gli era giunta voce di un circolo di chirurghi, uomini di medicina affascinati dalle tecniche di dissezione e conservazione.
Non era stato difficile trovare la sede dell'University College, e ogni mattina Silas osservava da dietro i cancelli chirurghi di grande fama che attraversavano l'immacolato riquadro erboso davanti all'ingresso, prima che un pesante portone si chiudesse rumorosamente alle loro spalle.
Di notte gironzolava intorno al porticato sul retro, sapendo che di l a poco sarebbero arrivati i corpi, anche se non capiva bene da dove. E come volevasi dimostrare, bastava aspettare qualche minuto ed ecco un movimento furtivo nella corte interna dell'edificio, il nitrito di un cavallo e lo scalpiccio di una carrozza scura, e il bottino veniva trasportato su tavole di legno, avvolto in un telo. Si avvicinava timidamente, allungava il collo, desideroso di far parte della lezione che stava per cominciare.
Gideon l'aveva avvicinato, un pomeriggio. Era uno studente di medicina robusto e con l'aria languida del privilegiato. Aveva raccontato a Silas degli esemplari nella sala delle sezioni anatomiche: i polmoni cancerosi dentro i barattoli, le file di crani sifilitici, un cervello in conserva aperto in due da un colpo d'accetta, sistemi nervosi iniettati di cera tanto da sembrare una fioritura rigogliosa.
- Naturalmente preleviamo questi campioni per meglio comprendere la vita, per capire come si possa prolungare. Il vostro interesse per la conservazione dei morti, invece,  diverso, ma comunque piuttosto interessante...
Silas aveva gonfiato il petto, e con il passare dei giorni Gideon aveva ricercato sempre pi spesso la sua compagnia. Aveva convinto Silas a rivelargli i particolari della sua collezione. Davanti ai cancelli, in attesa, Silas aveva riferito minuziosamente i dettagli del suo lavoro su passerotti, ratti e topi di campagna, aveva confidato i suoi progetti di costruire un museo e far conoscere il suo nome. Si chiedeva in che modo poi fossero diventati amici; poteva sembrare un evento degno di essere celebrato, e invece era accaduto senza che se ne rendessero conto.
- Credo che la bizzarra inclinazione del becco, come non ne ho mai visti in natura, - aveva detto Gideon quando, dopo numerose insistenze, era riuscito a farsi portare da Silas un pettirosso imbalsamato, - sia la sua caratteristica pi notevole -. Lo aveva detto con un tremito dei baffi, e aveva nascosto con la mano la sua ammirazione. - Un'autentica rarit scientifica. Dico davvero, non ricordo di aver mai visto un pettirosso dalla postura cos sbilenca in vita mia. Una meraviglia, una meraviglia.
Silas avrebbe voluto ridere di gioia. Gideon, uno studente di medicina, un gentiluomo, era rimasto colpito dal suo lavoro. Da lui. E avere un amico cos, che sceglieva di chiacchierare con lui quasi ogni pomeriggio, anche se per poco... be', era un onore.
Dopo quell'episodio, Silas aveva trovato il coraggio di chiedere a Gideon un esemplare per la sua collezione, e Gideon gli aveva fatto capire di avere in mente per lui un autentico tesoro, qualcosa che avrebbe rappresentato una svolta.
- Per avere un pezzo cos persino Frederik Ruysch cercherebbe di uscire dalla tomba, - gli aveva sussurrato Gideon quando finalmente gli aveva consegnato un sacchettino di tessuto. Il suo labbro superiore era percorso dagli spasmi.
Silas l'aveva preso con misurata pacatezza e aveva cominciato a slegare il cordino che lo chiudeva, immaginando le successive conversazioni che avrebbe avuto con Gideon, le teste di entrambi chine a discutere in chiss quale taverna. A giudicare dal peso poteva essere un cuore, forse, oppure...
- No, - gli aveva detto Gideon bloccandogli la mano. - Aspettate di essere a casa.  un tesoro troppo prezioso. Se i miei insegnanti dovessero scoprire che ve l'ho dato...
- Quant'? Non posso permettermi grandi cifre.
- Non ci pensate neanche. Dopo tutte... - Gideon si era interrotto - ... tutte le piacevoli ore trascorse in vostra compagnia.
- Non so come ringraziarvi.
- Farete il mio nome nel vostro famoso museo? Quando lo aprirete, s'intende.
- Ma certo! Certo!
Silas aveva annuito e sorriso, e nonostante la voglia famelica di aprire il sacchetto, aveva seguito le indicazioni di Gideon ed era corso a casa, costringendo le carrozze a schivarlo lungo la strada.
Si era sbattuto la porta alle spalle, aveva girato la chiave nella serratura e aveva strappato il sacchetto.
Conteneva una coscia di pollo smangiucchiata, e due carote lesse.
Silas si era morso il labbro per non piangere, e solo allora aveva capito la presa in giro che si nascondeva dietro ogni commento e ogni fremito dei baffi.
Senza accorgersene, Silas sta percorrendo un sentierino attraverso Hyde Park, la coscia contratta dai crampi per la stanchezza. Riavvolge i pensieri e si rende conto di non ricordare nulla del percorso fatto a piedi, la mente del tutto vuota dopo l'avvistamento dei due ubriachi.  una sensazione familiare: da che ne ha memoria, gli capita spesso di sommergere certi ricordi, un po' come succede a un dagherrotipo prima di essere esposto ai vapori di mercurio. Prova a scuotersi, ma non compare nessuna immagine.
Ma non ha motivo di preoccuparsi. Qui l'aria  meno salmastra, sente persino cantare un uccellino. C' della bellezza. Gli alberi scheletrici si spogliano graziosi degli ultimi scampoli di vivacit estiva e i ramoscelli secchi scricchiolano come ossa. Un uomo lo urta con il gomito, si scusa, e Silas prosegue dritto, seguendo la folla diretta al cantiere della Grande Esposizione.
Silas vi si  recato spesso per assistere da vicino alle fasi di assemblaggio, pagando la piccola somma che consente di varcare il confine dello steccato. Proprio non capisce perch l'edificio verr rimosso da Hyde Park dopo un anno. Qual  il senso di un museo, se non quello di preservare per sempre gli oggetti che contiene? Ma mentre alza lo sguardo verso la struttura portante, con gru e carrucole che si stagliano contro il cielo come avvoltoi, si sente rimpicciolire.  davvero imponente. Raccogliere ed esibire cos tanti prodotti dell'industria, del commercio, della scienza e dell'architettura... oltre centomila articoli esposti, ha letto, e tutti sotto un unico, enorme tetto di vetro... Silas non sa proprio dove posare lo sguardo. Non c' da sorprendersi se il giornale umoristico Punch l'ha ribattezzato Crystal Palace, il palazzo di cristallo.
Tutto intorno a lui fervono le attivit. Un capomastro abbaia istruzioni a operai col cappello in testa che issano funi pesanti, mentre altri sferzano i fianchi nudi dei cavalli da tiro. Il vapore sbuffa verso il cielo. L'ampia cassa toracica del transetto viene sollevata lentamente da un argano, vacillando nella brezza.
Se solo gli organizzatori gli chiedessero di aggiungere uno dei suoi esemplari alla sezione artistica. Ma nessuno ha provato ad avvicinarlo. Nessuno ha risposto alle sue lettere. Perch no? Perch la sua collezione non  presa sul serio?
Cerca di spazzare via le insidie del risentimento, ma i suoi pugni sono serrati. Nuvole basse sfilano in cielo. I polmoni neri di Londra si gonfiano e cedono. Un cavallo nitrisce.
Vorr dire che raddoppier i suoi sforzi. Lavorer ancora pi sodo, fino a notte fonda, e forse un giorno aprir un museo perfino pi maestoso di questo.
Vede un bambino sfrecciare in avanti e sfilare via un fazzoletto rosso dalla borsetta di una signora. Si allunga per vedere meglio, e riconosce la zazzera di capelli biondi. La familiarit di quella vista  un toccasana, gli rammenta che non  solo in quel rimestio di operosit umana. Silas sorride, ed esclama: - Albie!
Ma il ragazzino non lo sente. E allora Silas capisce: l'hanno preso. La mano di una donna gli stringe il polso, il fazzoletto ormai una bandiera floscia stretta in pugno, e nella fretta di andare in suo aiuto Silas inciampa in una zolla erbosa, preparandosi a recitare la parte del soccorritore di Albie e a supplicare la donna di non denunciarlo alle autorit... ma poi vede che Albie sta ridendo.
Silas osserva la donna pi attentamente.  alta quanto un uomo e ha i capelli rossi legati in una lunga treccia. ... Flick? Una sua versione adulta, matura. Ma non pu essere. Questa donna  leggermente curva sul fianco sinistro.
 come il suono di un campanello in una casa antica. Silas ha sentito il fremito del filo di ferro che attraversa le profondit dell'edificio, passando per muri e pavimenti. Rimane pietrificato, lo sguardo immobile mentre le vibrazioni fanno risuonare tanti altri campanelli pi piccoli.
Non saprebbe dire che cosa significhi.


Ladruncolo

Albie  accovacciato dentro un fosso a Hyde Park. Mentre si sforza in quella posizione scomoda, le chiappe come due lune bianche e sudice, gli passa davanti un gruppetto di uomini. Uno di loro si ferma, lo schernisce e poi gli lancia un bastone.
- Fila via, cagnaccio! - grida Albie, pulendosi alla meglio le natiche con una foglia di quercia per poi tirarsi su le brache. La sua merda fuma nell'aria. La guarda con la stessa curiosit che riserva a tutte le secrezioni del suo corpo. Come fanno le sue orecchie a produrre quel viscidume amaro e arancione, e come fa il suo naso a formare quel tappo nero e appiccicoso che soffia nella manica?
Raccoglie lo stronzo con due bastoncini e lo lancia in direzione del drappello di uomini che si sta allontanando, singhiozza di risate nel vederli correre via, e poi sfreccia in direzione della folla.
 una giornata ideale per procurarsi qualche chicca,  valsa la pena arrampicarsi oltre la staccionata per entrare. La gente  distratta dalla costruzione del maestoso edificio, le funi in tensione, le grida d'esultanza e la ressa. Albie non sa a che cosa serva quell'edificio, e non gli importa granch, ma fissa la struttura di metallo cos enorme da superare in altezza persino gli olmi. Il terreno tutto intorno assomiglia a una vasca di fango smosso dal continuo viavai di carri carichi di ferro e impalcature. Immagina di tornare quando avranno installato il vetro e di lanciarci contro un bel mattone, giusto per vedere lo stupore sulla faccia di quei ricconi.
Si alza e si abbassa di qua e di l, come un filo sottile a impunturare la trama della folla. Ha una mano finta infilata nella manica, e usa quella vera per sfilare via fazzoletti di seta dalle tasche. I braccialetti di perle e le catenine di argento scintillante li lascia dove sono. Anche se non lo ammetterebbe mai, ha paura che lo condannino ai lavori forzati, o che lo sbattano a bordo di una nave diretta alle colonie e lo costringano cos a lasciare sua sorella.
Queste persone, con i loro broccati d'oro e le loro dimore esclusive, non gli lascerebbero pulire neanche i gabinetti di casa. E cos, mentre li alleggerisce di qualcosa, Albie non pu fare a meno di sorridere. C' un monte dei pegni in Duck Lane che gli comprer la merce per mezzo penny al pezzo, senza fare domande, e non ci vorr molto per raggranellare quanto basta a comprare una bella dentiera. Avorio di zanna di tricheco:  questo il suo sogno.
Tira via un fazzoletto a pois rossi dalla manica di una donna e se l' appena infilato nei pantaloni quando qualcuno afferra la mano finta e la scrolla via dalla giacca.
- No... non sono stato, - comincia Albie, ma poi vede che si tratta di Iris. Il sollievo si trasforma in una risatina gutturale, come di un gatto che abbia una palla di pelo in gola, e le sfodera il suo sorriso pi ammiccante.
- Restituiscilo, Albert, - ordina Iris.
- Restituire cosa, signorina? - Iris aggrotta la fronte, e lui sospira. - Ah, signorina, non  niente, no? E la vita  durissima. Non immaginate neanche quanto  dura... - Ma questa litania ha ormai perso il suo fascino, e lui lo sa. Consegna a Iris l'oggetto incriminato, la osserva mentre lo riconsegna alla legittima proprietaria (- Mi scusi, signora, ma credo che le sia caduto questo... -) ed evita il suo sguardo. - Siete proprio una guastafeste.
- Di nuovo a rubare, eh? - interviene un uomo, e Albie riconosce Silas, vestito del suo bel cappotto blu. - Credevo non ne avessi bisogno, dopo i due scellini che ti ho dato.
Albie si irrigidisce. Non gli piace che quell'uomo gli si avvicini cos, di nascosto. Quel suo odore di pulito, di medicina, gli d il voltastomaco. Ci nonostante decide di non correggere quel taccagno precisando che invece ha sborsato un solo scellino. - Iris Vattelapesca, - dice, cercando di imitare un accento altolocato, anche se suona pi che altro irlandese. - Volevo dire che vi presento Silas. A dire il vero non so neanche il suo, di cognome -. Iris accenna un sorriso. - Le cucio della roba per la bottega delle bambole di Mrs Salter.
- Quella in Regent Street? - chiede Silas, e Iris annuisce.
- E a Silas porto cose morte -. Per un attimo gli viene voglia di imitare il gesto di uno strangolamento per aggiungere un po' d'effetto, ma poi ci ripensa e riporta lo sguardo verso Iris. La giovane ha un'espressione vagamente disgustata. D'un tratto Albie prova l'impulso di ridere di Silas insieme a lei, ma non riesce a incrociare il suo sguardo.
- Oh.
- La mia collezione, - spiega Silas, - un giorno diventer famosa.
- Be', non vedo l'ora di visitarla, - dice Iris, ma la sua voce  piatta, quasi meccanica, e Albie capisce che ascolta a malapena. Sta cercando qualcuno, e si accomiata salutandoli. Osserva il retro del suo cappellino mentre scompare tra la folla.
Albie alza le spalle, e solleva appena il cappello in segno di saluto. Silas guarda in lontananza, si tocca la clavicola nel punto in cui quella di Iris  storta.
- Signore, - gli dice Albie, ormai convinto che quell'uomo non abbia tutte le rotelle a posto. - Quella cosa che la signorina ha al collo non  mica contagiosa.


La grande esagerazione

Iris si infila tra la folla, lontano da Albie e dall'uomo in sua compagnia. Rimpiange di non essere pi bassa, perch cos potrebbe scomparire tra cappelli a cilindro e cuffie da signora, e per Rose non sarebbe tanto facile riconoscerla.
Si guarda intorno per scorgere traccia di sua sorella. Niente. Bene:  riuscita a sfuggirle.
Chiude gli occhi. Quando li riaprir, rivedr una scena tutta nuova. Se la immaginer davanti a s come una grande tela, ogni particolare perfettamente al suo posto, un esempio di studio prospettico.
Alza lo sguardo. La svettante impalcatura di ferro sembra sfiorare l'orlo delle nuvole. Il vapore assomiglia al fumo delle scene di guerre napoleoniche che ha visto esposte alla National Gallery, solo che qui  tutto pi vivido, molto diverso dai dipinti scuri che ricorda. Vorrebbe dipingere con i colori che vede dinnanzi a s, ritrarre il mondo come fosse la vetrata di una chiesa.
Immagina che i telai di questo museo si ricoprano di pannelli rossi, verdi e azzurri, e che varcarli sia come entrare in un caleidoscopio. Ma sarebbe troppo abbagliante: questo edificio ha gi una magnificenza che va al di l di ogni sua immaginazione. Se gli uomini sanno fare questo, se riescono a ingabbiare degli olmi e a dominare la natura fino a questo punto, allora di che cosa sarebbe capace lei? Certe volte si sente inutile come una pulce ma poi, in altri momenti, le sembra di poter volare in cielo, liberarsi di tutto ci che la tiene ancorata alla casa e all'emporio e s, pensa con un sussulto, anche a sua sorella.
- Non  magnifico? - dice a una donna l accanto.
- Un'autentica meraviglia, - risponde la sconosciuta con inatteso calore. Iris avverte un'ondata d'affetto per questo ignoto essere umano, e per tutte le persone che le si accalcano intorno. Ognuno di loro, con le sue preoccupazioni e le sue gioie, i suoi amori e le sue frustrazioni, le sue lacrime, i suoi sogni e le sue risate... ognuno di loro assomiglia splendidamente all'altro.
Comincia a correre. Sfreccia verso le aperte distese del parco, la treccia rossa che le rimbalza sulla schiena. Ha il passo leggero di un gatto, l'erba  morbida sotto i suoi piedi, ma non ha ancora raggiunto il primo viale alberato che gi  costretta a fermarsi per il fiato corto. Una stecca di osso di balena le trafigge il fianco, e il torace  stretto dal telaio del bustino. Sotto i guanti di pizzo ha le dita sudate.
Sente un suono alle sue spalle, un nome chiamato ad alta voce, e anche senza voltarsi sa gi di chi si tratta. Si domanda perch sua sorella si ostini a seguirla dappertutto. Chiss cosa spera di scoprire. La vita di Iris  pi insulsa e spenta dell'argento brunito, e poi quanto le brucia quell'ipocrisia! Se il suo galantuomo si fosse offerto di sposarla, sua sorella avrebbe accettato senza un solo pensiero per la gobba.
- Oh, - esclama Iris, fingendo di vedere Rose solo in quell'istante. La sorella ha la mano tesa per l'agitazione, la terra le imbratta l'orlo del vestito. Si muove con la grazia di una signora, come se avesse dei pattini ai piedi, e da lontano Iris quasi riesce a credere che sia bella come un tempo. Iris pensa alla propria camminata goffa, a come si  vista riflessa nelle vetrine dei negozi, alla curva della sua spalla. - Grazie al cielo, Rose! Finalmente ti ho trovata. Faremo tardi per la cena. Mamma sar gi sulle spine.
- Ma sei scappata via tu! Ti ho visto. Credevo volessi lasciarmi...
E il viso di sua sorella  cos affranto, cos sperduto, che Iris si disprezza.
Il baccano dell'omnibus da Hyde Park a Bethnal Green; il braccio di Iris scansato da quello di Rose. Un breve cenno di stizza, un odore di biancheria inacidita. Sono seduti a tavola. Il padre di Iris tossisce coprendosi la bocca con la manica.
Iris prova a masticare il pasticcio di grasso di rognone, ma inghiotte un pezzo di carne tutto intero. Sente sua sorella che si rigira il cibo in bocca, il suo respiro pesante. Quando non ne pu pi di quel rumore dice: - Non vedo l'ora di riascoltare il mio parroco preferito, domani...
- Mi fa piacere che tu consideri i suoi sermoni cos edificanti, - interviene sua madre con uno sguardo ammonitore.
- Oh, certamente... - risponde Iris, poi si interrompe, la forchetta a met strada tra il piatto e la bocca. La cartilagine sul rognone  lucida, il grasso giallo. Prova a intercettare lo sguardo di sua sorella, a fare pace per quanto  accaduto prima. - Ho sempre pensato che una dose generosa di vino eucaristico sia un chiaro segno di forte religiosit. Il nostro parroco ha una tale sete del sangue di Cristo, da non poter essere saziata.
Alza gli occhi, e Rose sorride per un momento, ma poi comincia a sfregarsi la mano sulle cicatrici che le sfregiano il mento. Allora Iris fissa il cane di porcellana lucida sulla mensola del camino, una cianfrusaglia dozzinale che ha la pretesa di scimmiottare l'opulenza di una casa altolocata. Tipico dei suoi genitori e dei loro patetici tentativi di condividere usi e costumi di una societ alla quale non appartengono. Altre ragazze di bottega, ne  certa, non hanno genitori cos rigidi, cos preoccupati dalla dissolutezza.
Sua madre sospira. - Iris, ti prego. Immagino volessi fare una battuta divertente, vero?
Iris la vede prendere Rose a braccetto, un'alleanza che si  stretta il giorno in cui  arrivata la lettera di Charles, il giorno della malattia di sua sorella. Iris non l'ha mai capita. Sua sorella ha cominciato a trattarla come se fosse stata lei a scrivere quelle parole, a mandare all'aria i suoi piani, a deturparle il viso con quelle pustole. Da quella volta non  pi riuscita a riappianare la situazione, quasi avesse dimenticato da un giorno all'altro come consolare sua sorella, come divertirla. Ricorda come era prima tra loro due, quando progettavano il loro negozio immaginario con la sua carta da parati floreale e quadretti di rose essiccate. Vuole bene a sua sorella, certo che gliene vuole. Eppure...
Iris fa un altro tentativo. - La Grande Esposizione  davvero splendida...
- La Grande Esagerazione, vorrai dire, - commenta suo padre accennando una risata, quasi a voler incoraggiare il suo pubblico ad apprezzare quel moto di arguzia. Iris sorride obbediente.
- Mrs Salter dice che l'adorazione dei beni di consumo porter la nostra societ alla rovina, - aggiunge Rose.
- Lei ne sa qualcosa, - sbotta Iris troppo impulsivamente.
- E cosa dovrebbe significare, se non ti dispiace? - chiede sua madre.
Iris non risponde. Si tampona il mento con il tovagliolo. Sugo marrone su cotone grigio.
- Iris  scappata, - interviene Rose di punto in bianco. - Mi sono tanto spaventata. Un attimo era l, vicino a me, e un attimo dopo non riuscivo pi a trovarla.  scomparsa tra la folla. A volte faccio fatica a vedere con il mio... - Lascia la frase a met e abbassa l'occhio buono.
Brutta spiona.
-  vero, Iris? E perch mai? Eri cos affezionata a tua sorella, e adesso... scappare via cos, lasciandola sola tra la folla...
Iris continua a non parlare. Sa che  stato crudele da parte sua, ma non  stata certo lei a mettere da parte Rose, tanto per cominciare. Prova a ricordare l'immagine del transetto mentre si alzava e ondeggiava sopra i profili di acciaio, l'euforia che ha provato in quel momento. Ma la stretta che sente nel petto non la abbandona.
Non riuscir mai a scappare. Non sar mai libera.  destinata a vivacchiare la sua misera esistenza, a soffrire gli schiaffi e gli insulti di Mrs Salter, a sopportare l'invidia di sua sorella finch, finalmente, un giovane pelle e ossa non la ingravider di un figlio dopo l'altro, e passer il resto dei suoi giorni a infilare bucato in uno strizzatoio, a farcire di interiora andate a male il pasticcio della domenica, il tutto accudendo neonati piagnucolosi per l'ennesima scarlattina, l'influenza e dio solo sa cosa, finch non si ammaler anche lei...
Sua madre sospira e Iris prova a ignorare il suo sguardo feroce.
- Un altro po' di patate? - chiede suo padre, dandosi inconsciamente un colpetto sulla tasca, come fa sempre dopo che Iris e Rose hanno consegnato gran parte del loro guadagno settimanale. Ha la testa china, la pelata unta.
- No, grazie, - mormorano le altre.
Sua moglie tossisce.
- Iris? - La voce di sua madre  un filo, una cucitura tirata. Suo padre alza gli occhi. I peli dell'avambraccio hanno un fremito. - Perch non puoi rispondere come fa tua sorella? Ti costa tanto?
Iris fissa la densa patina di sugo che ha sul piatto. Deve sforzarsi di non sbattere il pugno sul tavolo, di non afferrare la tovaglia macchiata e far cadere tutto quanto a terra. Quanto le piacerebbe vedere quel cane di porcellana frantumarsi in mille pezzi.
Iris sorride. - No, grazie -. Prende un altro boccone.
L'orologio suona le sei.


La PRB

- Un bicchiere di brandy bollente, - dice Silas, posando una moneta sul tavolo mentre la campana di una chiesa suona energicamente. La messa vespertina.  seduto nel spar pi vicino al fuoco, le guance rosee per il calore emanato. Il mondo scintilla. La grata di protezione a forma di conchiglia, il soffitto con i suoi boccali d'argento appesi, i tizzoni sputati dal camino che luccicano e si spengono sul tappeto ai suoi piedi. Sul muro c' una targa che recita CHI BEVE BIRRA CAMPA CENT'ANNI, e puntualmente si ricorda di sorridere, se non altro per dimostrare che sa leggere. La sua ordinazione, quando arriva,  speziata e bollente, e con il primo sorso Silas elimina lo strato superficiale di burro liquido. Ripensa a quella giovane donna, alla curva della sua clavicola, al verde dei suoi occhi.
- Era da un po' che non vi vedevo da queste parti, signore, - dice la Madama in tono apparentemente amichevole, anche se Silas  convinto che la sua espressione tradisca un certo fastidio, - invece i vostri amici artisti passano spesso di qui. Fin troppo spesso, se posso dire.
- Sono stato molto impegnato, - risponde Silas mentre si domanda, in effetti, perch mai abbia evitato il calore e il brusio sommesso del Dolphin per cos tanto tempo. Questo posto gli piace, la birra  buona e le cose che gli capita di sentire persino meglio.
Una giovane seduta nel spar di fronte a Silas, stretta in un abito cos scollato da mostrare le due mezzelune rosate dei capezzoli, ride sguaiatamente e distribuisce generose pacche sul petto a un uomo dai capelli grigi. La giovane ha tra i capelli la sua solita piuma di struzzo, tinta di rosa. La Madama si dirige in fretta verso di lei: - Senti un po', Bluebell. Guai a te se manchi di rispetto ai nostri stimati clienti...
Silas stringe in mano il suo bicchiere, e perfino la schiuma del suo brandy gli ricorda il colore di capelli di quella ragazza. Iris: cos l'ha chiamata Albie. Nei suoi occhi, appena infossati nelle orbite, ha riconosciuto al primo sguardo una solitudine e un desiderio a lui familiari. Come se ci fosse un filo invisibile che li univa.
Gli ha ricordato cos tanto una versione adulta di Flick che per un attimo ha addirittura pensato potesse essere lei. Flick, la ragazza scomparsa dalla fabbrica quando lui aveva quindici anni. Aveva voluto mostrarle la sua collezione, una volta, e lei lo aveva seguito di corsa per la campagna. Silas ricorda la fiammata rossa dei suoi capelli, le mani ossute. Gli sembrava di essere un gentiluomo che per la prima volta introduceva una signora nel suo studio privato: Questo  il mio mondo. Fa fatica a ricordare l'espressione della ragazza quando lui aveva tirato fuori i teschi di coniglio, di tasso e di lepre, e poi il suo tesoro pi grande: l'ariete con le corna ricurve.
Spesso la sua mente ritorna a lei, e averla vista oggi come avrebbe potuto essere, lo ha consolato. Flick sotto forma di Iris. Non la ragazza che immaginava morta annegata in un fiume dello Staffordshire, o uccisa per mano dell'erede della fabbrica, o schiacciata dalle ruote di un vetturino ubriaco, bens la ragazza protagonista di una fuga a Londra, verso un emporio di bambole e un futuro migliore.
- Buttati, Louis, - grida qualcuno, e nel voltarsi Silas riconosce i tre artisti che se la ridono al bancone. Sono passate quasi tre settimane da quando Louis Frost e Johnnie Millais hanno fatto visita alla sua bottega e probabilmente  troppo presto per provare a vendere loro un'altra delle sue creature. Il terzo uomo, Gabriel Rossetti, ha agganciato Millais per le braccia creando una sorta di ponte tra i due all'altezza del petto. Louis  fermo qualche passo pi indietro. La sua chioma nera ondeggia come un dente di leone agitato dal vento.
- Signori, vi scongiuro... - li ammonisce la Madama, ma Louis ha gi preso la rincorsa e salta oltre le braccia tese. Atterra sul pavimento con un tonfo. Fa tremare il soffitto. Si d una spolverata ai pantaloni e sorride agli avventori. Alcuni esultano, altri abbassano infastiditi lo sguardo sulle loro vettovaglie.
- Vive la PRB! - esclama Rossetti, e quel grido suona fastidioso all'orecchio di Silas, non perch il chiasso lo disturbi, ma per l'esclusione implicita in quella sigla segreta. PRB? Una qualche setta occulta?
- Vive la PRB! - fanno eco Johnnie Millais e Louis Frost.
Al che Louis intona addirittura la Marsigliese: - Allons enfants de la Patrie!
- Le jour de gloire est arriv!
- Tais-toi... non  ancora arrivato del tutto, - tuona la Madama rivolta a loro, e li zittisce costringendoli poi a sistemarsi in un spar alle spalle di Silas. - Non  arrivato proprio per niente, anzi, a giudicare da come il Times ha stroncato il vostro lavoro...
-  stato un colpo basso...
- Assolutamente scortese...
- Arriver anche il nostro momento, vedrete mia cara megera...
Alcuni avventori ridacchiano. Silas non  fra questi. Fissa i giovanotti, di dieci anni pi giovani di lui, ma pervasi da un'energia straripante e da una sicurezza di s che non si  mai sognato di avere. Li ha visti andare a pesca di schianti, prendendosi a braccetto sul marciapiede e passando al setaccio con quella loro rete improvvisata qualunque donna vada loro incontro. Forse avrebbe fatto parte anche lui di una cerchia di amicizie come quella, se si fosse iscritto alla facolt di Medicina.
Coglie qualche frammento della loro conversazione.
- Tottenham Court Road... niente schianti in vista... come faccio a finire La prigionia della regina di Guigemar in tempo per la mostra senza una...
- Sempre meglio che setacciare i bassifondi in cerca di zingare come Mad...
- Senti senti il nostro giovane piagnucolante coi capelli rossi e il torcicollo...
- Non ricordarmi quella recensione cretina, ti prego...
- Oh, Millais, lo sanno tutti come  fatto Dickens... - dice Louis con voce consolante.
- Uno stupido coglione...
Gli uomini ridono, e Silas si domanda se non sia il caso di sporgersi e parlare con loro, provare a vendergli una rondine impagliata oppure un gattino o un teschio da usare nello sfondo dei loro dipinti. Ultimamente si  lasciato troppo assorbire dai cuccioli siamesi e il numero di collane con ali di farfalla vendute non  quello che avrebbe desiderato.
- Guardate, c' il Cadavere! - grida Rossetti, e Silas riconosce il soprannome che gli hanno affibbiato. Il divisorio fra i due spar  fatto di stecche e lascia intravedere chi  dall'altra parte, cos Silas si volta, annuisce e solleva il proprio bicchiere.
- Vogliate scusare la sua impertinenza, - dice Louis inginocchiandosi sulla panca e sporgendosi oltre il divisorio, con la testa che sembra sospesa a mezz'aria sopra Silas. L'artista ha un'aria pi vampiresca del solito: i capelli neri sono arruffati, la pelle cos pallida da risultare quasi azzurrina. - Sei il solito maiale maleducato, Gabriel. Sono certo che non ti piacerebbe sentirti chiamare cos.
- Sciocchezze.  un nomignolo affettuoso, - replica Rossetti mentre il suo viso compare accanto a quello di Louis.
- Di sicuro mi hanno chiamato anche peggio, - dice Silas.
Louis tamburella un ritmo sconosciuto sul corrimano del spar, con tutta la vernice sotto le unghie.
- Silas, proprio l'uomo che speravo di vedere. Mi avete risparmiato un viaggio al vostro negozio.
Presto avr un museo, pensa Silas, non un negozio. Beve un altro sorso di brandy e risponde, - Davvero? Desiderate forse un altro animale?
Louis agita la mano in aria. - No. E mi dispiace dirlo, ma si tratta proprio di quella colomba impagliata che mi avete venduto...
- S? - chiede Silas. Pensa a quella piccola mascalzona nemica dei verdurai, il modo in cui ne ha allineato le piume a formare un ventaglio perfetto.  stato uno dei suoi lavori migliori, un chiaro esempio di maestria.
Louis sospira. - Be', temo di dovervi dire che... si  ammuffita.
- Chiedo scusa? - balbetta Silas.
-  diventata marcia. Sono stato via a Edimburgo per appena una settimana, e quando sono tornato ho trovato la casa piena di mosconi -.  scosso da un brivido, parla gesticolando. - Era tutta... oh, brulicava di vermi. Non ho fatto in tempo a varcare la soglia di casa che mi  venuto da vomitare. Santo cielo, Johnnie, ricordi che fetore?
- Per poco non si sentiva il puzzo fino a Gower Street.
- Siete sicuro che fosse la colomba? - chiede Silas, tormentando nervoso il bordo del tavolo. Gli si gela lo stomaco. - Sono certo di averla asciugata per bene.
- Certo, dice? - tuona Rossetti. - Certo? Perch, cos'altro potrebbe essere stato? Funghi che spuntano dai pennelli? Siete fortunato che sia successo a Louis e non a me. Io non ho un temperamento cos moderato...
- Rossetti, per favore, - dice Louis fermandogli il braccio e rivolgendosi a Silas con tono pi gentile. - Mi spiace dovervene parlare, dico davvero, ma l'episodio ha... be', mi ha creato non poche difficolt. La mia modella, la mia regina, se ne  andata via di corsa dicendo che non avrebbe mai pi messo piede in una casa con un tale tanfo, e la sua assenza  piuttosto sconveniente, arrivati a questo punto della lavorazione...
Silas stringe pi forte il bicchiere. - Sono rammaricato, - dice. - Non so proprio quale possa essere la causa. Naturalmente vi risarcir -. Louis allontana l'offerta con un rapido gesto della mano, ma la sua generosit provoca in Silas un sentimento di sventura ancora pi profondo. Possibile che abbia mancato di asciugare a dovere l'animale, preso com'era da un altro esemplare su cui stava lavorando in contemporanea? Un pipistrello, giusto? Lo offrir in dono a Louis per farsi perdonare. Oppure insister per risarcirlo, lo far e basta, senza pensare alla somma che gli toccher rimetterci, anche se di fatto il pensiero lo preoccupa molto. Si rifar con gli altri incarichi che gli affideranno in futuro, per il momento coprir le spese dell'affitto con il gruzzolo che ha messo da parte...
- E ora, grazie a quella colomba putrefatta, ti trovi in grave difficolt, - dice Rossetti, dando le spalle a Silas e parlando a voce cos alta da far accigliare persino Bluebell. Silas fissa il suo bicchiere, non osa alzare lo sguardo sullo sdegno di certo dipinto in faccia agli altri avventori.  un fallito, e a Rossetti non importa che glielo sentano dire.
- Cos grave non direi... - comincia Louis.
- La tua colomba  una massa di vermi finita chiss dove nelle profondit degli scarichi del Tamigi.
- Avevo quasi finito il dipinto...
- La tua modella, quella commessa tutta scatti...
- Si muoveva solo ogni tanto...
- ... ti ha detto addio perch casa tua puzza come una cripta foderata di muffa.
- Sono sicuro che Sid si lascer convincere, altrimenti dovr prelevare qualche ragazza dei bassifondi, - continua Louis.
Rossetti sbuffa. - Intendi Lizzie Siddal? Non credo proprio. La sta usando Millais. E adesso il tuo dipinto di donna  senza donna, e non hai speranze di trovarne un'altra. Al momento hai soltanto un vago profilo e una piccola colomba dipinta. Vediamo un po' se riesci a piazzare questo, alla Royal Academy -. Rossetti si appoggia all'indietro, giunge le dita delle mani. - E vuoi dirmi che la tua situazione non  grave?
Louis aggrotta la fronte. - Ma ho le idee ben chiare, so cosa voglio. Lo vedo gi sulle pareti della Royal Academy. Se solo... - Indugia. - Certo, se solo ci fosse dentro una ragazza...
- Ci che conta  la tua visione artistica, - interviene Millais dandogli un buffetto sul braccio. - Dettagli come questi si possono risolvere.
- E il Cadavere... - continua Rossetti, voltandosi verso Silas, che ha un sussulto.
- Silas, - lo corregge Louis.
- E Silas, - continua Rossetti guardandolo di traverso, - voi avete promesso di ripagare Louis. Ma in che modo? Con un trucco di magia farete forse tornare la giovane smaniosa che il vostro esemplare putrefatto ha spaventato?  una vergogna.
- Non  una bella situazione, Silas, - aggiunge Millais, facendolo arrossire. Persino Millais ce l'ha con lui. - Avreste dovuto vedere Louis questi ultimi giorni.
- La sua depressione  stata uno strazio, - dice Rossetti. - Come professionista vi credevo migliore.
Vi credevo migliore. Una vergogna. Postura sbilenca. Gli viene voglia di nascondere il viso fra le mani. Postura sbilenca. I tre uomini lo guardano con aria divertita, come quella gi vista sulla faccia di Gideon, il labbro superiore che trema nel tentativo di nascondere la presa in giro. Silas capisce di essere un buono a nulla, un individuo da disprezzare, privo di qualsiasi talento...
E poi Louis dice: - Sul serio, signori, la situazione non  cos grave come la descrivete. Vogliate perdonarli, Silas. Sono su di giri, questa sera. Sono certo che trover un modo per risolvere la questione. Almeno sono riuscito a dipingere la colomba prima che marcisse -. Si allunga verso Silas, che si rannicchia intimorito, ma Louis gli d un semplice buffetto sulla spalla.
Il suo tocco  deciso, confortante, e questa improvvisa bont  troppo da sopportare, dopo le grida di Rossetti. Silas non riesce ad alzare gli occhi, riesce a malapena a controllare la voce quando comincia a dire: - Credo di avere una soluzione -. Gli trema la mano mentre finisce l'ultimo sorso di brandy, si sente le vertigini. Ha un sapore stucchevole. Troppo dolce.  travolto dalle emozioni. Vuole compiacere quest'uomo, cogliere questo piccolo gesto di amicizia, farsi perdonare per la colomba... e prima di potersi mordere la lingua dice: - Credo di avere la modella per voi: volete una regina, giusto? Una che abbia un'aria maestosa? Lavora alla bottega di Mrs Salter.
- L'emporio delle bambole?
- Mi risulta di s -. Si interrompe. Si porta una mano sul viso, si copre il collo come a voler ricacciare in gola le parole appena pronunciate. Quella giovane donna  troppo preziosa,  sua, e non riesce a credere a ci che ha fatto.
- Non andr bene per voi, - prova ad aggiungere. - Ho parlato troppo in fretta. Ha un difetto. La clavicola non credo che vi piacerebbe.
- Be', giudicher con i miei occhi domani -. Louis estrae un taccuino di cuoio e una matita e si appunta Emporio Salter.
Ormai  troppo tardi.


Litigio

Iris  seduta con un piede di bambola in mano. Si stiracchia, sbadiglia sonoramente e poi alza lo sguardo. Sussulta.
A fissarla da dietro il cerchio appannato della vetrina ci sono le facce di quattro uomini. Sono giovani, belli, e uno di loro - quello con i capelli neri e ricci - la fissa pi intensamente degli altri. Iris arrossisce, abbassa lo sguardo, e prova lo strano impulso di coprirsi, anche se  gi vestita di tutto punto, e di lasciarsi guardare allo stesso tempo. Si sente rimescolare dentro, e di nuovo pensa al male che le si annida nel profondo: lo stesso desiderio che l'ha portata a dipingersi in modo tanto osceno, a osservare sua sorella dal buco della serratura e a fremere per l'eccitazione.
Rose ha la testa china, intenta a scucire un minuscolo colletto di pizzo.
Iris alza di nuovo lo sguardo, vuole attirare l'attenzione di sua sorella, ma l'uomo dalla chioma ribelle si porta un dito davanti alle labbra.
Iris sobbalza. Quanta impertinenza in quel gesto! Come osano osservarla in quel modo, come una prostituta in vetrina, un oggetto da museo! L'uomo ha un'aria modesta, forse  poco pi di un venditore ambulante. Non porta neanche un cappello. Iris si raddrizza sulla sedia e senza volerlo si tocca la clavicola.
- Guarda! - dice a sua sorella, dopo aver controllato che Mrs Salter non sia nella stanza. - Guarda quei maleducati...
Ma gli uomini si sono gi spostati, e Iris si ritrova a indicare una vetrina vuota.
Il sole filtra fiacco dalle finestre e poi lascia il posto alla sera. Le lampade a olio e le candele sono accese, il fuoco nel camino viene attizzato un'ultima volta e poi lasciato l, a spegnersi. Le ragazze consumano la loro cena, Mrs Salter succhia la sua bottiglina di laudano come se fosse una mammella, poi si ritirano nelle proprie stanze.
A letto, Rose infila le ginocchia tra quelle di sua sorella. Iris le cerca la mano e Rose se la lascia stringere. - Scusa se sono scappata via.
- Non importa.
- Ti ricordi il nostro negozio? - Il palmo di Rose  rovente a contatto con la sua mano. - I barattoli di biscotti che volevo dipingere. I fazzoletti che volevi ricamare.
- Mmh.
- Cosa ho fatto di male?
Rose non risponde.
Dopo un po', Iris capisce che sua sorella si  addormentata. Rimane distesa e immobile per qualche istante, la mano di Rose abbandonata nella sua, e poi si libera dalla stretta, esce con passo silenzioso dalla stanza, supera la porta ben oliata, scende le scale fino allo scantinato. Si sveste e si prepara a dipingere. Ha davanti a s lo specchio, la tela ben tesa sullo scrittoio.
A ogni pennellata, a ogni arco d'ombra, a ogni macchia di luce la morsa che le stringe la gola comincia ad allentarsi. Fa scendere una mano sul basso ventre, dove prima ha avvertito un fremito. Quegli uomini... che maleducazione! Ma ricorda anche il muto apprezzamento che ha letto nei loro sguardi. Ripensa a sua sorella che dorme al piano di sopra, al fruscio delle sue cosce contro la ruvida lana dei pantaloni del suo galantuomo, i segni che le sue dita le lasciavano sulle natiche.
Ha la mano fredda e se la fa danzare sulla pelle, scivolando sotto l'ombelico.
La porta si schiude con uno scricchiolio. Iris fa un salto e si allunga verso la camicia da notte stringendosela addosso.
- Io... io... - balbetta, cos confusa da non riuscire neanche a voltarsi. Il battito del cuore le rimbomba nelle orecchie. Sar certamente Mrs Salter, e allora potr dire addio al suo impiego. Sar costretta a cucire stracci, a umiliarsi, a spiegare ci che ha fatto alla sua famiglia. Doveva saperlo che sarebbe stata scoperta, che il suo crimine morale sarebbe stato smascherato.
- Cosa stai...? Cos'...? - La voce  rabbiosa, ma non  quella di Mrs Salter.
 Rose.
E Iris prova una sensazione improvvisa, che subito cerca di scrollarsi di dosso.  delusa.
Ha davanti a s sua sorella, che solleva il dipinto alla luce della candela. Lo osserva con il suo occhio buono. - Cosa stai facendo? Che cosa... cos' questo? - Rose scuote il foglio. Le sue guance sono segnate da due chiazze rosse.
- Dammelo -. Iris le strappa il dipinto dalle mani. Non prova pi dispiacere, n vergogna. - Non ti riguarda.
- Ma ... osceno! Senza camicia da notte... come se lo facessi apposta per sbeffeggiarmi. Che vanit! Non mi riguarda, dici? E se venissimo sbattute fuori senza referenze? - Rose alza la voce. - Sai bene cosa penserebbe Mrs Salter se lo vedesse! Che possibilit avremmo, eh? Quale padrona ci prenderebbe a lavorare?
- Io... non ho pensato che avresti potuto andarci di mezzo anche tu.
- Sorella mia, - la incalza Rose prendendola per un gomito e stringendo le dita sul pallido livido lasciato da un precedente pizzicotto di Mrs Salter, - promettimi che non finirai questo dipinto... questo disegno... - Si interrompe, trattiene il pianto. - Lo so, e lo sa anche nostra madre, che hai qualcosa di cattivo dentro.
Iris si sente addosso gli occhi di Rose, le percorrono il corpo. Si stringe ancora di pi nella camicia da notte, si copre il seno, e sua sorella distoglie svelta lo sguardo, ma Iris  riuscita ugualmente a cogliere quell'espressione che conosce bene. Amarezza e invidia.
- Promettimi che non lo rifarai, - la incalza Rose.
Iris resta muta. In una mano stringe il suo stesso ritratto, che era anche di Rose prima che la sua figura venisse deturpata dal vaiolo. Nell'altra ha la camicia da notte. Non pu promettere. Non vuole.
- Promettimelo, - ripete Rose alzando la voce. - Fallo, te lo ordino. Altrimenti dir tutto a mamma.
Iris non dice nulla, avverte il fremito del suo stupore. Arriccia le dita dei piedi sul legno del pavimento. Perch lei e Rose sono arrivate a questo punto? Una volta andavano insieme dappertutto, volentieri, le loro mani sempre giunte come tessere di un puzzle, ora invece la presenza di Rose  soffocante.
- Altrimenti...
- Altrimenti cosa? - chiede Iris, e nella sua voce sente la stizza di un moccioso irritabile. - Altrimenti dirai tutto a mamma e a Mrs Salter? Be', io odio tutte e due! Odio questa vita sprecata! Tu vuoi intrappolarmi qui dentro, ridurmi a una miserabile proprio come te. Io non prometto un bel niente. Non ti importa cosa voglio io e da quando ti sei ammalata non ti  mai...
- Da quando mi sono ammalata? - dice Rose, con la voce interrotta da un singhiozzo. - Tu...
- Io cosa? Io non ho fatto niente! La malattia non  stata colpa mia. Di certo non volevo che ti venisse il vaiolo, e invece mi punisci come se fossi io la responsabile! Mi dai lezioni di morale, ma sei stata tu... - Cerca la parola giusta perch sa che nonostante l'impulsivit del momento, poi non potr rimangiarsela. - Sei stata tu quella che usciva dalla retta via. Pensi che non sappia quello che facevi con Charles?
Iris sente lo schiocco dello schiaffo prima ancora di avvertirlo sul viso. La guancia arrossisce in una fitta di crepitante dolore. - Come osi! - grida, senza preoccuparsi che Mrs Salter possa sentire. - Ti odio! - Iris scaglia a terra la camicia da notte dimenticando di essere nuda, di apparire ridicola.
Allora Rose le si sgretola davanti, e le sue grida sembrano quelle di un neonato. Stridule, disperate. Ha la bocca aperta, un filo di saliva pende tra i denti, il dolore le deforma il viso.
- Non... andare... - prova a dire Rose, ma Iris non pu sopportarlo. Non lascer che il triste spettacolo offerto da sua sorella indebolisca la sua decisione. Stringe a s il dipinto e sale come una furia i gradini gelidi che conducono alla camera da letto in soffitta. Chiude la porta a chiave, e si accorge troppo tardi di aver lasciato la camicia di sotto. Ma non ha intenzione di tornare gi. Non pu sopportarlo.
Resta distesa a letto, nuda, sfrigolante di rabbia.
Iris si sveglia al rintocco delle campane di St George che suonano le cinque. Accanto a s il materasso  vuoto. Le tornano alla memoria sprazzi della notte precedente, sussulta e si tira il copriletto fin sopra la testa. Non avrebbe dovuto parlare a sua sorella in quel modo. Non avrebbe dovuto perdere la pazienza. Avrebbe dovuto consolarla.
Sente bussare alla porta, e va ad aprirla. Rose deve aver dormito sul pavimento dello scantinato.
Iris non parla. La sua bocca non vuole pronunciare delle scuse. Hai qualcosa di cattivo dentro. Si vestono in silenzio, come se niente fosse, interagendo quel tanto che basta per allacciarsi reciprocamente il bustino.
- Ti prego, sorella, - sussurra Rose mentre tira con forza le stringhe.
Iris non pu, non vuole promettere, pur sapendo che per il suo dipinto  finita. Rose non le dar pace, continuer a minacciarla, a pungolarla e a insistere: dall'occhio di Iris si fa strada una piccola lacrima. Alla fine decide di parlare. - Mi scuso per quello che ho detto. Non lo penso veramente.
La voce di Rose  come acqua ghiacciata. -  per il dipinto, che devi scusarti.
- Mi scuso per come ti ha fatto sentire.
- Non intendevo certo questo, - dice Rose, e Iris non risponde.
Quando Rose si allontana per usare il vaso da notte, Iris tira via il dipinto da sotto le coperte e corre gi nello scantinato per riordinare tutto prima che Mrs Salter si svegli.
Ma la stanza  immacolata. Le casse con dentro i pezzi di bambola sono tornate sulla credenza, lo scrittoio  pulito e ordinato. Le balena un pensiero, e corre a rovistare sotto il cesto.
Sua sorella  immobile sulla soglia, la pelle butterata, l'occhio sinistro opaco e vacuo.
- Dove sono i miei pennelli? Dove sono gli altri... gli altri dipinti che ho fatto? - chiede Iris. - Dove li hai messi?
Rose si prende una ciocca di capelli, se la avvita intorno a un dito a mo' di cappio.
- Mi ci sono voluti mesi per dipingerli! Dove sono? Se li hai bruciati... e dove sono i miei colori?
- Che importanza ha? Sono solo oggetti, - dice Rose con un tremore nella voce. - E sappi che io... io desidero il meglio per te. Se venissimo sbattute fuori, che ne sarebbe di noi? Cosa...
- Bugiarda! Tu vuoi che io sia infelice perch lo sei tu, - ribatte Iris. - Quei colori erano i miei. Li ho comprati. Ho risparmiato per potermeli permettere. Mi ci sono voluti mesi.
- Avresti dovuto dare i soldi ai nostri genitori. Non potevi spenderli per te.
- Cagna, - mormora Iris, una parola che non ha mai pronunciato prima. Lenisce il dolore della ferita. - Cagna.
Siedono in rancoroso silenzio per il resto della giornata, schivandosi l'un l'altra. Iris confonde l'azzurro con il verde, sbaglia a tracciare le linee delle labbra.
Finalmente, sul tardo pomeriggio, Mrs Salter le dice di andare a consegnare due bambole a una famiglia di Berkeley Square. - Non mi fido di quel mascalzone sdentato, per una commissione cos importante.
Il sollievo all'idea di evadere dalla bottega  tangibile, e Iris si alza di scatto, infilando con foga le bambole nel cesto, neanche fossero un paio di aringhe. - Non ti gingillare, - fa per dire Mrs Salter, ma Iris  gi fuori dalla porta con il campanello che le squilla alle spalle.
Sono quasi le quattro, la strada  gremita di venditori e clienti. Tutti comprano, smerciano, barattano: saponi, ninnoli, dolciumi, questo e quell'altro. Un venditore di cani da caccia tiene una gabbia sollevata sopra la testa, ma sia il mugolio dell'animale che vi sta dentro, sia il suo prezzo urlato dall'ambulante vengono sovrastati da un clangore di zoccoli e ruote di carrozze. Iris si volta a guardare la facciata verde dell'emporio con la sua scritta a lettere dorate e rimpiange di non avere una torcia accesa e una bottiglia di brandy.
- Chiedo scusa, - dice qualcuno, toccandole la manica.
Iris ha un sussulto, sta per alzare un braccio e prendere a schiaffi il ladruncolo che vuole derubarla, invece si trova davanti una donna con un lungo naso.
- Vogliate scusarmi se vi avvicino in modo cos diretto...
Iris si chiede se non l'abbia scambiata per qualcun'altra.
- Non credo che ci conosciamo. Voi lavorate in un negozio di bambole. Mi chiamo Clarissa Frost... Iris fatica a sentire le sue parole sovrastate dallo stridore delle ruote sul selciato. - E voi siete?
- Come avete detto? - Iris abbassa il capo per sentirla meglio.
- Come vi chiamate?
- Iris.
- Miss Iris...?
Arrossisce per la propria palese mancanza di buone maniere. - Whittle. Ma perch...
- Spero vorrete perdonare l'impertinenza con cui mi sono avvicinata, Miss Whittle. Vi sembrer un comportamento alquanto strano.
Iris guarda alle spalle della donna e vede il viso nervoso di uno degli uomini che il giorno prima l'hanno osservata dalla vetrina. Si acciglia. L'uomo  ancora senza cappello.
- Ancora voi, - dice. L'offesa subita quella mattina l'ha inacerbita e ora non riesce a trattenere il fastidio.
- Oh, - dice Clarissa, rivolgendosi all'uomo con un'occhiataccia. - Non credevo foste gi stati presentati.
- Presentati? Oh, no di certo. Dovrebbe imparare che non si fissano le giovani a bottega dalle vetrine.
L'uomo scoppia in una risata sguaiata.
- Non  divertente, - dice Iris, arrossendo. - Sono una donna, non merce esposta.
-  mio fratello, - interviene la signora, facendogli segno con la mano di tacere, quando vede che sta per aprire bocca.
- Vostro fratello? - ripete Iris. Con i suoi pantaloni troppo corti e la camicia macchiata di vernice bianca ha l'aspetto di uno straccivendolo. La giacca blu ha le cuciture tutte allentate. L'idea che possa essere imparentato con questa donna elegante in abito di seta ha del ridicolo.
- Sono la prima ad ammettere che il suo stile sartoriale  alquanto diverso dal mio, - dice Clarissa e poi, quando Iris riceve una gomitata da un passante, aggiunge, - Magari potremmo parlare con pi tranquillit qui dentro? Il chiasso dei cavalli  insopportabile.
Accompagna Iris in un elegante negozio di dolciumi con il soffitto a volta, tovaglie bianche ben stirate, luccicanti servizi da t in argento. Iris si dimentica del cesto che ha in mano. La sua mente passa al vaglio tante possibilit, nessuna delle quali la soddisfa. Che cosa ha fatto per meritare tanto sfarzo? La sua vecchia cuffia  terribilmente fuori moda in confronto al petit board indossato da Miss Frost, e Iris si sforza di ignorare la smorfia che coglie sul viso del cameriere. La signora sembra non accorgersene: schiocca le dita, ordina un vassoio di sandwich e del t. - Non siate tirchi con i cetrioli, questa volta, e sappiate che so riconoscere una panna annacquata.
E solo allora Iris capisce che la donna deve essere la tenutaria di un bordello e l'uomo un macr, mandati a rastrellare le strade in cerca di ragazze ingenue da raggirare.
- Devo proprio andare, - dice allora, facendo per alzarsi. - Non sono una stupida oca da spennare. Ho capito tutto, ora. Vi auguro buona giornata...
- Aspettate, vi prego, - dice la donna. - Mio fratello  un pittore.
- Un pittore? - ripete Iris.
-  Louis Frost.
L'uomo alza gli occhi con aria speranzosa. Iris scuote la testa.
- Dunque... vediamo...  membro di una confraternita, un gruppo di pittori, i Preraffaelliti. La PRB, che sarebbe la Pre-Raphaelite Brotherhood. Li conoscete? Holman Hunt, John Millais, Gabriel Rossetti? - Clarissa parla con altrettanta speranza nella voce.
- No... non li conosco.
- Oh, ma ne sentirete parlare, e presto, - dice, allungandosi con fervido entusiasmo. Indica con un cenno la sedia, e Iris vi si accomoda. - Louis ha studiato alla Royal Academy. Due suoi dipinti sono stati esposti l'estate scorsa, in una loro mostra. Sta per fare grandi cose, ne sono certa -. Le trema la voce. - I critici, invece, devono ancora convincersene.
La Royal Academy, la mostra, i critici. Iris ripete mentalmente queste parole. Hanno un suono dolcissimo, come di ciliegie mature. Raccogliere in aria tali parole, racchiudere certi suoni! Forse hanno potuto vedere chiss come i suoi dipinti, e ora vogliono che faccia parte anche lei della Confraternita, anche se dal nome immagina che si tratti di un gruppo per soli uomini.
- E io? - chiede allora Iris. L'uomo la sta fissando. E quando Iris se ne accorge lui non distoglie lo sguardo. I suoi occhi sono cos scuri da sembrare quasi neri. Hanno dentro dell'oro. Se le chiedessero di dipingere una bambola con quegli occhi, non avrebbe il colore giusto.
- Pu sembrare indelicato, ma vi garantisco che tutto si svolgerebbe con la massima decenza e riservatezza -. Clarissa d un colpo di tosse. - Mio fratello  alla ricerca di una modella.
- Una modella? - Iris cerca di mantenere fissa l'espressione. Si tira un filo della manica. Sa benissimo che fare la modella  solo un gradino sopra al lavoro di prostituta. Sua sorella non la perdonerebbe mai. Prenderebbe l'ostentazione del suo corpo e del suo viso come un affronto personale. I suoi genitori non le lascerebbero pi mettere piede in casa. Perderebbe il suo incarico all'emporio delle bambole.
- Qualcosa non va? Ammetto che pu sembrare un tantino...
- No. Non  niente, - risponde Iris.
- Ecco, lasciate pure qui, - dice Clarissa a una giovane che posa sul tavolo un vassoio orlato d'oro.  pieno zeppo di minuscoli sandwich di pane bianco senza crosta. Clarissa mastica pensierosa e fa segno a Iris di servirsi. - Se Louis raggiunger la fama che merita, non dimenticate che sarete immortalata nella sua tela. Pensate un po'! Essere ammirata da qui a cento, duecento anni ancora -. Prende un sorso di t, col mignolo rivolto in su. - Inoltre verreste pagata uno scellino l'ora, che immagino superi di molto il vostro attuale salario.
- Uno scellino l'ora, avete detto?
- Esatto.
Iris prova a deglutire. Sembra aver dimenticato come si fa. Spinge il cibo verso l'interno della guancia. - E sarei... insomma... come dire...
- Vi garantisco che  un incarico della massima rispettabilit, - risponde svelta Clarissa, e Louis la guarda in un modo che sembra sottintendere l'esatto contrario. - Ho posato anch'io per lui. E se preferite portare uno chaperon...
Rose. Ricorda qualche sprazzo del loro litigio. I colori rubati, i dipinti bruciati, lo schiaffo. Iris sente la bocca serrarsi.
- Ma forse non avete nessuno che possa essere adatto? Se volete che sia presente io, sarei ben felice di accontentarvi.
-  per via della... io... - Iris indica la sua clavicola. China il capo. - Volete ritrarre questa?
- Che cosa? - interviene finalmente Louis. La sua voce  quella di un uomo istruito,  profonda, densa. - Ma no!  perch voi siete interessante. Avete una certa regalit. Il vostro viso... bello e insolito al tempo stesso. E quei capelli! Neanche una foresta di forcine riuscirebbe a domarli, ci scommetto. Assolutamente straordinari.
Iris avverte un fremito, e non sa se dovrebbe sentirsi lusingata o offesa. Prova a concentrarsi sui sandwich.
- Inoltre credo che voi siate una perfetta regina. Anzi no, voi siete la regina in persona.
Clarissa si intromette. - Sapete, sta lavorando a un dipinto. La prigionia della regina di Guigemar. Louis pu diventare ossessivo, a volte. Dimentica che il resto delle persone non sempre condivide il suo stesso entusiasmo per i componimenti medievali. In breve... - alza lo sguardo e atteggia la voce al tono dimesso di chi ripete qualcosa che conosce gi molto bene - ... una regina  tenuta prigioniera dal marito geloso. Un tale di nome Guigemar fa naufragio con la sua nave poco distante e si innamorano. Ma naturalmente la cosa non pu durare, infatti vengono scoperti dal re e Guigemar  cacciato via... ma lei annoda la camicia di lui in modo tale che soltanto lei possa scioglierla, e lui fa lo stesso con il vestito della regina. Dico bene?
Louis annuisce con la bocca piena.
- Poi lei riesce a scappare via dal marito e si ritrova nel castello del re Mriaduc, che cerca di sedurla, ma lei lo respinge. Un giorno, per caso, la regina incontra Guigemar in occasione di un torneo e gli rivela la sua vera identit sciogliendo il nodo della camicia di lui - almeno credo - e cos lui mette il castello del re Mriaduc sotto assedio e la salva. Come me la sono cavata con il riassunto, Louis?
- Pu andare, - risponde il fratello accompagnando le parole con un tamburellio delle dita. - E noi siamo qui per salvarvi dal re Mriaduc.
- Da chi?
Louis sbuffa. - Da quella megera dai capelli grigi, con la bocca stretta come il didietro di un cane.
- Oh! Mrs Salter -. Iris nasconde la sua risata con un colpo di tosse. Poi rivolge lo sguardo a Louis e dice con appena un filo di voce, quasi un sussurro: - Potete insegnarmi a dipingere?
- Insegnarvi?
Quell'incredulit risveglia ogni sua insicurezza. Iris si alza. - Sar meglio che vada. Tra l'altro sono in ritardo con la mia commissione. Grazie per il t...
- Restate ancora un po', ve ne prego, - dice Louis allungandosi verso di lei. Le sue dita si posano sul morbido interno del polso di Iris, nel punto in cui la manica sfiora il guanto. La sfrontatezza di quel gesto la lascia sgomenta. Tira via il braccio.
- Ascoltate, mi dispiace davvero, ma  molto semplice. Voi dovete essere la mia regina.
- Devo essere la vostra regina?
Lui la ignora. - L'ho capito dal primo momento che vi ho vista.
Iris sente montare l'irritazione. - Be', dal primo momento che io vi ho visto, ho capito che siete molto maleducato -. Louis ride, e lei ricorda le parole di sua sorella. Hai qualcosa di cattivo dentro. Solleva il mento. - Mi dispiace che l'idea che io possa voler imparare a dipingere vi diverta tanto...
Louis si ricompone. - Vogliate perdonare la mia impertinenza. Non me lo aspettavo, anche se credo che Miss Siddal, un'altra delle nostre modelle, dipinga anche lei. Benissimo. Uno scellino l'ora per farmi da modella e poi vi insegner a dipingere per un'ora a settimana.
- Ma vorrei imparare seriamente, non solo per passare il tempo...
Louis ride di nuovo. - Siete proprio una donna d'affari. E sia. Mezz'ora di lezione al giorno. E quando non siete impegnata a posare potrete usare i miei colori -. La guarda di traverso, e aggiunge. - Oh, Miss Whittle, dite di s, ve ne prego.
Iris si morde il labbro. Si appoggia al tavolo. Lo desidera pi di ogni altra cosa, eppure non conosce affatto queste due persone.  cresciuta tra racconti di giovani innocenti attirate con promesse mai mantenute, l'hanno messa in guardia da tutti i pericoli che sono in agguato come lupi nel buio del bosco, le hanno detto di sarte ingaggiate per lavori ben pagati in losche aziende, cameriere assunte da libertini di dubbia fama poi costrette a subire ogni genere di terribile abuso... eppure la pittura, la possibilit di imparare, di scappare... se fosse tutto vero...
Clarissa le sfiora la mano. - Ascoltate. Mio fratello si lascia talvolta prendere dall'entusiasmo.  un bambinone. Perch intanto non fate un salto allo studio, almeno per vederlo? Di certo nessuno ci vedr niente di male. E poi potrete prendere la vostra decisione.
Iris si ferma a riflettere, si aggiusta la cuffia sulla testa. Mentre prende il cesto le tremano le mani.
- Quando posso venire? - chiede.


Parte seconda

Lizzie, Lizzie, hai assaggiato
per amor mio il frutto scellerato?
Deve spegnersi dunque la tua luce,
e la tua vita andar come la mia
alla rovina e alla consunzione
per l'ossessione dei folletti?
CHRISTINA ROSSETTI, Il mercato dei folletti (1859)

Raccogliete boccioli di rosa finch potete,
il Vecchio Tempo  ancora in volo;
e quello stesso fiore che oggi vi sorride
domani sar moribondo.
ROBERT HERRICK, Alle vergini, perch facciano buon uso del tempo (1648)


Megalosauro

Albie  a bordo di un veliero che trasporta t. Oscilla e cigola al vento, le vele pulsano come un cuore che batte. Eleganti soffitti a cassettoni, amache ben tese. Sua sorella  con lui, lo tiene per mano, e Albie ha i suoi denti nuovi in bocca. Se chiude gli occhi gli sembra di sentire sul viso il morso del mare e del vento, di poter correre da poppa a prua e urlare le parole che gli ha insegnato un marinaio una volta: Ammainate le vele! Randa sopravvento! Virate! Timone sottovento! Tutto intorno a lui l'orizzonte  un mormorio infinito, una linea azzurra di mare che incontra il cielo che incontra le nuvole.
La barca brontola con pi violenza e sua sorella comincia a piagnucolare. Lo schiocco delle vele si fa sempre pi secco, pi forte, come una sonora serie di schiaffi al vento. Albie  su una barca. Su una barca. Sua sorella gli stringe pi forte la mano.
Ora Albie  sottocoperta, disteso nella sua amaca, e sopra di lui ce n' un'altra. Nella tempesta, i sussulti del vento gli schiacciano il letto - anzi no, l'amaca - sopra di lui contro il naso, folata dopo folata. Albie  su una barca. S.
La tempesta se ne va con un ruggito finale, sua sorella gli affonda le unghie nella carne, e Albie vorrebbe uccidere il vento, strangolarlo all'istante, picchiarlo fino a fargli sputare il suo ultimo alito.
Quando la porta si richiude con un tonfo, sgattaiola via da sotto il letto. Gli fa male la mano. Ha i segni di quattro livide mezzelune sul dorso.
Mentre allunga la mano verso sua sorella per ravviarle una ciocca dei capelli biondi dietro l'orecchio, lei sussulta.
- Non  stato violento stavolta, - dice Albie. - Vero?
Sua sorella scuote la testa mentre conta le sudicie monete lasciate sul cuscino. Le morde. Le conta anche Albie. Sei pence. Avr guadagnato almeno cinque volte tanto, per quando sar conclusa la nottata. Avr un bel daffare con quell'influenza che si ritrova, Albie ne  sicuro: si  spacciata per malata di tisi e ha aumentato la tariffa di un penny. Le ragazze moribonde sono le pi richieste di tutte. A quel pensiero si stringe pi vicino a lei, nasconde il viso tra i suoi capelli. - Molto meglio che lavorare in fabbrica.
Sua sorella si alza. Lui resta a letto, prende ago e filo e comincia a canticchiare. Il vecchio deposito di carbone  una stanzetta piccola come una scatola di cerini, e da dove  seduto sul letto, Albie riesce a toccare tutte e quattro le pareti. Se poi si mette in ginocchio sul materasso striminzito riesce a toccare anche il soffitto.
- Quell'ufficiale a cavallo
l'ho conosciuto in un reggimento,
quel che gli ho dato non gli  piaciuto,
e gli ho rubato i cucchiai d'argento.
Con la coda dell'occhio Albie osserva sua sorella, accovacciata sopra la bacinella d'aceto, uno sturalavandini in mano, i peli del pube in un groviglio unto. Vorrebbe tanto dirle: Andiamo via! Imbarchiamoci di nascosto e partiamo... Ma non sar sempre lo stesso? Ovunque vadano, sar sempre lo stesso. Odia questa vita. La odia a sprazzi improvvisi, incontrollati, eppure la accetta, e non la giudica in termini di felicit o infelicit ma solo di sopravvivenza, nella misura in cui riesce a tenersi alla larga dalla fabbrica o dalla cassa da morto. Ma a ogni passo pesante su per le scale sente dentro il bisogno di correre, scappare via, abbandonare tutto.
- Ti sta strangolando qualcuno?
- Si chiama cantare, - risponde Albie con voce rassegnata e ago in mano. - E comunque sono armato. Se qualcuno si fa avanti gli infilzo le palle degli occhi come chicchi di uva spina.
Albie torna al suo cucito. Con dei ritagli di stoffa sta confezionando una coccarda da regalare a Iris per Natale, ma non ha il coraggio di dirlo a sua sorella per paura che gli dia della mammoletta. Ha ripensato spesso a quella moneta che Iris gli ha infilato in mano, il che non fa che confermare la sua convinzione, ovvero che sia una specie di regina. Ricorda le sue altre gentilezze: una pagnotta messa di nascosto nel suo cesto del cucito, una trottola che era un suo gioco da bambina.
Sua sorella si infila sotto la coperta. - Dormo un po', prima che ne arrivino degli altri, - dice.
- Ohi! - Sentono sbattere alla grata della finestra sopra di loro. - Ohi, Alb... c' un cane...
- Non t'azzardare a portare un'altra volta qui dentro un cadavere puzzolente, - gli dice la sorella, ma lui sta gi correndo oltre la tenda che fa da porta alla stanza, e poi su per le scale fino alla soglia sgangherata che d sulla strada, con in mano il suo sacco per le Creature Morte.
- Quant' grave? Quant' vecchio?
- Boh! Ma  finito sotto un carro, - dice il ragazzo.
- Morto?
- No, no. Ulula cos tanto che potrebbe svegliare gli scheletri di St Anne. Ti conviene sbrigarti.
Il sole sta calando, un tuorlo sbiadito che si intravede a stento tra il fumo e la polvere di carbone. I due schizzano via, si catapultano per le strette strade del quartiere - Old Compton, Frith e Romilly - finch sentono il guaito del cane. Mentre corrono cominciano gi a contrattare - un dolce, un sacchetto di mangime per polli - e Albie acconsente a comprare all'amico un po' di zenzero candito per ricompensarlo della soffiata.
La zampa posteriore del cane  intrappolata sotto la ruota di un carro, mozzata e spolpata tanto da mostrare l'osso. Il cane si dimena nel tentativo di liberarsi, ma ogni volta che si muove i guaiti diventano sempre pi penosi. Il sangue scivola nel canale di scolo.
- Qualcuno faccia smettere di soffrire quella povera cagna, - dice un uomo. - Un paio di calci e non ci pensiamo pi.
- Lasciatela a me, - dice Albie, e si avvicina cauto alla bestiola. - Sssh, buona -. Teme che un suo morso possa farlo diventare un pazzo con la bava alla bocca. La zampa  andata; il cane pu solo morire.  un pezzo di carne viva, n pi n meno come gli scarti che il macellaio regala di nascosto ai giovani mendicanti per compassione.
- Sei una bella cuccioletta, sai? - dice Albie accarezzandola. L'animale si tranquillizza, gli occhi bianchi di terrore. Trema. - Buona, buona, principessa.
Fa segno all'amico di passargli un sasso. Poi chiude gli occhi. Meglio cos, meglio che lasciarla morire lentamente di dolore, o sotto i calci divertiti di qualche ragazzaccio. E magari, cos facendo, chiss che non riesca a scucire a Silas qualche altro scellino, e ad avvicinarsi un po' di pi al traguardo dei suoi denti nuovi. Preferirebbe strangolarla, e ci guadagnerebbe anche di pi perch la testa resterebbe tutta intera. Ma non sopporterebbe di spaventare la bestiola in quel modo, restare a guardare gli spasmi del panico mentre il battito si fa sempre pi incerto.
Un tonfo sordo, uno scricchiolio, e poi il cane non fa pi rumore. Albie si accovaccia, ha il respiro corto. Le palpebre dell'animale fremono ancora, ma lui sa che  morto. Si asciuga il viso con la mano e gli tremano le dita mentre libera la zampa maciullata della bestia da sotto la ruota.
- Mi dispiace, principessa, - dice, ed  sincero.
Megalosauro, megalosauro, megalosauro.
Albie non ricorda dove ha sentito questa parola n cosa significhi, ma d una cadenza ai suoi passi. Se la ripete sottovoce mentre scatta e svolta per le strade, catapultandosi nel negozio di Silas a Covent Garden. Il cane che ha nel sacco  ancora caldo, povera bestiola. Un giorno far anche lui la stessa fine, il corpo steso in un obitorio, ormai utile solo a far esercitare un chirurgo. Rabbrividisce. Sua sorella gli dice sempre di andare piano, di non infilarsi come una saetta in mezzo al traffico di carrozze, cavalli e vetturini con le loro fruste d'argento.  stato cos che ha perso gran parte dei denti: sbattuto sul fianco della strada da un carro quando aveva quattro anni. Erano denti da latte, ma quelli nuovi non sono mai scesi. Si stuzzica il suo unico dente con la lingua.
Megalosauro, megalosauro, megalosauro.
Percorre l'ampio viale dello Strand, attraversa scie trafelate di impiegati in fila come formiche, imbocca un vicolo cieco, cos stretto che pu passarci a malapena una persona - trattiene il fiato, perch l'odore  nauseante -, ed entra deciso nella bottega di Silas. C' una piccola insegna accanto alla porta, e Silas gli ha detto che serve ad avvertire i clienti di bussare e suonare, e cos lui tira il filo che si collega al campanello e batte forte sulla porta. Il negozio  scuro come il carbone, niente candele alle finestre, non c' anima viva nei paraggi. Solo il miagolio di un gatto che si fa le unghie su un muro.
- Chi ? - chiede Silas. Ha un'aria ancora pi smunta del solito, lo sguardo nervoso. Scruta Albie con attenzione, poi il vicolo, poi di nuovo Albie. Si tormenta una ciocca di capelli.
- Stavolta ho un vero gioiello, - dice Albie, ma sa benissimo che non  il suo bottino migliore. - O almeno avevo per le mani un diamante, solo che ho dovuto lanciarlo a un cagnaccio che mi stava alle calcagna.
- Di che si tratta?
Albie si gratta la testa. - Se non ricordo male era un megalosauro, di quelli piccoli, ma mi sa che ormai dovete farne a meno -. Alza le spalle, ma sembra che Silas non abbia sentito le sue parole. - Per aspettate di vedere cosa ho, signore...
Fa una pausa, ha paura che il cane possa suscitare nient'altro che sdegno, perch vede che l'attenzione di Silas  gi debole. Ad ogni modo stringe la bestia con entrambe le mani, la tira fuori dal sacco e alza gli occhi con aria speranzosa. La dentiera d'avorio costa quattro ghinee e lui ha messo da parte solo dodici scellini. Di questo passo rimarr senza denti almeno fino ai trent'anni.
Silas non dice nulla. Sembra trapassarlo con lo sguardo. Albie prosegue, anche se la sua voce cantilenante  meno vivace del solito. - Signore, un esemplare freschissimo, appena morto. Non si  ancora irrigidito, pensate che bello scheletro, ogni cosa al suo posto, signore. Bella pelle per fare guanti, pelo per le guarnizioni. E le ossa... potreste intagliarle, signore, farci fischietti, pettini o chiss cos'altro, o magari tasti di pianoforte... oppure...
- Quella ragazza, - lo interrompe Silas colpendogli la mano con uno schiaffo.
Il cane cade a terra, e Albie lo raccoglie. Gli accarezza involontariamente la testa. - Che ragazza?
- Lo sai -. Si tocca la clavicola, e Albie cerca di atteggiare il viso a una smorfia confusa, bench abbia capito all'istante.
- No so di chi state parlando, signore.
- La ragazza che lavora da Mrs Salter. Iris.
Albie arriccia il naso e fa finta di grattarlo. - Non mi pare di ricordare nessuno con quel nome, signore. Proprio no.
- Al cantiere della Grande Esposizione. Sei stato tu a presentarci, dannazione!
- No... ve lo sarete immaginato, - insiste Albie, sperando di far leva sul modo distorto, illusorio, che l'uomo ha di vedere il mondo. - Non vi ho presentato nessuno, signore. Forse l'avete sognato. Non conosco nessuno con quel nome. Nessuno.
Ma Silas guarda oltre il ragazzo, strattona la sua ciocca di capelli, si morde le labbra gi tormentate.
- Ve l'assicuro, signore, non avete incontrato nessuna ragazza.
Non arriva risposta.
E Albie sa che non  un buon segno.


Corrispondenza

La Fabbrica, 6 Colville Place
2 gennaio
Alla regina di nessuno,
porgo le mie scuse:  trascorso pi di un mese da quando ci siamo visti. Durante questo periodo sono stato chiamato a Edimburgo per due volte, e sono stato atrocemente malato. Ma non temete: ignorate pure l'invito a presentarvi vestita a lutto e con tanto di piuma nera di struzzo, perch la mia adorata Guinevere mi ha accudito fino a restituirmi una rosea e completa salute. Mia sorella  stata alquanto scortese, convinta com'era che soffrissi di una condizione tipica degli ipocondriaci. Ma se aveste sentito gli squassanti colpi di tosse che affliggevano la mia debole figura, sono certo che persino voi mi avreste usato misericordia.
Vi scrivo per dirvi di scappare immediatamente da re Mriaduc, dalla vostra carceriera! Non sono mai stato tra quelli che osservano il giorno del Signore (non certo il minore dei miei tanti difetti), cos se potete rinunciare alle vostre genuflessioni e compagnia bella, attender una vostra visita il dodici di questo mese.
Portate un saggio dei vostri disegni ecc. e vi fornir una prima, breve lezione.
Chieder a Clarissa di presenziare all'incontro.
Vostro ecc. ecc.
Louis Frost PRB
Emporio di bambole di Mrs Salter, Regent Street
2 gennaio
Egregio Mr Frost,
sono lieta di sapere che vi siete ripreso. Chi  Guinevere? Posso prendermi un'ora domenica, dopo la messa, non pi tardi delle tre. Come abbiamo discusso durante il t, verr all'incontro solo per curiosit ecc. Non posso farvi da modella. La mia padrona e i miei genitori non lo permetterebbero, dunque vi prego di non riporre le vostre speranze in una mia risposta affermativa.
Distinti saluti,
Iris Whittle
La Fabbrica
La casa  pi trasandata e allo stesso tempo pi elegante di come Iris se l'era immaginata: un edificio alto e stretto in mattoni, con l'aria di un damerino andato in malora. Le finestre si affacciano squadrate. Una  rotta. Felci e palme strabordano da ogni possibile varco, spuntano dai davanzali, da vasi e fioriere di terracotta, dai fianchi di ceste appese. La via cosparsa di paglia  a malapena transitabile e quando arriva un carro trainato da cavallo Iris  costretta a rannicchiarsi contro un vaso, con fronde di felce a solleticarle il viso.
Dopo che il carro riesce finalmente a girare l'angolo, Iris si schiarisce la gola e si guarda il vestito. Indossa una piccola coccarda di seta appuntata sul petto, un regalo di Natale da parte di Albie, e ne liscia i margini sfrangiati. Gratta via una macchia di minestra dalla manica dell'abito.  il suo completo migliore, un cotone azzurro ormai ingrigito. Una volta le piaceva il modo in cui le segnava il girovita, le piacevano le maniche ben sagomate che le snellivano le braccia. Ora invece le sembra di assomigliare a una povera zitella, di certo non la persona che ci si aspetterebbe di trovare davanti a dei deliziosi e perfetti sandwich al cetriolo o a una panna cos densa da farle venire il mal di pancia.
La sua mano indugia davanti al campanello, poi legge la targa appena sotto.
- La Fabbrica. PRB. (Premere Risolutamente il Bottone).
Iris sorride per quella astuta linea sottile che separa i pochi eletti che conoscono il significato della sigla, dai poveri esclusi che lo ignorano. Pre-Raphaelite Brotherhood. Prova un breve moto d'orgoglio all'idea di far parte di quella confraternita ristretta. Lei lo sa perch glielo ha detto Clarissa. Sua sorella invece no. Solo chi pu infiorettare i propri discorsi con parole come i critici, la Royal Academy e la mostra conosce certe cose. Tuttavia lei non pu arrogarsi nessuna pretesa. Il dipinto che ha in mano, infilato in una guaina di tessuto rubato a Mrs Salter,  sgualcito dal vento.
- Avete intenzione di suonare il campanello o preferite fare lezione in strada?
Iris fa un balzo all'indietro, inciampa su un vaso e sbatte la punta del piede. Il dolore  una fitta penetrante. Si guarda intorno.
- Quass, Miss Whittle, - si sente chiamare. Louis la saluta dalla finestra del primo piano.
- Io... stavo giusto per suonare il campanello...
- Ma se siete l da almeno cinque minuti! Ammetto che stavo per tradirmi quando ho visto passare quel carro a tutta velocit. Credevo voleste brucare la pianta del mio vaso.
- Mi stavate osservando? - Iris arrossisce.
- Vi stavo studiando, direi. Un artista deve saperlo fare,  importante. Scendo subito da voi.
Iris ha preparato le parole da dire. Non sono ancora la vostra modella, non sono certo qualcuno che potete fissare di nascosto per cinque minuti! Ma quando la porta si apre, Louis le sorride e il suo risentimento si scioglie. Inala l'odore di trementina, cera e olio di semi di lino. I tappeti sono lisi, al lampadario mancano gran parte delle gocce, ma le pareti sono ricoperte di dipinti, alcuni terminati altri a malapena iniziati. L'ingresso  tinteggiato di un azzurro acquitrino piuttosto insolito, e una fila ordinata di piume di pavone  disposta tra la modanatura intorno alle pareti e il soffitto. Ci sono dorature ovunque: i battiscopa, i telai delle porte, le ringhiere e i montanti della scala a chiocciola.
Iris vorrebbe fare con calma, ma Louis sembra incalzarla.
- Vostra sorella  qui, Mr Frost?
- Clarissa? Oh, no. Ha le sue peccatrici da salvare. La Marylebone Society. Evidentemente qualche poveretta aveva bisogno di aiuto. E vi prego, chiamatemi per nome. Non sopporto queste assurde, inutili buone maniere.
- Ma...
- Lo so, lo so. Le avevo chiesto di farvi da chaperon. Ma vi prometto che ve ne andrete da qui senza aver sacrificato nulla all'altare di Venere.
Iris sente una morsa nel petto. Vorrebbe trovare un modo per dirgli, educatamente, che dovrebbe desistere da certe maliziose insinuazioni, che lei  l solo perch vuole imparare a dipingere, nient'altro. Altre modelle potranno anche comportarsi da prostitute, ma lei  diversa: si terr ben stretto il gioiello prezioso della sua rispettabilit. Ed  allora che capisce di ragionare come se avesse gi accettato di posare. Non  cos. Non accetter. Forse.
- La vostra servit  presente?
- Servit? - Louis gesticola in aria con la mano. - Non sopporterei di avere sempre qualcuno tra i piedi. Una donna delle pulizie una volta a settimana  tutto ci di cui un gentiluomo ha bisogno, oggigiorno -. Indica la stretta scala. - Venite, vi faccio visitare lo studio.
Iris non ha mai conosciuto nessuno come lui. Il che la fa sentire molto emancipata o molto intimidita, non sa bene quale delle due. Di certo  il genere di persona che  abituata a fare le cose a modo suo, che si fa vanto di scioccare gli altri con le sue opinioni, e la cosa le procura una gioia perversa: lei non gli dar la soddisfazione di farsi vedere offesa. Sar lei a divertirsi mettendogli i bastoni tra le ruote e fingendo di rimanere impassibile davanti ai suoi commenti.
- Noto con piacere che non siete pi a un passo dalla tomba, - dice Iris.
- Devo riconoscere il merito della mia rapida ripresa alle cure amorevoli di Guinevere.
- Una creatura alquanto generosa, sembrerebbe, - dice Iris, e il saperlo sposato la rasserena. Rende le cose molto pi semplici.
- Lo  eccome. Ma si  mangiata tutto il mio dolce di Natale e ora non  certo la modella perfetta. A dire il vero la conoscerete tra poco.
- Oh?
Louis le fa strada sulle scale e oltre una porta. - A voi lo studio, signora. L'ho riordinato per l'occasione.
- Riordinato? - Iris mette un piede sopra una conchiglia di mitilo e lo ritrae di scatto.  come se la stanza fosse stata fatta girare a mo' di mappamondo, creando un unico mucchio di tutto ci che era contenuto in scaffali e cassetti. Un orsetto imbottito giace da solo in un angolo sotto una coperta di giornali. Alla parete sono appesi un paio di specchi convessi. Lo studio  pieno di ciarpame fino all'orlo.
- In effetti, io e mia madre non siamo mai riusciti a metterci d'accordo su cosa significasse davvero la parola ordine. Che suono orribile! E quanta mediocrit, quando tutto  sistemato proprio come dovrebbe essere. Non vi pare? Non ho mai creduto nella catalogazione: mettere libri da una parte, posate dall'altra e compagnia bella.  il segno di una grave mancanza di gusto e immaginazione.
Mentre lui parla, Iris cerca di abbracciare tutto con lo sguardo. Lancia un'occhiata al cavalletto, striato di colore.
- La mente di chi tiene in ordine  un misero ordigno meccanico. Una mente da fabbrica...
Un movimento nell'angolo la fa gridare. - Che cosa... quell'orso  vivo! Oh, buon Dio...
Louis comincia a ridere. E ride fino a doversi sorreggere sullo stipite della porta, con la bocca spalancata in un ululato muto, gli occhi serrati. - Un... un... un orso...
- Non c' proprio niente da ridere, - dice Iris, cercando di non lasciarsi impaurire dalla creatura che si sta avvicinando placida a loro. Non vuole suscitare ulteriore scherno, ma ha paura di essere assalita. Quest'uomo sembra proprio il tipo da comprare un animale pericoloso cos per scherzo, e poi farsi ammazzare. Iris arretra. - Gli avete fatto togliere denti e artigli?
Finalmente Louis riacquista il controllo e si asciuga le lacrime dagli occhi. - No! Non potrei mai! Sarebbe una crudelt troppo grande. Lei  Guinevere,  un vombato, ed  in lutto.
- Oh. Ah... capisco, - dice Iris. - E dunque non  vostra... - Sta per dire moglie, ma si trattiene. Ripete quella parola sconosciuta. - Un vombato. In lutto -. Iris vede il piccolo fazzoletto nero legato attorno al collo dell'animale e prova a nascondere con la mano una risata.
- Non ci vedo nulla di divertente, - interviene Louis. - Ha perso Lancillotto durante il Natale, anche se va detto che non erano amici. Lui gironzolava di sopra mentre lei viveva qui al piano di sotto. La sua perdita mi ha molto addolorato.
- Era molto vecchio?
- Magari -. Louis abbassa lo sguardo. - Rossetti ha pensato che sarebbe stato divertente vedergli fumare un sigaro, ma il povero Lancillotto ha mandato gi l'intera scatola, e in pi una tavoletta di cioccolato, e il giorno dopo ha tirato le cuoia. Io e Rossetti non ci parliamo pi.
- Mi dispiace molto -. Si allunga verso il vombato per fargli una timida carezza, ma non arriva a toccarne il pelo. Guinevere  massiccia come una pelosa palla di cannone bruna. -  socievole?
Per tutta risposta, Louis prende la creatura tra le braccia, sbuffa affaticato per il suo peso, e poi le fa il solletico sotto il mento.
Mentre Louis accarezza il suo animale domestico, Iris gira per lo studio cercando di imprimere nella memoria ogni minimo particolare. Il cavalletto  sistemato nell'angolo pi lontano:  un'imponente struttura screziata di vernice, ben diversa dal piccolo scrittoio dove lei  abituata a dipingere. Muore dalla voglia di vedere a cosa lui stia lavorando, ma non ha il coraggio di sbirciare. Avere una stanza come quella, uno spazio cos grande per dipingere! Ma se la sua famiglia la vedesse ora, sola con un artista non sposato, mentre valuta l'idea di fargli da modella...  inseguita dal proprio riflesso sugli specchi, e ha la sensazione di essere osservata, o addirittura le sembra, per una frazione di secondo, che nella stanza ci sia anche Rose.
Studia gli scaffali pi da vicino, mensole su mensole traboccanti di ogni sorta di curiosit. Vorrebbe prendere in mano tutto quanto, sentirne il peso, scoprire i tesori che nasconde. Conchiglie perlacee, teschi, uova decorate, un nido d'uccello, e poi altri oggetti pi voluminosi: un'armatura e una cotta da cavaliere, un gargoyle in pietra, e grandi busti e tronchi in gesso. Fa scorrere il dito lungo il bel profilo di un senatore romano, e poi solleva una mano di marmo.
- Oh! Meglio che la rimettiate a posto, - dice Louis riprendendo l'oggetto.
-  molto fragile?
- Nient'affatto... ma  di inestimabile valore. Ecco... l'ho presa in prestito dal British Museum.
- Non credevo si potesse fare.
Louis si muove nervosamente. - Be', diciamo che non ho chiesto il permesso.
- Quindi l'avete rubata? E se vi avessero scoperto?
- Ero certo di farcela. Sarei un ottimo ladro professionista, se volessi. Ho chiesto a Rossetti di distrarre il custode. Millais non avrebbe mai acconsentito -. Parla accompagnandosi con grandi gesti. - E non  certo un furto, se la restituisco.
- La vostra logica non fa una grinza, - dice Iris, prendendo in mano una lucida piuma di pavone e fissando gli azzurri, i verdi e i viola del suo disegno. Il nero e l'oro richiamano gli occhi di Louis.
- Vedo che non approvate.
- Io? No...
- Voi non rubereste mai.
- Come fate a saperlo? - dice Iris, ma senza guardarlo negli occhi.
- Dimostratemelo -. Le si avvicina di un passo.
- Perch?
- Be', la vostra risposta  la conferma che cercavo. Quanto siete rigida!
- Non  vero! - Iris incrocia le braccia. Eppure sente la sua vicinanza, l'odore d'olio che gli impregna gli abiti. Prova un fremito, non sa ancora se di panico o di eccitazione.
- Be', finch non mi dimostrerete il contrario, temo che continuer a pensare a voi come a una integerrima e delicata donnina.
- Una delicata donnina? Non mi conoscete affatto, - risponde Iris, sforzandosi di non abboccare alla provocazione.
- Certe donne lo prendono come un complimento.
- Io non sono come certe donne, - dice Iris. Ormai le si  avvicinato cos tanto che per un attimo Iris pensa voglia baciarla. Se ci provasse, lei si girerebbe dall'altra parte, eppure le batte forte il petto. Ma lui tira in dentro le labbra e si incammina verso la finestra.
- Posso vedere il vostro dipinto? - le chiede, e avvicina due sedie alla scrivania nell'angolo. - Prego, accomodatevi.
- Non  un granch, - dice Iris, con esitazione. Estrae il foglio dalla guaina di tessuto e lo stende davanti a s.
 l'unico dipinto sopravvissuto alla furia di sua sorella - quello che teneva nascosto sotto il letto - e ha tagliato la carta appena sotto il mento. Lo guarda con occhi nuovi e decide che  soddisfatta: spera che lui ne rimanga colpito.
Attende una reazione.
- Mmh, - fa lui, esaminandolo pi da vicino. -  certamente primitivo.
- Primitivo? - Glielo strappa di mano.
- Oh, calmatevi. Non  un insulto... anche se devo ammettere che dimostra conoscenze limitate in quanto ad anatomia, proporzioni, prospettiva, chiaroscuro e composizione...
Iris non sa se ha pi voglia di urlare, di piangere o di prenderlo a schiaffi. Si infiamma cos velocemente che non riesce a trattenersi. - Immagino che neanche il vostro lavoro mi andr troppo a genio.
- Pu darsi, e non sareste certo la prima. Credo che Dickens mi abbia descritto come... - assume un'intonazione consumata, quasi fosse abituato a recitare a pappagallo la recensione ormai imparata a memoria - ... un viscido mercivendolo, un ripugnante Romeo la cui odorosa Giulietta assomiglia in tutto e per tutto al cadavere di una vecchia strega stracciona. Ecco. Cos viene descritto il mio lavoro. Se siete qui per ricevere complimenti, allora vi consiglio di tornare al vostro negozio di bambole.
- Non ho lasciato il lavoro al negozio, e non ho alcuna intenzione di farlo, - dice con un tremolio nella voce. - E quel critico... ha detto proprio cos? Se fossi un uomo credo che lo picchierei.
- Be', ammetto di aver sofferto per qualche giorno. Ma stiamo facendo qualcosa di nuovo nell'arte, e ci vuole del tempo. A lui piacciono quelli della vecchia guardia, i rimbambiti, quelli senza immaginazione, senza un briciolo di originalit.
Riprende in mano il suo dipinto.
- Ho detto che  primitivo, e lo penso davvero. Ma non lo considero necessariamente un insulto. In effetti, - dice osservando il piccolo ritratto pi da vicino, - c' un che di promettente, e ammetto che non me l'aspettavo. Immaginavo di vedere qualche fiorellino insulso, di certo niente di cos naturale. Mancano tecnica e padronanza, certo, ma non avete preso mai lezioni, e poi quello che pi conta  che  un lavoro sincero -. I suoi gesti acquistano sempre pi vigore. - Vedete, il fatto di aver dipinto il vostro viso cos com', e non secondo l'immagine idealizzata di un ovale... il vostro naso, va detto, qui ricorda il profilo di una zucca, il che non rende giustizia alla bellezza dell'originale. Ad ogni modo, l'uso del colore... s, insomma, richiama quello di un manoscritto miniato.  vivo.
Iris ha infilato le mani sotto il sedere per impedire che tremino. Lui le fa cenno di avvicinarsi. - Avanti, accostate la sedia. Tra poco dovrete tornare alla vostra amata bottega, alla vostra fabbrica, ma ho promesso che vi avrei concesso una breve lezione -. Stacca uno degli specchi convessi dal muro e lo sistema davanti a lei. Vi  riflessa la stanza in tutta la sua magnifica e traboccante confusione, come il ritratto di una nuova vita perfettamente compiuta. - A volte li odio, questi specchi... mi sento come se avessi un mio doppio deforme. Ma quando dipingo riesco a vedere un oggetto in pi dimensioni. Pu addirittura trasformarlo in qualcosa di magico.
- Oh.
La voce di Louis si addolcisce. Iris intravede in lui una gentilezza che prima non aveva colto. - Vedete, sotto il naso, avete fatto il classico errore del principiante. Avete fatto qui l'ombra con un rosa pi scuro -. Iris arrossisce davanti al suo riflesso. I loro occhi si incontrano nello specchio. - Guardate bene: non  un color carne pi scuro. C' anche un po' di azzurro, una punta di rosso e del giallo. E poi gli occhi... non sono solo verdi. Guardate la profondit del colore che hanno dentro. Le palpebre li ombreggiano, ma hanno una loro sfumatura molto intensa -. Iris batte le palpebre. - Vi dispiace se faccio qualche ritocco?
Iris scuote la testa, e Louis mescola i colori fino a ottenere un azzurro chiaro che picchietta appena sotto il naso e il mento. Intensifica il verde degli occhi, poche pennellate e corregge il gonfiore del naso.
- Come fate? - gli chiede, perch le sembra impossibile che quello davanti a s sia lo stesso dipinto di prima.  molto pi reale, molto pi rassomigliante.  come se avesse fatto un trucco di magia.
- Esercizio. E avrete tutto il tempo di farne anche voi, se acconsentirete a farmi da modella. Se non sono impegnato a dipingervi o disegnarvi, potrete starvene seduta a questa scrivania e lavorare in tutta tranquillit. Potrete usare i miei colori e le mie tele. E vi far lezione al termine di ogni giornata.
Iris non parla.
- E posso anche insegnarvi a usare i colori a olio, e magari l'anno prossimo potreste presentare una vostra tela alla mostra estiva della Royal Academy. Potrebbero rifiutarla, certo -. Scrolla le spalle. - Io vivo per la pittura. Se non potessi dipingere, non so che cos'altro farei. Con l'arte  cos o niente. E in voi vedo qualcosa di affine ai nostri princip... ma lasciamo stare. La decisione  solo vostra.
Iris si guarda intorno, decisa a ritardare quanto pi possibile il momento in cui dovr dirgli di no. - Potete dirmi qualcosa di voi... della PRB?
Louis annuisce e si alza, si incammina dietro il cavalletto dove  sistemata la tela. Iris lo segue. La trama  cos fine da sembrare legno.  tutta dipinta di bianco, con piccole quantit di colore grezzo composte come chiazze sullo sfondo: il ruggine delle foglie di vite americana, il giallo della pietra. L'unica parte terminata  una colomba, in volo oltre una finestra appena tratteggiata: becco e piume sono dipinti nel dettaglio, l'occhio cattura la luce con minuscoli punti d'azzurro chiaro, di bianco. Stringe con il becco un ramoscello argenteo d'ulivo.
I profili vuoti di un uomo e di una donna sono tratteggiati con la grafite: lei  in posizione eretta mentre lui  inginocchiato ai suoi piedi e le bacia la mano. - Millais mi far da modello per Guigemar, - spiega. - Il quadro raffigura il momento in cui la salva da re Mriaduc.
A completare la tela potrebbe esserci il viso di Iris.
- La nostra tecnica  diversa da quella che insegnano all'accademia: noi usiamo colori vivaci su un fondo imbiancato, - dice, e continua a parlare, a parlare, e Iris ascolta. Ascolta con attenzione come non ha mai fatto prima in vita sua. Nessun uomo le ha mai parlato con tale franchezza, con tanta intelligenza. Louis parla come se sapesse che lei pu capirlo, e non come se si rivolgesse a un bambino o a un animaletto. Iris vorrebbe che ci fosse un modo per mettere da parte le sue parole e poterle poi riascoltare in seguito, per poter riflettere su tutto ci che sta condividendo con lei.
Le racconta che la Confraternita vuole rappresentare la natura come  veramente; che John Millais, il membro pi giovane che sia mai stato ammesso alla Royal Academy,  ora malvisto da quella stessa istituzione, ma non gli importa, perch crede nel loro movimento pittorico. Le racconta dell'importanza della mostra estiva della Royal Academy e che ruolo giochi l'altezza a cui viene appeso un quadro, che deve rientrare nella linea dello sguardo di chi osserva; e di come il loro periodo di studio all'accademia sia stato per tutti noioso, con interminabili disegni di gessi e sculture. La fa ridere raccontandole di come Millais sia stato disprezzato dagli altri studenti per il suo talento, di come una volta l'abbiano lasciato penzoloni da una finestra legato a un paio di calze di seta strette intorno alle caviglie, e che sia stato salvato da Louis che passava di l per caso. Estrae un libro con le incisioni che raffigurano gli affreschi del Campo Santo di Pisa e parla della bellezza che racchiudono, eseguite prima che arrivasse Raffaello e l'arte diventasse insincera e idealizzata. - Adesso  tutto un mucchio di bugie. Noi vogliamo dipingere Ges con i piedi sporchi, Giuseppe con una verruca sul mento - perch quella  la realt - e non insulse immagini smorte su sfondi scuri. Vogliamo far vivere le nostre opere.
- Ma se volete rendere le cose come sono nella vita reale, se dipingete con dettagli cos particolareggiati, con questa realt cos precisa, perch allora scegliete delle scene ispirate a degli ideali?
- Temo di non seguire il vostro ragionamento, - dice.
Iris indica il dipinto di un cavaliere che porge un mazzo di fiori a una dama scalza che sorride appena. - S, insomma, il cavaliere e l'amore perfetto... non dovreste dipingere invece delle scene reali che si adattino al vostro stile? L'amore vero, quello di povere ragazze abbandonate dai loro innamorati, - e il pensiero va suo malgrado a Rose, - oppure bambini che muoiono di fame per strada. A Londra c' tutta la realt che volete, tutta la vita e la sincerit.
Vede che Louis la sta guardando in modo diverso, il mento alzato. - Mmh, - commenta, e Iris si sente avvampare il collo. - Hunt sta cercando di fare proprio questo. Ma capisco il vostro punto di vista -. La guarda dritto negli occhi. - Poserete per me?
Iris si morde le labbra, spera che decidano da sole di formare le parole che lei desidera, che non tocchi a lei scegliere. Immagina Rose e i suoi genitori fermi alle sue spalle, che la spingono ad accettare. Invece dice: - Non ne sono sicura. Mi piacerebbe, ma...
- Siete sicura di non potermi fare da modella e lavorare allo stesso tempo per Mrs Salter? La Sid, cio Lizzie, intendo, la modella che spesso posa per Rossetti, ha continuato a lavorare e la sua famiglia non ci vede niente di male.
- So che Mrs Salter non me lo lascerebbe fare. E la mia famiglia non mi perdonerebbe mai.
- Benissimo -. Si allontana un ricciolo dalla fronte. - In quel caso avreste abbastanza soldi per potervi permettere una stanza tutta per voi. C' un posto per sole donne in Charlotte Street, una struttura assolutamente rispettabile che chiede due scellini a settimana. Guadagnereste quella cifra in due ore. Con il tempo potreste addirittura ricavare qualcosa dalla vostra arte. Ma forse non volete farlo.
Le balena in mente il pensiero di Rose e dei dipinti bruciati, il cane di porcellana, il suono della pip di sua sorella che scende sul catino.
E poi si immagina una piccola mansarda, un vaso da notte tutto suo. Un po' pi di riservatezza. E soprattutto la possibilit di dipingere ogni giorno, circondata da artisti. Un suo lavoro in mostra alla Royal Academy. Prende una piuma da un ripiano e se la rigira tra le mani.
- Capisco, - dice Louis alla fine. - Non tutti tengono cos tanto all'arte da fare sacrifici in suo nome. Non posso certo farvene una colpa. Vorr dire che trover un'altra regina, anche se mi dispiace. Lo dico per il bene della vostra pittura.
- No... - lo interrompe Iris bruscamente, desiderando con tutta se stessa di restare in quella stanza.  come se dentro avesse un'ancora che la immobilizza, che le fa venire voglia di supplicare: Non lasciatemi andar via, n ora n mai. Fatemi stare qui...
- Accettate?
Non ha mai potuto concedersi il lusso della scelta, prima, non ha mai creduto di poter decidere della propria vita, indirizzarne il corso. Prova un senso di vertigine. Pensa al viscido facchino che il futuro ha in serbo per lei, agli stufati, alle mani rosse e screpolate per la fatica, e poi a questo. A una vita completamente diversa. Alla pittura. A Louis.
Annuisce quasi impercettibilmente, poi giunge le mani. - S, s, accetto. E voi mi insegnerete a dipingere?
- Ve lo prometto.
Discutono tutto nei minimi dettagli: le sue dimissioni, il compito di Clarissa di chiedere informazioni all'ostello femminile, una possibile data di inizio di l a una settimana. Lui la aiuta a recuperare cuffia e scialle, e Iris non riesce ad abbottonarsi i guanti per l'entusiasmo.
Quando varca la porta e si ritrova fuori, l'aria  fredda e il suo fiato si compone in uno sbuffo. Sente il rumore di una finestra che si apre, e alza gli occhi.
- Addio, mio cara regina! - esclama Louis, e Iris ride.
Mentre percorre la strada prova a nascondere la sua andatura curva.  difficile muoversi senza piegarsi di lato: la mano di marmo  pesante. Almeno non penser pi a lei come a una delicata donnina. Trattiene un sorriso.
-  bientt!
Iris saluta con la mano.
- Oh, chiedo scusa, - dice andando a urtare un passante.
La gioia di Iris, il calore che sente dentro, si congela all'istante.
- Rose... io...
La rabbia ha irrigidito sua sorella, le ha fatto sollevare quel mento che di solito tiene sempre chino e nascosto. Ha le mani bianche, il naso rosso per il gelo dell'attesa all'aperto.
- Spero che il tuo, di galantuomo, ti abbia pagato bene, - dice, e la sua voce  una lama affilata.


Due lettere

32 Belgrave Square, Londra
Cinque di gennaio 1851
Egregio Mr Reed,
vi scrivo per conto del Comitato locale di Londra della Commissione per la Grande Esposizione, in riferimento alla corrispondenza da voi inviata sia a noi sia al Comitato locale di Stoke-on-Trent in data 16 giugno, 27 luglio, 18 agosto, 8 settembre, 29 settembre ecc. Vogliate scusare il ritardo di questa nostra risposta: come certo comprenderete, abbiamo ricevuto diverse migliaia di domande, soprattutto se si considerano le dimensioni della nostra pulsante metropoli, nonch il ruolo di Stoke-on-Trent quale centro d'eccellenza nella produzione industriale.
Siamo interessati a esibire la vostra Vetrata di lepidotteri all'interno della Sezione XIX denominata Tessuti, Merletti e Ricami a condizione che possiate confermare di esserne il legittimo inventore e produttore, e che vogliate mettere a disposizione il vostro lavoro per tutta la durata dell'Esposizione. Per verificarne l'effettiva idoneit, dovrete portare il vostro prodotto al sottoscritto, in quanto membro del Comitato locale di Londra, al mio indirizzo privato presso il 32 di Belgrave Square, Londra, nella mattinata del giorno 8 di questo mese. Tale improvvisa disponibilit  data dal fatto che diversi inventori non sono riusciti a completare il proprio lavoro nei tempi previsti.
In aggiunta a un campione del vostro prodotto, siete pregato di portare anche una breve relazione che riassuma il tipo di lavoro svolto ed eventuali finalit particolari. Per fornirvi un esempio, l'articolo 218  descritto in questi termini: Copritavolo, ricavato da 2000 pezzi di tessuto disposti a formare 23 personaggi, in parte storici in parte d'invenzione. Il disegno e l'esecuzione sono unicamente frutto del lavoro dell'espositore, che vi si  dedicato nel tempo libero per gli ultimi 18 anni.
Con i migliori ossequi,
Thomas Filigree
Membro Comitato locale di Londra, Commissione per la Grande Esposizione delle Opere dell'Industria di Tutte le Nazioni
Seabright Street
7 gennaio
Cara Iris,
siamo rimasti molto turbati dalla tua visita di ieri e dalla tua decisione di lasciare il tuo buon impiego presso la bottega di Mrs Salter. Ci rammarichiamo per la tua scelta e ti preghiamo (con tutte le nostre forze) di ripensarci. Non  troppo tardi. Siamo convinti che tu sia stata ignobilmente sviata, e attirata con l'inganno verso una strada che non pu essere tuo desiderio intraprendere.
Restiamo fermi nella nostra decisione. Per te abbiamo fatto tutto ci che era in nostro potere, ti abbiamo fornito un'istruzione ben al di sopra delle tue condizioni, ti abbiamo sostenuto durante l'apprendistato e pagato le dovute commissioni senza mai lamentarci. Ti abbiamo cresciuto da persona onesta e con una solida morale cristiana, e ti abbiamo persino presentata a un potenziale pretendente e lavoratore rispettabile (il cui interesse nei tuoi confronti, inutile dirlo, cesser di esistere non appena sapr della disgrazia che hai deciso di infliggerti), e dunque il modo in cui hai deciso di ripagare la nostra bont ci ferisce profondamente.
A chi ti rivolgerai, ci domandiamo, quando sarai rovinata una volta per tutte? Siamo addolorati. E siamo addolorati anche per tua sorella, le cui gi misere possibilit saranno ulteriormente ridotte dal disonore che porterai su questa casa. Pensa almeno a lei, che ha gi sofferto tanto.
Se deciderai entro domani di ritornare sui tuoi passi, noi ti perdoneremo tutto quanto, e promettiamo solennemente di non parlarne mai pi, n di ricordarti quanto sia stata vicina a compromettere una volta per tutte la tua vita, la tua reputazione e il tuo futuro. Se sceglierai diversamente, sappi che non ci sar pi posto per te in questa famiglia, n ora n mai.
Ti restituiamo l'anticipo che hai ricevuto dal tuo nuovo datore di lavoro. Questi soldi sporchi puoi tenerli per te.
Perch questo mio figlio era morto ed  tornato in vita, era perduto ed  stato ritrovato.
Preghiamo affinch ritrovi la tua strada e torni a essere nostra figlia.
Con affetto,
Tuo padre e tua madre


Pettirosso

- Ti prego, sorella, - dice Rose.  la sera che precede la partenza di Iris, e il viso di Rose trema per lo sforzo di non piangere. I pochi vestiti di Iris sono ripiegati in una piccola borsa nell'angolo, un gelido promemoria di come la notte che sta per scendere sar l'ultima che trascorreranno insieme.
- Ti prego, - ripete.
Se la risolutezza di Iris si  fatta pi coriacea, la superbia di Rose ha invece ceduto e finalmente lasciato posto alla supplica. Smettila, vorrebbe dirle Iris, e avrebbe voglia di scatenare un litigio solo per alleggerire la separazione e il senso di colpa che le hanno perfino tolto l'appetito. Vede le unghie di sua sorella, morse fino a farle sanguinare. Rose sta fissando la borsa come se volesse convincerla a disfarsi da sola, in modo che la sottoveste di ricambio di Iris possa infilarsi di nuovo nella cassettiera, il vestito di cotone grigio agganciarsi al solito appendiabiti vicino alla porta, accanto a quello di Rose.
- Ti comprer dei nuovi colori, ma tu...
Iris non dice nulla, si limita a fermare l'ultimo giro di treccia dei capelli ed entra nel letto accanto alla sua gemella. Il crine del materasso le graffia la gamba. Prova a schiacciarlo con le mani. - Dov' quel... - dice sempre pi agitata. - Quel crine maledetto... mi tormenta ogni notte. Ogni notte! Dove si  cacciato? - e ingaggia una lotta disperata con le lenzuola, sorprendendosi prossima alle lacrime.
Rose si allunga, afferra una lunga setola nera e la tira via.
- Oh, grazie, - dice Iris, in imbarazzo, ma il suo scatto d'ira ha aperto uno spiraglio alla rabbia, e dal modo in cui escono, improvvise e appassionate, Iris sa che le parole di Rose sono state trattenute a lungo.
- Tu non capisci, - dice Rose.
- Non capisco cosa? - ribatte Iris con la stessa, pronta veemenza, e capisce quanto abbia desiderato e pregustato quel confronto finale.
- Vorrei tanto che potessi... - Rose parla con fermezza, ma sotto sotto si intuisce ancora quel tono supplice, triste, e Iris comprende, troppo tardi, che il litigio sortir l'effetto contrario, e non far altro che amplificare, non diminuire, il suo rimorso. - Tu non sai cosa si prova a essere rovinati, a vedere la propria vita andare in fumo, dedicarsi anima e corpo a qualcosa e poi perderlo. Desiderare, persino ora che lui... - le si rompe la voce. - Io so come va a finire... so che ti distrugger, proprio come...
- Non lo far, - risponde Iris interrompendola, e proprio non capisce come mai sua sorella non riesca a vedere la semplicit di ci che desidera. - Io voglio solo dipingere.
- E invece s, lui ti distrugger. E allora diventerai come me, e...
- Oh, Rose, - dice Iris allungando la mano sotto la coperta, e questa volta sua sorella  pronta a stringerla, se la avvicina al viso e la tempesta di baci, uno dietro l'altro.  una dimostrazione d'affetto cos improvvisa e feroce, cos lontana da ci che sua sorella le ha riservato in questi anni, che Iris si ritrae suo malgrado da quel contatto, spaventata da quei baci sulle nocche. Tira via la mano. - Sar diverso. Me ne vado per dipingere, non per lui.
- Stai mentendo, - le risponde Rose girandosi su un fianco e dandole le spalle. - Stai mentendo, proprio come quando hai detto che non riuscivi a trovarmi, alla Grande Esposizione. So benissimo che sei scappata via di proposito. Ti ho visto guardare indietro mentre cercavi di scappare, proprio come stai facendo adesso...
- Ma non sto mentendo, - insiste Iris. - Vorrei che tu capissi, che comprendessi cosa significa per me. Sai che dipingere  sempre stato importante, che l'ho sempre desiderato.
Rose si sfrega le guance violacee. - Di sicuro  pi importante di me. Questo me l'hai fatto capire bene.
- No, - risponde Iris, cercando di controllare le parole da dire, ma ritrovandosi poi a farfugliare. - Non significa che tra noi le cose debbano cambiare. Possiamo andare a passeggio insieme, guardare le vetrine dei negozi pi eleganti di Mayfair e magari, se non ci vediamo tutti i giorni, assomiglier di pi a com'era una volta. Oh, Rose, ti ricordi come stavamo bene?
Un fiato trattenuto all'improvviso. Rose si porta il pollice in bocca e si strappa via la pelle con i denti. Iris vorrebbe dirle di smettere, che non lo sopporta.
- Ci ho pensato. Non puoi avere tutte e due le cose. Impossibile. Se mi lasci... non ti vedr mai pi.
- Non lo pensi davvero, non ci credo.
Rose emette un verso strozzato, apre la bocca come per parlare, ma poi la richiude.
Non resta altro da dire.
Iris fissa il soffitto, guarda il motivo ripetuto sull'intonaco, simile a una conchiglia. Il silenzio si allunga: dieci minuti, trenta. Finalmente sente il respiro di Rose farsi pi regolare con il sonno. La candela  ancora accesa ma Iris decide di non spegnerla. Si gira sul fianco, osserva le palpebre abbassate di sua sorella, la piega all'ingi delle sue labbra.
Per due volte, durante la notte, scende dal letto per prendere una penna e comincia a scrivere una lettera a Louis. Vogliate perdonare il mio ripensamento. Ma ogni volta si ferma, ricordando lo studio e il suo odore chimico di colori a olio e vernici, gli specchi convessi simili a obl che si aprono su una nuova vita, e allora appallottola la carta.
Quando le prime luci del giorno cominciano a rischiarare la stanza, Iris bacia sua sorella sulla guancia. Non pu svegliarla. Rischierebbe di cambiare idea. Si veste in silenzio, quasi di nascosto, con le dita che scivolano sulle stringhe del bustino, saltano i bottoni dell'abito. Controlla che ci sia la mano di marmo.
Indossa la borsa a tracolla e si concede un ultimo sguardo a Rose. La sorprende a chiudere di scatto gli occhi. Allora  sveglia. Iris indugia sulla soglia, inspira per l'ultima volta quel nauseante odore zuccheroso, e poi si chiude la porta alle spalle.
Una volta che Iris raggiunge il perimetro del British Museum, il peso della mano le ha ormai procurato il mal di schiena. Maledice la sua stupidit per averla rubata a Louis. Quello scherzo sembra appartenere a un'altra vita, a una leggerezza con cui non sa pi convivere. Non sa bene cosa farsene, adesso. Aveva immaginato di restituire la mano a un custode, ma se poi dovesse farle delle domande, pensando che sia stata lei a rubarla?
Le sbarre della recinzione sono spesse, elaborate, alte tre volte lei e sormontate d'oro. Hanno un'aria massiccia, come se neanche Dio potesse scuoterle. Indicano che quello  un luogo di studio, di intelletto, di soldi, di uomini. Ma non solo: assomigliano alle sbarre di una prigione.
Immagina il grido Al ladro! Prendete quella ragazza!, le chiavi sferraglianti di una guardia, una cella nel carcere di Newgate. Sarebbe disposta ad accettare la prigione come giusta punizione per il tradimento commesso. Ha distrutto i suoi genitori e abbandonato sua sorella.
Colta da un'improvvisa vergogna per la piega drammatica che hanno preso i suoi pensieri, Iris estrae la mano avvolta in uno straccio. La infila tra le sbarre e la spinge pi lontano che pu oltre la recinzione. Spera che non venga scambiata per spazzatura e gettata via: era forse pi al sicuro a casa di Louis? Lui avrebbe avuto di certo il coraggio di restituirla nel modo giusto.
Nessuno si accorge di nulla.
Mentre si allontana, Iris apre ancora una volta la lettera di sua madre, quasi non riuscisse a risparmiarsi quel tormento. Disgrazia, ferisce, compromettere: quelle parole si sollevano dalla pagina, vanno a confondersi con il fumo e l'odore grasso e bollente del pesce fritto, allora Iris strappa la pagina con improvvisa violenza, e ne getta i pezzi in strada. Osserva la carrozza che schiaccia quei frammenti infangati e trattiene un impeto di gioia. Ora  libera, sta per fare ci che desidera. Sua sorella aveva ragione: le  stata offerta una scelta e lei l'ha afferrata al volo, tenendosela ben stretta. Supera di corsa un pescivendolo e, ridendo, si affretta verso casa di Louis, verso quella che sar la sua mansarda, con la borsa che le batte sulla schiena. Per la prima volta in tanti mesi, anni, forse per la prima volta in assoluto, non si sente pi stringere il petto.
Un pettirosso canta su un mucchio di ossa di pollo sminuzzate, le ali unte di grasso. Iris allunga una mano, ma l'uccellino saltella via.


Cassa da morto

Un uomo vestito in livrea blu scuro tiene aperta la porta affinch Silas possa varcare la soglia. Ha il petto gonfio e teso di un pettirosso.
- Buon pomeriggio, - dice il maggiordomo e poi, dopo una pausa intenzionale, aggiunge - signore.
Silas si tocca i risvolti del cappotto blu, di tessuto economico ma ben confezionato, e pensa a qualcosa di cortese da dire o fare, ma non gli viene in mente nulla e cos si abbassa per superare l'uscita, ritrovandosi nella verde frescura della piazza. Immacolati stucchi bianchi, ringhiere ordinate, alberi potati:  tutto cos grazioso e curato da sembrare una fila di case di bambola. Silas preferisce questa zona della citt, con la netta geometria delle sue strade. Detesta i vicoli malandati di Spitafields e Soho, dove la natura  libera di fare il proprio corso, dove uomini e donne non sono tirati a lucido, rassettati e inamidati, dove il baluginio della luce riflessa arriva da pozzanghere piene di piscio e non dall'ottone splendente dei campanelli.
I cuccioli imbalsamati e l'accurata architettura del loro scheletro sono in una cassetta di legno tra le sue braccia - quando ha incontrato Thomas Filigree gli ha detto, con una battuta provata e riprovata, di aver riesumato la creatura direttamente dalla sua cassa da morto, ma l'uomo non ha riso - e in tasca ha il ciondolo con le ali di farfalla. La Grande Esposizione esibir tutti e tre gli articoli. Pi Silas ci pensa e pi i suoi passi si fanno baldanzosi. Quando gli ha portato i cuccioli si aspettava che Mr Filigree mostrasse resistenza, e che quello si sarebbe rivelato l'ultimo, disperato tentativo di convincere il Comitato a esibire anche loro.
Invece Mr Filigree ha ammirato quell'esemplare, apprezzando soprattutto la delicatezza del minuscolo scheletro, l'intricato reticolo di casse toraciche, colonne vertebrali e ossa pelviche, le gambe sottili come fiammiferi. Ha aspirato dalla pipa e ha detto: - S, prevedo che far una bella figura nella sezione zoologica. Si dice, ma per ora si tratta solo di voci, che l'esposizione verr trasferita in una nuova sede una volta trascorsi i sei mesi, e vi garantisco che far il possibile perch ci sia spazio per una sezione dedicata alla paleontologia. Pensate ai vostri altri esemplari, oltre a questo s'intende, accanto a resti di iguanodonte o pterodattilo.
Silas ha dovuto trattenere il cuore per non farlo scoppiare.
Hanno discusso della vetrata di lepidotteri, di cui il ciondolo  solo un piccolo esempio. Sar alta due piedi e larga altrettanto. Silas racchiuder ali di farfalla tra due lastre di vetro in modo da creare un elegante disegno, simile al vetro colorato di una chiesa. Gli serviranno centocinquanta farfalle, forse di pi, e per giunta di variet diverse: occhio di pavone, atalanta, vanessa dell'ortica. Dovr sbrigarsi se vuole completare il tutto per l'inizio di maggio, anche perch fino ad aprile le temperature sono troppo rigide per le farfalle, ma nel frattempo pu preparare la struttura e spedire Albie in giro per parchi con un retino non appena il tempo migliorer. Quanto sar contento quel moccioso di avere dell'altro lavoro da lui, il suo generoso mecenate!
Mentre percorre gli ampi viali superando carrozze scintillanti, cavalli lucenti, libertini imparruccati e cani obesi portati a passeggio da servit incipriata, il successo ottenuto quel giorno gli riporta alla mente il primo riconoscimento ricevuto, la prima ghinea che gli sia mai stata messa in mano. Ma la cosa pi bella  che al centro di tutto c' proprio sua madre: se solo sapesse che il suo gesto lo ha aiutato a scappare, quando invece avrebbe voluto vederlo mangiare la polvere!
Imbottita di gin e barcollante, aveva scoperto una sera la collezione di Silas nascosta in un sacco di cotone dietro alla casa che condividevano con altre tre famiglie. Quando gli aveva scosso il sacco davanti alla faccia, chiedendogli che cosa avesse in testa, che genere di diavolerie gli passassero per la mente, Silas aveva avuto paura. Sentiva i teschi tintinnare in uno stridore acuto e allora le aveva strappato il sacco di mano ed era riuscito facilmente a scappare, perch i suoi passi non erano appesantiti dall'alcol. Aveva nascosto il sacco e poi era tornato a casa, tardi e con la coda tra le gambe, come un cucciolo che sa di aver combinato un guaio. Sperava di trovare sua madre gi addormentata.
Il giorno seguente, con un bel segno sulla guancia, si era seduto accanto a Flick ed era rimasto a guardarla mentre smerigliava i piatti appena usciti dal forno. Sarebbe fuggito con lei, se solo avesse avuto i soldi. Sua madre, con quella voce cavernosa che la faceva sembrare un uomo, aveva gi deliziato gli operai della fabbrica con la storia della collezione di Silas, urlando ai quattro venti dei teschi che aveva scoperto e del figlio mentecatto che si ritrovava, ed era stata cos divertente nel suo racconto da far ridere tutti a crepapelle.
- Un sacco pieno zeppo di teschi, tutti gialli e sorridenti. Ho un figlio che si crede la morte in persona. Sar colpa del padre. L'ho sempre detto, io, che gli ha fatto sbattere la testa quand'era neonato...
Quando Silas aveva sentito sulla spalla la mano del padrone della fabbrica, si era preparato a prenderle. Fino a quel momento lo aveva sempre e solo visto da lontano, in compagnia della moglie esigente e dei sei figli capricciosi.
- Sei tu il ragazzo con i teschi? - gli aveva chiesto l'uomo, e lo sguardo di Silas era rimbalzato dal muro di mattoni della fornace alla morbida polverosit dei piatti non ancora cotti che aveva davanti, a Flick e al cesto di pennelli per gli smalti.
Non sapeva cosa potesse significare rispondere di s.
- Sei tu il figlio pi piccolo di Mo Reed?
- Io...
- Vieni con me, - aveva detto, portando Silas in un ufficio ingombro e disordinato, con un tavolo dal piano di cuoio.
Il proprietario della fabbrica gli aveva detto che aveva sentito sua madre parlare di lui e della sua collezione di teschi. Sua moglie aveva una vetrina di curiosit in casa, vi conservava una farfalla, un pettirosso impagliato, uno scarabeo e altre assurde cianfrusaglie. Lui non era d'accordo, preferiva i lavori a punto croce piuttosto che quella morbosa e inquietante mania di collezionismo - era convinto che non fosse adatto al genere femminile, ma ormai era diventato una moda - e le signore con cui sua moglie si intratteneva avevano delle collezioni ben pi ricche, per esempio una sirena dalle Indie orientali, anche se si capiva lontano un miglio che non era altro che una scimmia a cui era stata cucita una coda di pesce essiccato. Ma non era quello il punto: il punto era se per caso non avesse voglia di mostrare un paio di quei teschi a sua moglie, che sarebbe stata pronta a pagarli nel caso li avesse trovati di suo gradimento.
Silas aveva risposto di s, a condizione che il padrone della fabbrica non ne avesse fatto parola con anima viva. N con sua madre n con nessun altro.
Il giorno in cui il quattordicenne Silas aveva venduto il suo primo teschio era stato il pi duro e il pi bello di tutta la sua vita. Da quel momento in poi aveva rimpianto ogni vendita portata a buon fine, ogni occasione in cui aveva dovuto separarsi da uno di quegli esemplari ingialliti a cui si era ormai affezionato. Ma a ogni moneta che si infilava in tasca, Silas si sentiva sempre pi vicino al giorno in cui sarebbe stato libero dalla fabbrica e avrebbe portato Flick con s. La sua famiglia non sapeva che il goffo Silas era in realt il beniamino dei salotti di Stoke-on-Trent, che veniva viziato, adulato e ricoperto di attenzioni, che il suo viso sporco e nero di fumo veniva pulito dalla servit ogni volta che si presentava sulla soglia per smerciare uno dei suoi scheletri, preparandosi cos alla fuga.
E ora, mentre un lacch in brache rosse sgomita per superarlo, Silas prova a immaginare la reazione di Iris quando le riferir la notizia della Grande Esposizione. Parla spesso con lei mentalmente, immagina il suo viso che si increspa di gioia, la mano di lei che si posa calda sull'incavo del suo gomito. Come sempre, Iris fa e dice molto poco: Silas conduce la conversazione con grande accuratezza mentre lei lo ascolta, seduta o in piedi, in timoroso rapimento.
- Ripetetemi quello che vi ha detto, - lo incita Iris. - Thomas Filigree! Un uomo di Belgrave Square. Descrivete tutto nei minimi particolari, in modo che io possa immaginarmi l con voi.
E allora lui glielo racconta, e Iris sgrana gli occhi, reclina il capo all'indietro e ride della sua battuta sulla cassa da morto e i cuccioli, e lui intravede il roseo interno della sua bocca. Le prende delicatamente il braccio, le fa strada nella sua bottega, le spiega i vari esemplari che contiene, e lei si ferma davanti a ognuno di loro, prendendoli in mano per valutarne il peso.
Dice: - Ho pensato spesso a voi, Silas... e con affetto... da quando Albie ci ha presentati, e ora la vostra amicizia - (tampona appena l'occhio inumidito) -  tutto per me, persino pi della vita stessa - (no, questo  troppo, meglio cancellare questa frase e quel principio di lacrima) -  tutto per me, e vi sento vicino come un fratello -. (Cos va meglio).
Silas batte le palpebre, si guarda intorno, sorpreso di ritrovarsi all'incrocio di Piccadilly. Sta per proseguire verso est, diretto alla sua bottega, quando invece si incammina suo malgrado in direzione opposta, verso ovest e dunque Regent Street. Se  stato giudicato all'altezza della Grande Esposizione, allora sar di certo anche all'altezza di Iris.  sicuro che lei lo stia aspettando, che speri sempre di vederlo arrivare.
Parler con Iris. Le riferir la notizia. Del resto si sono conosciuti al cantiere della Grande Esposizione, quindi informarla del fatto che sar anche lui tra gli espositori non  del tutto fuori luogo, e poi aveva detto lei stessa di voler vedere la sua collezione, giusto? Ha un tamburo al posto del cuore. Le mostrer i cuccioli, le regaler il ciondolo con le ali di farfalla. - Oh, Silas, mi sono spesso chiesta dove cercarvi, - dir lei.
Percorre il lato meno elegante della strada, il baccano gli rimbomba nelle orecchie. (- Ma che bella sorpresa! - dir, poi si ravvier una ciocca di capelli dietro l'orecchio e lo guarder ammirata).
Silas  passato davanti alla bottega molte volte, nelle ultime settimane, deviando il percorso con insulsi pretesti a ogni occasione. Ha sempre resistito alla voglia di sbirciare dentro, si  sforzato di tenere gli occhi sul marciapiede.
Ora entra nel negozio.
Vede Iris al suo scrittoio, china su uno scampolo di stoffa. Con quanta grazia sa cucire! Un minuscolo rocchetto di pizzo  srotolato proprio davanti a lei. Silas si avvicina in silenzio, sperando che lei alzi lo sguardo, e che arrivi il tanto sospirato momento in cui lo riconoscer. Un'occhiata, un sorriso...
Lei alza il capo, e Silas per poco non inciampa. Il suo viso  coperto di orribili cicatrici. Non pu essere lei,  impossibile che si sia sfigurata in cos poco tempo, eppure i capelli, la corporatura, tutto quanto... come pu essere? Il suo occhio sinistro  vitreo, acceso da un bagliore biancastro, l'altro invece  iniettato di sangue, come se avesse pianto fino a qualche istante prima. Ha un'aria di profonda tristezza.
- Iris... che cosa ti ...?
La ragazza serra le labbra.
- Non sono Iris, - dice con la freddezza di una spuma gelata. - Ma se cercate mia sorella, lei non lavora pi qui. Se ne  andata questa mattina.
- Come? Dov' adesso?
- A me che importa? E a voi?
Silas posa la scatola con i cuccioli, cercando di non lasciarsi infastidire dalle sue cattive maniere. Che differenza, rispetto a sua sorella! - Devo trovarla.  molto importante.  una mia cara amica.
La ragazza sbuffa. - Non mi sorprende affatto. Sembra proprio che negli ultimi tempi abbia stretto diverse amicizie di cui non so nulla.
Silas non capisce a cosa si riferisca. - Avete un indirizzo? Sapete dove potrei trovarla?  davvero importante.
- E perch dovrei dirvelo?
- Non ho intenzione di fare niente di male, - risponde Silas, ma poi coglie un cambio d'espressione sul viso della sorella. Capisce dalla sua smorfia disgustata che li ha scambiati per amanti. La cosa lo eccita, e non dice nulla per correggere quella menzogna. - Diciamo che la conoscevo bene.  scappata via da me senza pensarci due volte, ma ora ho bisogno di vederla.
- Lo sapevo, - dice la giovane, strapazzando uno scampolo di stoffa tra le dita, e Silas gode di quel fraintendimento. - Potete pure intromettervi, per quanto me ne importa. Datele un bello spavento. Fate una sorpresa al suo ultimo amoureux.
Silas non sa cosa significhi quella parola, e fissa la pila di capelli di bambola che  sul tavolo davanti a lei, sperando di ricevere l'informazione di cui ha bisogno. - E dove...
- Al numero sei di Colville Place, - dice. - Potete trovarla l.
Silas riprende la cassetta. - Grazie...?
- Rose.
- Rose. Grazie.
Colville Place  una stradina stretta, le case si accalcano l'una sull'altra. Gli edifici sono alti - ben quattro piani - ma non pi larghi di una stanza, o almeno cos sembra. Diversi di questi edifici a schiera sono negozi o botteghe; un falegname, un fabbricante di candele.
Vorrebbe bussare alla porta, ma poi ci ripensa. Immagina che Iris lavori in quella palazzina come sguattera o qualcosa di simile, che sia guardata a vista da un'anziana vedova, e non abbia il permesso di ricevere visite. - La Fabbrica. PRB. Premere... risolutamente... il bottone,- legge attentamente. Ecco allora cosa significano quelle iniziali, quando ha sentito quegli artisti urlarle in Dolphin Street. Ma perch mai gridavano di premere bottoni? Sar qualche gergo di strada parlato dai giovani alla moda.
Silas si siede ad aspettare sulla soglia di una vetrina abbandonata, le ginocchia giunte, la cassetta di legno appollaiata in grembo, la mano che giocherella con un bottone.  quasi dirimpetto alla casa dove Iris sta lavorando. Per distrarsi scruta la vetrina rotta del negozio. Si esercita a ripetere la sua presentazione. Rimarr colpita dal fatto che sia riuscito a trovarla, ne  convinto.
Qualcuno comincia a suonare il pianoforte.  una melodia triste, malinconica. A volte Silas fa capolino in qualche chiesa, ascolta il tuono dell'organo, il ronzio dei violini, del coro. Si immagina che Iris sia il tipo di persona che si lascia commuovere da un requiem: un'anima gentile, femminea. Si domanda se non possa essere addirittura lei, la persona che sta suonando. Pensa alle sue dita affusolate che rincorrono su e gi la freschezza dell'avorio, pensa alla curva della sua schiena.
Aspetta, aspetta e poi aspetta ancora, armeggiando e scattando in piedi ogni volta che sente dei passi in strada. Non  mai lei. Ma finalmente, proprio quando comincia ad avere cos freddo e fame da considerare l'idea di allontanarsi per comprare una patata arrostita o un dolcetto, ecco che arriva, da dietro l'angolo che si affaccia su Colville Place, pi alta di come la ricordava, un'aria meno smarrita.  sorpreso dalla forza delle sue spalle.
Silas d un buffetto alla sua cassa e si alza. Lei gli passa davanti. Lui la chiama.
- Miss... Iris?
Lei si volta. Non c' sorriso, neanche l'ombra. Silas si inumidisce le labbra, deglutisce.
- S? - fa lei, ma intanto si guarda intorno. (- Silas, siete arrivato finalmente -). - Mi dispiace molto. Non ricordo...
Di tutte le risposte possibili, questa non l'aveva immaginata. Era cos sicuro che anche lei non lo avesse dimenticato. - Io... io mi chiamo Silas -. Lei ha ancora la fronte accigliata. Di l a breve rider, finger che sia tutto uno scherzo. Ma Silas continua, per prudenza. - Ci siamo conosciuti alla Grande Esposizione. Il mio amico Albie...
La fronte resta aggrottata. No, pensa abbassando lo sguardo sulla cassetta dei cani, non era uno scherzo.
- Ma s. Certo. Ora ricordo -. Lei resta in attesa. Silas non dice nulla. Poi lei riprende: - Be', posso esservi utile in qualcosa? Albie si  forse ammalato?
- Oh, no,  solo che... mi hanno appena accettato alla Grande Esposizione -. Fa un cenno rivolto alla cassetta. - O meglio, non hanno accettato me, ma uno scheletro, un cucciolo imbalsamato e una vetrata... cio, una vetrata di farfalle. Il cucciolo, anzi i cuccioli, sono qui. Siamesi -. Si schiarisce la gola. - Nella loro cassa da morto, come la chiamo io. E quando la apro,  come se venissero riesumati.
Iris ha un'aria perplessa.
-  solo... una mia battuta. Bene... - prosegue Silas con voce appena tremula.
- Devo proprio andare, - dice lei, indicando il numero sei con un cenno del capo. - Sono uscita solo un momento per comprare una candela.  stato un piacere...
Silas interviene, troppo in fretta: - Quando ci siamo conosciuti, mi avete detto che avreste voluto vedere la mia collezione, e mi domandavo quando sarebbe pi comodo per voi farmi visita?
Iris si guarda intorno, poi parla lentamente. Con educazione. Un'educazione impeccabile, e allora Silas capisce che si ricorda a malapena di lui, e che magari non ha nessuna voglia di fargli visita, e che potrebbe dire di s solo per non ferire i suoi sentimenti. E allora? Gli balena in mente un pensiero, chiaro e nitido come un cristallo. Bene, gli dice una voce, allora vuol dire che dovrai ucciderla. Quasi ride di s. Che pensiero assurdo.
- Be', se dovessi passare da quelle parti... Si sfiora una coccarda appuntata sul vestito.
Silas si agita. - Verrete domani?
- Domani?
- Venite alle cinque -. Infila la mano in tasca, estrae il ciondolo con le ali di farfalla e glielo porge. - Potete tenerlo.  per voi.
Iris guarda quel paio di ali azzurre, la macchia bianca e marrone al centro. - L'avete fatto voi?
- S.
- Oh -. Non aggiunge altro, non sembra preoccupata della deserta distesa di silenzio che aleggia su di loro. Accarezza il ciondolo con il pollice, ma sembra quasi non accorgersene. Silas intuisce la forma della sua clavicola sotto il tessuto. Gli piacerebbe sapere che sensazione d quell'osso sotto la pelle.
- Posso mostrarvi come confeziono le farfalle, se desiderate, ma i miei altri esemplari sono molto pi interessanti. Il mio negozio... si chiama La Bottega di curiosit antiche e moderne di Silas Reed.  in fondo a una stradina secondaria molto silenziosa, lungo lo Strand. Potete chiedere indicazioni a qualunque impiegato o giovane scrivano.
Lei annuisce, ma non sembra concentrata. - E voi siete Mr Reed?
- Potete chiamarmi con il mio nome di battesimo, Silas.
- Silas?
- S, - dice lui, cercando di mandare gi la delusione. Albie li aveva gi presentati, dopo tutto, e poi lui ha anche ripetuto il suo nome una volta, durante la conversazione, eppure lei non se lo ricorda affatto.
- La Bottega delle curiosit di Silas, domani alle cinque, - ripete lui.
- Benissimo. Grazie del regalo.
- Di nulla, - risponde Silas, ma lei si  gi voltata per andarsene ed  come se la terra gli si alzasse sotto i piedi, come se fosse naufrago tra onde alte e nere, alla deriva.


Gommagutta e robbia

- Provate a non muovervi, per favore, - dice Louis, tamburellando con la matita sui denti.
- Ci sto gi provando, - risponde lei. Si mantiene in posa, un braccio sollevato, l'altro ripiegato sul davanti. Indossa un lungo abito verde con una cintura legata lenta intorno alla vita. - Se mi prendessero l'immagine non verrei neanche sfocata. Potrei essere scambiata per il dagherrotipo di una defunta.
- Mia cara estinta, vi prego... il mento... ecco, cos... molto meglio.
Il cavalletto  a poco pi di due passi da lei. Louis ha una piccola lentiggine sullo zigomo, ma prima lei l'aveva scambiata per uno schizzo di vernice. Le sue ciglia sono scure in confronto al pallore del viso e ha labbra carnose come quelle di una donna.
Guardarlo la distrae dal tormento che sente nelle braccia. Nessuno le aveva detto che posare sarebbe stata una faccenda tanto lunga, noiosa, scomoda, profondamente fisica.  come se mille aghi di Mrs Salter le avessero punto le gambe. Si era immaginata distesa su una chaise longue, puntellata da cuscini, e non di stare in piedi all'infinito, tanto da far cambiare colore alla pelle.
E poi Louis la sta guardando. La sta guardando seriamente, come se fosse qualcosa da studiare, custodire, ammirare. Ha l'occhio concentrato su un piccolo riquadro della sua guancia, la matita immobile sul foglio. Il suo sguardo  intenso come il tocco di una mano.
La considera bella? Forse lo infastidisce la geometria non del tutto simmetrica del suo naso, il neo che ha sulla fronte? O si concentra solo su contorni e ombre? Prima le ha detto che un vero pittore vede il mondo come una scena: una serie di angoli e forme, un movimento da fermare e catturare. Sono tante le domande che vorrebbe fargli, e si sente di nuovo la bambina che tirava sua madre per la mano e le chiedeva perch i piccioni avessero le ali e perch lo zucchero si grattugiasse dalle canne. E poi, il rimprovero di sua madre: Seduta, zitta e buona, parla di meno, comportati di pi come Rose. Sempre a tapparle la bocca, senza mai darle una risposta.
 pi facile pensare a Louis che alla sua famiglia, e cos riporta i pensieri su di lui. Si domanda se guardi tutte le modelle allo stesso modo, con quella leggerezza dell'espressione, come se stesse raccontando una barzelletta. Ha tirato a s qualche donna, si  slacciato i pantaloni, ha stretto tra le mani le loro cosce, storto la bocca in estasi, proprio come aveva fatto il galantuomo di sua sorella? Immagina Louis che le bacia la mano, le labbra a contatto con le sue dita. Allontana quel pensiero con un battito di ciglia. Prova invece a raffigurarsi i critici che indugiano davanti ai suoi dipinti, e al disprezzo della famiglia che si trasforma in orgoglio: - Un dipinto della nostra Iris in mostra alla Royal Academy! Venduto per... - (A quanto si vende un dipinto? Venti sterline? Non ne  sicura. Deve ricordarsi di chiederlo a Louis, ma forse  una domanda di cattivo gusto).
La matita di Louis accarezza la carta. Dall'altra parte della stanza le arriva il suono ruvido della spatola di Mr Millais che raschia, raschia e raschia sulla tavolozza, a ricordarle che c' anche lui. Con la coda dell'occhio scorge la forma bianca e sfuocata del teschio umano che sta dipingendo. La prima volta che l'ha visto ha pensato al viso che un tempo doveva esserci sopra, alle mandibole aperte davanti alla cena, ai denti scoperti in un sorriso o una risata. Rabbrividisce. Ora il cranio di quella persona non  che un oggetto da dipingere.
Fuori le carrozze percorrono cigolanti Charlotte Street, rimestando il nevischio in fango. La neve incornicia i bordi delle finestre. Un uomo canta, una donna grida, - Limoni a un solo penny, limoni a un penny -. Sua sorella sar alla bottega, impegnata a far passare l'ago oltre la durezza del velluto. Ognuno conduce la propria vita, e ora lei si trova l.  con degli artisti, e non se ne rammarica neanche un po'.
Dopo aver restituito la mano di marmo al British Museum, il giorno prima, si  recata direttamente alla sistemazione che la sorella di Louis le ha trovato, una mansarda in Charlotte Street, appena all'angolo con Colville Place. La padrona le ha aperto la porta della camera, le ha consegnato una chiave, e Iris si  resa conto per la prima volta di avere un letto tutto suo in una stanza tutta sua con un suo lavello e una sua toeletta.
 passata a trovare Louis per prendere in prestito due candele, e Clarissa  tornata insieme a lei, portando carbone ed esca per accendere il fuoco nel minuscolo caminetto di ferro. Insieme hanno sfregato via lo sporco dai vetri, hanno passato lo straccio sul pavimento di legno, lucidato il letto d'ottone con un po' di sputo e un pezzo di stoffa. Clarissa ha detto di essere abituata a fare il lavoro di una domestica, e ha parlato senza sosta: di Louis e della sua arte, della loro madre, della sua attivit di beneficenza che consiste nell'insegnare a cucire e a sbrigare lavori domestici a quelle che un tempo erano donne di malaffare. Quando Clarissa se ne  andata, Iris ha cercato di non pensare a se stessa come a una mantenuta, ha cercato di non immaginare lo sdegno di sua sorella nel vederla cos sistemata. Poco diversa dalla soffitta di una puttana. Si  passata le mani sul vestito per pulirle dalla polvere, ha attraversato la stanza in meno di due passi, e si  fermata davanti alla finestra. Ha osservato una giovane farsi seguire in un vicolo da un uomo in redingote. Che cos', poi, la rispettabilit? La padrona di casa  stata chiara - niente visite maschili - quindi non  certo un bordello, quello in cui vive. Non ha mai baciato un uomo, sua sorella e il suo galantuomo invece...
La rabbia per l'ipocrisia di Rose scaccia via il suo senso di colpa e Iris si abbandona sul letto, svegliandosi quando fuori  gi buio.
- Molto meglio, - dice Louis prendendo un pezzo di carboncino. - So che sono solo schizzi preparatori, ma siete davvero brava a restare immobile.
Con infantile innocenza Iris commenta: - Ho fatto il possibile per imitare la vostra mano di marmo.
Lui non risponde.
- La mano di marmo  pi grande o pi piccola della mia?
Ancora silenzio.
- Forse dovremmo confrontare il mio palmo con il suo?
- Perch non giudicate voi stessa? - dice Louis da dietro la tela. -  l, sullo scaffale.
Iris si gira ed eccola l: la mano artigliata, con l'aria di poter scappar via da un momento all'altro.
- Come...
-  stato un bello scherzo, - dice Louis. - All'inizio mi sono messo a cercare per tutta casa come un pazzo. Devo darvene atto: quando ho capito cos'era successo mi sono addirittura divertito. Molto astuta. Ma sapevo che l'avreste riportata al legittimo proprietario, molto probabilmente ieri mattina, e cos vi ho aspettato nelle vicinanze del museo. Dopo che avete finito di gettare cartacce in strada, io l'ho ripescata da dietro le sbarre del cancello.
- Voi... - fa per dire Iris, ma Louis  nascosto dietro il cavalletto e lei non pu vedere l'espressione che ha sul viso.
Quando arrivano le tre, la luce sta ormai calando e lo studio  illuminato perlopi dal fuoco nel camino. Louis ripone la matita, basta disegnare per oggi, e Iris fa ruotare le spalle, il corpo rigido e indolenzito per essere rimasta immobile tanto a lungo. Millais  abbandonato su un cuscino ricamato ad arazzo, e usa Guinevere come appoggio.
- Siete pronta per la vostra lezione? - chiede Louis a Iris invitandola alla scrivania nell'angolo. Le piazza davanti la mano di marmo, armeggia in cerca di un foglio di carta e un pezzetto di carboncino, poi dice, - Disegnate la mano. Disegnatela come la vedete -. Poi si siede comodamente e comincia a sfogliare una rivista. The Germ, legge Iris sul dorso.
Iris traccia qualche linea sul foglio: un semicerchio per la punta delle dita, una linea per il bordo del palmo.
- Millais, questa poesia di Christina ...
Iris osserva la neve che fuori si trasforma in grandine. Posa la matita e appoggia il mento sulle mani.
- Che cosa c'? - chiede Louis. - Perch vi siete fermata?
- Credevo che mi avreste insegnato.
- Come posso insegnarvi, se avete fatto appena due segni su un foglio?
- Non state neanche guardando.
- Che cosa vorreste che vi insegnassi, allora?
Iris guarda il cavalletto, ricoperto di spessi strati di vernice. - Potete insegnarmi a usare i colori a olio?
- Prima di camminare bisogna imparare a gattonare...
Millais sbuffa. -  proprio quello che ci diceva il nostro vecchio insegnante. Imparate prima a gattonare! Quanto lo odiavi, Louis. Non ti ricordi quante gliene dicevi? Ecco a voi Louis Frost, maestro fatto della stessa identica pasta del vecchio Perky. Non avrei mai immaginato di vedere il giorno...
Louis si alza e si spazzola i pantaloni. - Oh, benissimo allora. Vi far lezione sui colori a olio a patto che riusciate a farlo stare zitto. Vi avviso, per: domani dovete tornare a fare schizzi.
Millais fa un cenno col capo a Iris, che sorride.
- Scambio di occhiate fra cospiratori, - dice Louis, e si siede al cavalletto accanto a lei, poi strizza un tubetto di colore a olio sulla tavolozza di porcellana. - Il nostro segreto  applicare alla tela un'imprimitura al bianco di zinco. I colori li mescoliamo pochissimo, e li usiamo quasi in trasparenza in modo che si intraveda la luminosit dello sfondo bianco. Rende tutto molto pi vivido.
Iris guarda i colori che ha davanti: verde smeraldo, blu oltremare, rosso di robbia e arancio gommagutta.  come vedersi regalare un budino al caramello dopo mesi di brodaglia. - Tenete, - dice Louis consegnandole un pennello di martora. - Esercitatevi con questo.
Iris immerge il pennello nel cremisi. - E come?
- Come pi vi piace.
- Ma cosa dovrei dipingere?
Siccome lei non muove la mano, Louis aggiunge con gentilezza: - Siete libera di sbagliare. Dovete sentire cosa si prova. Dio solo sa se ne ho fatti anch'io, di sbagli.
Iris stringe il pennello e lo spinge verso il basso in un unico tratto trionfante. Accosta di nuovo il pennello alla tela e traccia segni poco pi esperti di quelli di un bambino, ma c' in essi qualcosa di sfrontato ed euforico. Pu concedersi di combinare un disastro. Lancia di sfuggita piccole occhiate a Louis, ai suoi riccioli scuri che si accendono di riflessi ramati alla luce del fuoco. Il suo dito, pi pallido della mano di marmo, sta indicando qualcosa sulla tela, e Iris dovrebbe ascoltarlo, ma non lo fa. Ricorda come le ha tenuto il polso quel primo giorno nell'elegante sala da t con i soffitti a volta, e si sfiora la guancia con il palmo per sentirne di nuovo il ricordo.
Suona il campanello e Louis si alza per andare a rispondere. Torna con in mano una lettera stropicciata.
- Chi era? - chiede Millais.
- Niente d'importante, - risponde Louis, e getta la lettera nel fuoco. Iris osserva i bordi accendersi, la calligrafia obliqua consumarsi tra le fiamme. Cara Iris, ricorda, siamo rimasti molto turbati...
- Avete intenzione di dipingere un altro autoritratto? - chiede Louis.
- Il mio primo dipinto raffigurer la mano di marmo.
- Ah, l'antico oggetto rubato. Perch?
Le ricorda la bottega delle bambole, la finta mano di gesso che Albie usa per borseggiare i passanti, un tempo della sua vita che le procura una stretta al petto. Eppure non vuole dimenticarlo: la mano  come un ponte tra le sue due vite, ma ora si limita ad alzare le spalle e rispondere: - Non c' un motivo particolare.
Iris trascina il pennello sulla tela e il colore guizza, svetta. Il silenzio della stanza  morbido come una coperta, solo il suono delle setole sul tessuto, del crepitio del fuoco nel camino. Louis sbadiglia e si stiracchia con l'agilit di un gatto. La grandine si trasforma in pioggia. Il brontolio cavernoso di un tuono. Ma loro, tre pittori, sono al riparo, al chiuso. Iris ricorda brevemente l'uomo che l'ha avvicinata ieri pomeriggio invitandola al suo negozio - Elias? Cecil? - e si domanda cosa stesse cercando di venderle.
Sente un fischio, uno sbuffo, e si accorge che Millais sta dormendo.  appoggiato all'indietro, la bocca aperta, il naso all'ins come quello di un maiale. Louis e Iris cominciano a ridere in silenzio, fino a dimenticare il motivo del loro divertimento. Iris chiude gli occhi e pensa: Non voglio che tutto questo finisca.
Se fosse tornata alla bottega delle bambole, starebbe ancora dipingendo bocche, stivaletti e unghie, e il pallido incavo delle sue braccia sarebbe ancora indolenzito per i pizzicotti di Mrs Salter.
Rose...
No.
Nell'angolo della stanza, l'orologio a pendolo suona le quattro e mezza.


Leone

Silas segue con il dito il ticchettio dell'orologio. Tra trenta minuti, alle cinque in punto, lei sar l. La aspetter seduto nella poltrona dove si trova adesso, accanto alla vetrina dei lepidotteri, con una consumata espressione di studio ed erudizione sul viso. Sentir scattare la porta, alzer lo sguardo, si sistemer il pince-nez sul naso, e chiuder ripiegandola la sua copia del Lancet, come se fosse stato interrotto nella lettura. Ha gi modificato la sua postura due, tre volte. Si  tirato all'indietro i capelli scuri, ravvivato il pallore con saponi e unguenti. Il naso, con la sua curva austera,  il tratto di s che preferisce, e ha acceso le candele invece delle lampade a olio perch la penombra gli dona.
- Iris, - dir, - che piacere. Ammetto che ero cos preso dalla lettura da aver quasi perso la cognizione del tempo -. Lei porger la sua mano senza guanto (lo stesso colore rosa pallido del salmone bollito che ha visto servire al ristorante a certi damerini), e lui chiuder a chiave la porta d'ingresso per assicurarsi che nessun cliente li disturbi.
- Ora avete la mia completa attenzione, - le dir, al che lei risponder con una risata sincera, gli occhi scintillanti mentre ammira i suoi tesori. Prender in mano il teschio di leone - forse lui la aiuter, dato che  pesante - e far scorrere la mano sopra la superficie irregolare del cranio.
- Mi aspettavo che le ossa fossero lisce, levigate, - dir lei. - Non me le immaginavo cos.  troppo spaventoso per una come me.
Nasconder una lieve risata dietro la mano, e gli dir che ha un segreto da confessare. Lui la guarder preoccupato, dicendole che spera vada tutto bene.
- Oh, s, - lo rassicurer lei, prima di rivelargli che il giorno prima, per strada, ha finto di non riconoscerlo per scherzo. - Mi  dispiaciuto, lo ammetto, assistere alla vostra delusione, - aggiunger. - Non avete capito dalla curva del mio sopracciglio che vi stavo prendendo in giro?
- Che amica crudele! - dir lui con un sospiro, agitando un dito davanti al suo viso.
Lei si sistemer sullo sgabello ai suoi piedi, e si servir di una fragola in conserva che lui ha comprato da un fornaio sullo Strand. Induger prima di mettere in bocca la sua polpa rossa e rorida, e poi masticher lentamente. Spostando il boccone nella guancia, lo pregher di raccontarle come ha ricomposto lo scheletro dei cuccioli di cane (- Quel ciondolo di farfalla  diventato il mio oggetto pi prezioso. Quanta generosit vedo in voi, quanta bont d'animo. Se solo avessi il talento necessario per costruirvi qualcosa di pari valore! -) e nel risponderle lui scorger la polpa della fragola che ha in bocca. I suoi denti saranno bianchi come raffinata porcellana, minuti e delicati come quelli di un gatto.
Silas inventa la sua storia, decide che ha avuto genitori affettuosi, ma sono morti quando lei aveva otto anni, e lei e sua sorella (affettuosa ma deforme) sono state costrette ad affidarsi alle cure di una zia caritatevole.
Lei confesser di essersi sentita sola, di aver desiderato anche lei una persona amica. Lui le dir di non essere pi riuscito a lavorare dall'ultima volta che l'ha vista, tanto immediato e intenso  il legame di amicizia che si  subito creato fra loro. Le parler della propria infanzia, dei maltrattamenti, del fumo, del caldo e del dolore alle dita e al collo, di come sperasse di poter fuggire, un giorno. E poi l'immensa, sconfinata solitudine; il disprezzo degli altri bambini. Le racconter di Flick, di come sia scomparsa una mattina dopo che erano andati insieme a raccogliere le more, e di come nessuno l'abbia pi ritrovata. Le dir che la immagina distesa a galleggiare senza vita in un fiume, i capelli rossi che la circondano come il cadavere di una volpe, le dir che ha sempre sospettato sia stata uccisa dal padre, ma naturalmente potrebbe anche non essere morta, anche se lui ne  convinto, se lo sente, pur non sapendo spiegarlo.
L'orologio continua a scandire il tempo. Un quarto alle cinque. Avrebbe dovuto chiederle di arrivare prima. Sarebbe gi l, adesso. Ogni secondo rintocca insieme al battito del cuore di Silas.
Tic.
Tac.
Tic.
Si alza, si stiracchia, e sposta la candela da un lato della credenza all'altro, valuta la nuova posizione, e poi decide che era meglio quella iniziale. Si osserva allo specchio. La cornice  fatta di piccoli ventagli di lische di trota che Silas ha incollato appena un mese fa. Ora non ne avrebbe la pazienza, la necessaria fermezza della mano. Il suo riflesso ha un leggero tremore. Si passa le dita fra i capelli, poi si asciuga l'unto sulla camicia.
L'orologio non si  quasi spostato.
Meno dieci minuti.
Guarda la lancetta scattare.
Meno cinque.
Si siede di nuovo, attento a posizionare il ginocchio in modo tale da apparire severo ma affabile. Ancora qualche istante e lei varcher la soglia come una ventata d'aria fresca.
Riprende in mano The Lancet.
- Grave forma di doppio tal... talismo, - farfuglia, - caratterizzato da atteggiamento viz... vizioso del piede e appoggio scorretto, te... tenotomia e lace... lacerazione...
Le parole fluttuano senza che lui riesca a comprenderle. Scaglia la rivista sul pavimento, poi controlla che lei non sia ancora arrivata e la raccoglie, stirandone le pagine con le mani. Finge di leggere. Sente il cuore pulsargli nelle orecchie e in gola.
Le cinque.
Vorr stuzzicarlo, farlo aspettare un po'. Il suo corpo si contorce per lo sforzo di non perdere compostezza mentre fissa la porta. Sta piovendo pi forte, l'acqua scende copiosa sulle finestre. Il ghigno di un tuono. Quando arriver sar bagnata fradicia. La strizzer come uno straccio.
- Che temporale! - gli dir. - Ma  valsa la pena sfidarlo per venire qui.
Cinque e cinque.
Si star riparando dalla pioggia, in attesa di una pausa nel temporale per poter correre. - Non potevo certo arrivare qui zuppa! Non chiederete a una signora di rovinarsi l'abito...
Cinque e dieci.
La pioggia  cessata, ma non vorr bagnarsi le scarpe. Star evitando pozzanghere come se fossero tane di coniglio, e in fondo prover piacere nel farlo attendere.
Cinque e un quarto.
Si  dovuta fermare per una missione urgente. Un bambino caduto da un pony, un gattino da trarre in salvo da una finestra molto alta. Qualcosa di moderatamente eroico, abbastanza da preservare la sua delicatezza ma allo stesso tempo giustificare la sua assenza. Ormai si star affrettando, angosciata all'idea di farlo aspettare.
Cinque e mezza.
Le  accaduto qualcosa.  stata investita da una carrozza. Distesa a terra, insanguinata, gli sta facendo recapitare un messaggio urgente affinch lui la raggiunga.
Lui aspetta, aspetta, aspetta ancora, inerte come un'ombra.
L'orologio suona le sei, le sette, le otto, e lui non si muove ancora. Siede come in catalessi. Lei arriver. Mander un biglietto. Forse  morta. Come minimo sta giocando per vedere quanto gli importi veramente.
 ormai buio e il chiasso dello Strand si  spento. E Silas sa, bench finga il contrario, che lei non verr, che non le  accaduto nessun incidente. Il giorno prima non l'ha riconosciuto, e oggi si  dimenticata. Non  uno scherzo: semplicemente non le importa nulla di lui.
Flette le dita, si alza. Attraversa la stanza fino a raggiungere il teschio di leone, appoggiato sulla credenza (Mi aspettavo che le ossa fossero lisce, levigate - che stupido, che imbecille - ora lei sta ridendo proprio come Gideon), e lo stringe fra le braccia come un neonato in fasce.
Apre la serratura della porta - lo scatto che aspetta da tutto il giorno di sentire  una beffa crudele - ed esce, respirando a fatica. Ai lati degli edifici si sono raccolti densi mucchi di fango e neve, il selciato lucido riflette il bagliore della candela accesa nel negozio. Scorge il suo viso in una pozzanghera, distorto in una smorfia grottesca. Solleva il teschio sopra la sua testa, e vacilla per un istante, prima di scagliarlo a terra. Si spezza in tre: mandibola e cranio diviso in due met. Si rompe con la facilit dell'argilla secca.
Prende met cranio e si preme il margine affilato contro il collo. Il dolore  caldo. Spinge pi a fondo, fino a sentire l'elastica cedevolezza della pelle. Il suo respiro torna regolare. Non servir spingere molto di pi per trapassare la gola.
Lancia il pezzo d'osso sul selciato, e poi raccoglie i singoli frammenti e li scaglia di nuovo a terra, uno dopo l'altro, a ripetizione, finch il teschio di leone si riduce in schegge non pi grandi di un'unghia e lui si ritrova ansante, con il sudore che gli scorre copioso lungo la schiena.


Ciondolo

Iris viene svegliata da uno schianto fragoroso. La mansarda  fredda, il fuoco spento ormai da tempo, e soffia sulle mani per scaldarle. Guarda fuori dalla finestra, tutto  coperto da una coltre bianca. La neve sta fioccando e cancella le orme dei passi e i segni delle ruote con la svelta efficacia di un colpo di scopa. Dalla sua stanza nel sottotetto, il mondo si  rimpicciolito,  diventato minuscolo. I cavalli che arrancano nella fanghiglia gelida sono paffuti come topini di zucchero, e i venditori ambulanti assomigliano a giocattoli meccanici in movimento. Vede un uomo che spacca legna da ardere con un'ascia poco pi grande di un fiammifero.
- C' gente onesta che sta cercando di dormire, - grida una donna dalla casa di fronte.
- Onesta e pulita come questa neve, come no, che ha sopra le impronte sporche di chiss quanti uomini, - risponde urlando l'uomo per poi brandire di nuovo l'accetta.
Iris comincia a vestirsi, i muscoli indolenziti per la lunga immobilit della posa, impaziente di rivedere Louis e di continuare il disegno della mano. Nel corso dell'ultima settimana l'ha disegnata una volta al giorno, e ogni volta l'esito  un miglioramento rispetto al precedente. Nella fretta fa cadere qualcosa dalla mensola. Lo raccoglie.  un'ala di farfalla, piuttosto graziosa in effetti, intrappolata tra due piccoli cerchi di vetro. Ricorda quell'uomo alquanto curioso e la sollecitudine con cui le ha regalato quel ciondolo.
Mentre rif il letto, lo fa cadere di nuovo. Questa volta non si scomoda a rimetterlo al suo posto. Non che non le piaccia, ma la fa sentire a disagio: deve averglielo regalato come semplice strategia di vendita, per convincerla a far visita al suo negozio. Pu dirsi soddisfatta, almeno, di essere stata scambiata per il genere di signora che ha soldi da spendere in quel tipo di chincaglieria.
Le torna in mente il negozio immaginario, Flora, che avrebbe voluto aprire con sua sorella Rose. La tenda da sole azzurra e la miriade di lampade a gas. Sarebbe apparso tra le nebbie di Londra come una specie di antro magico. Certo, era solo un sogno impossibile da avverarsi, un modo come un altro per fantasticare e far passare il tempo, perch non avrebbero mai avuto il denaro necessario per abbandonare l'emporio di bambole. Iris si chiede se per caso, ora che guadagna di pi, non possa mettere da parte qualcosa e regalare a sua sorella la somma necessaria per farle aprire un'attivit tutta sua. Sempre che Rose voglia accettarla.
Ogni giorno Rose continua a cucire, a cucire, a cucire, e a ogni punto d'ago e filo le sue possibilit si assottigliano, avvicinandosi sempre pi al momento in cui diventer una vecchia zitella, una rimessa, un fardello. Iris le scriver presto, ora che Rose ha avuto una settimana per abituarsi alla sua assenza.  arrivata a piedi fino a Regent Street, ieri sera, ed  rimasta sul marciapiede di fronte al negozio per una quindicina di minuti o forse pi. Nella sua vecchia stanza in soffitta c'era una candela accesa.
Iris ha un brivido. Non vale la pena riaccendere il fuoco, meglio sbrigarsi a uscire. Louis tiene la casa calda come un forno, e si alza presto.
Ma quando suona il campanello, viene a rispondere una ragazza con indosso uno sgargiante grembiule.
- Mr Frost  in casa? - chiede Iris mentre la donna delle pulizie fa l'inchino.
- Chi devo dire, signorina?
- Ir... Miss Whittle.
- Siete una parente? Volete darmi il vostro biglietto?
- No. Sono la sua modella e...
Sul viso della domestica compare un ghigno. - Cercatevelo da sola, - dice, poi si china a infilare una montagna di biancheria dentro un cesto.
Iris rimane a fissarla. Una domestica, una donna delle pulizie che si permette di trattarla con tanta malagrazia, di mostrare lo stesso disprezzo che avrebbe nei confronti di una cimice... la supera tenendosi alla larga e la giovane la saluta con uno schiocco di lingua, poi Iris imbocca le scale verso lo studio. Mantiene la schiena ben dritta, il mento alzato. Non dir nulla a Louis, non dar a quella ragazza la soddisfazione di vedere che il suo colpo  andato a segno.
Louis accenna un inchino. - Ah! La mia regina -.  in piedi davanti al dipinto, circondato da disordine e tesori preziosi, e si sta sfregando il viso. Iris immagina che sia la sua stessa mano, ad accarezzargli la faccia.
- Qualcosa non va?
- Non ci siamo, - dice Louis. - Non riesco a lavorare. Perch non ho scelto di fare l'impiegato, o l'avvocato, o un qualsiasi lavoro da professionista rispettabile? Anche l'impresario di pompe funebri. Perch ho scelto di torturarmi in questo modo?
- Che cosa pu mai essere accaduto, caro il mio giovane principe?
- Non  divertente... - Ma sorride. - Non riesco a farlo come dovrei. Guigemar, intendo. Sembra troppo idealizzato, troppo... non so. Prevedibile? Quello che avete detto sulla realt della pittura... be', mi ha colpito molto. Io voglio che sia interessante, diverso. Invece non  che un uomo che si inginocchia ai piedi di una donna e...
Iris fissa le figure dentro la piccola cella, Guigemar stringe in una mano il nodo non ancora sciolto dell'abito della regina, mentre con l'altra le bacia le nocche.
- Forse dovreste solo dipingere la regina. Senza Guigemar.
- Che cosa? - dice Louis, e Iris si rende conto di averlo interrotto. - Ma come si capirebbe che lei viene salvata?
- Perch deve essere importante? - dice Iris. - Potete mostrare sofferenza e speranza, l'amore che prova nonostante la sua disperazione: non  forse pi interessante? E quella colomba... aggiunge indicando l'animale raffigurato in volo oltre la finestra con un ramoscello d'ulivo nel becco, -  gi un simbolo di redenzione e fuga. Non  forse troppo avere quello e Guigemar allo stesso tempo?
Louis ha un'aria perplessa.
- Potreste darle una cornice diversa, per esempio farle tendere la mano verso la colomba? Potrebbe essere la raffigurazione di lei che  imprigionata dal marito geloso, dopo che Guigemar  stato cacciato, e prima che riesca a liberarsi da sola. Non del salvataggio successivo per opera di Guigemar, quando  prigioniera del re Mriaduc.
- Dovrei ricominciare tutto da capo.
- Di tempo ne avete. E poi non dovreste... dovreste solo ridipingere la parte dove Guigemar  inginocchiato -. Fa per toccare la tela.
- Ferma! - grida Louis. - Il colore  ancora fresco, - e Iris ritrae svelta la mano. L'espressione di Louis comincia a cambiare.
- Non volevo certo...
- S, credo che cos funzioni, - dice lui. La guarda intensamente. - Avete ragione. Potrei posizionare uno specchio proprio alle sue spalle, per far vedere che la porta della cella  socchiusa. Forse lei non se n' accorta -. Si butta sulle spalle una mantella mangiata dalle tarme e lancia a Iris la sua. Lei lo segue di sotto. - Venite, non posso restare un minuto di pi in questa prigione. Facciamo due passi...
Iris ride. - Siete impazzito?
- Credo proprio di s. La mia  una malattia alquanto seria.
- Nutrite qualche speranza di guarigione?
- Il farmacista  convinto che la mia unica possibilit, - dice prendendole la mano e posandosela sull'incavo del gomito mentre escono in strada, superando il viso smunto della donna delle pulizie, - sia la compagnia di un'amicizia sincera.
Iris sorride.  contenta di tenergli la mano sul braccio e sorpresa dalla rapidit con cui hanno sviluppato quella reciproca dimestichezza.  del tutto normale e rispettabile, per una donna, camminare a braccetto con un gentiluomo. Non  forse cos che teneva suo padre mentre andavano in chiesa? Iris non avverte nulla sotto i guanti, se non una leggera pressione, e lo sporadico fruscio dei pantaloni che sfiorano la gonna del suo abito.
Percorrono le strade ovattate, i loro passi scricchiolano sulla neve. Louis dispone le dita a mo' di riquadro, le dice che dovrebbe guardare il mondo come farebbe un artista. - Vedete quei ghiaccioli che pendono da quella casa? Potreste pensare a un modo per ricomporli sulla tela, in modo che rappresentino qualcosa. Il pericolo, magari, oppure potreste usarli come specchio per riflettere qualcosa che  al di fuori dei confini del dipinto. Vedete per esempio quell'accenno di colore, il riflesso del vestito di quella bambina... - e indica una bimba che agita flaconcini di polvere bianca. - Guardate l'angolazione del braccio, il triangolo che si forma, e che potrebbe guidare l'occhio verso qualcosa di pi importante nel dipinto.
- Veleno per topi a un penny, - esclama la bambina. - Ricetta segreta! Solo un penny.
- Potreste far recapitare un regalo alla vostra cara Mrs Salter, - suggerisce Louis. - Qualcosa da aggiungere alla sua collezione di medicinali.
- Siete perfido.
- Ah, proprio quel che ci voleva, - dice fermando un bambinetto che sorregge un gran fascio di fiori di serra, proprio quando sono ormai arrivati a Regent's Park. - Prendo una di quelle primule azzurre.
- Uno scellino, signore.
Iris vorrebbe tirarlo per un braccio: uno scellino per un unico fiore! Ma lui infila la moneta nella mano del piccolo. Iris ricorda la fatica di mettere da parte due pence a settimana per i suoi colori, e in quello sperpero c' qualcosa che la disturba e la emoziona al tempo stesso.
- Non  proprio un iris, ma pazienza, - dice. - Posso?
Lei annuisce, e lui le infila il fiore tra i capelli, sfiorandole l'orecchio con le dita.  davvero troppo:  tutto troppo veloce, troppo inebriante, e vorrebbe che le cose rallentassero. Non ha tempo di assorbire quello che sta accadendo, di adattarsi, di riflettere su ci che sta facendo e domandarsi se sia giusto o sbagliato.  tutto cos naturale che dev'essere per forza uno scherzo. Neanche una settimana prima si trovava all'emporio delle bambole. Siamo convinti che tu sia stata ignobilmente sviata, e attirata con l'inganno verso una strada che non pu essere tuo desiderio intraprendere.
Ha una sensazione oleosa e densa in gola, come se avesse appena mangiato una cucchiaiata di colatura di grasso. Era quello che lei e Rose mangiavano ogni giorno per pranzo, e ne ricorda la bianca viscosit, quel grasso raffreddato che spalmavano sul pane. Le si appiccicava al palato come una sorta di spessa pellicola, e continuava a sentirne il sapore per tutto il giorno.
- Siete terribilmente silenziosa, - dice Louis, ma lei risponde semplicemente che  stanca.
Mentre passeggiano per Regent's Park, Louis parla con una franchezza che la sorprende. Le racconta di sua madre, francese, che  mancata da poco. -  sempre stata vedova, fin da quando ero piccolo, e non ne ha mai sofferto: non ha mai sentito il bisogno di risposarsi dopo la morte di mio padre, e perch avrebbe dovuto? A me non serviva un patrigno -. E prova a tirarle fuori qualche particolare della sua vita. Lei, per, rimane chiusa come un'ostrica. Non  per reticenza, ma come pu la sua storia minimamente competere con quella di Louis?  come se fino a quel momento la sua vita fosse stata un disegno a carboncino e ora avesse acquistato la brillantezza dei colori a olio. Pu mai dirgli che l'unica cosa che ha visto del mondo  l'interno dell'emporio di bambole? Che non ha fatto altro in vita sua che alzarsi alle cinque di mattina ogni giorno e svolgere le sue mansioni come fosse una sonnambula?  sicura che Louis non abbia mai dovuto sentire l'odore d'aceto del bucato, n abbia mai dovuto girare la ruota dello strizzatoio. Eppure, nonostante tutto, lei si reputa fortunata.
- Com' vostra madre?
- Non parliamo di lei, - dice Iris, perch le sembra di avere la gola chiusa da una tagliola. Quando apre la bocca, un fiocco di neve le si posa sfrigolante sulla lingua. - Vediamo se riuscite a prendere quello l, - dice indicando un fiocco di neve grande quanto la testa di un soffione.
Lui corre da quella parte e lo azzanna come un cane da caccia. - Che cosa ho vinto?
- Gloria eterna.
- Eterna, eh? - dice. - Non credevo fosse tanto semplice.
Passeggiano lungo il margine del lago gelato, e si fermano accanto alle capanne dei venditori di ghiaccio. Iris osserva i pattinatori che sfrecciano, veloci quanto i suoi pensieri.


Un pattinatore sul lago

Albie si avvita in una lunga piroetta, l'orlo del cappotto sventaglia contro il ghiaccio. Va a pattinare quasi ogni mattina, dopo aver consegnato il suo lavoro di cucito all'emporio di Mrs Salter, oggi per il lago  particolarmente affollato, e ragazzini benestanti in brache di seta gonfie di vento scivolano accanto agli apprendisti di fornai e macellai. Albie si guarda intorno, osserva le baracche dei venditori di ghiaccio, il pallido sole invernale basso sull'orizzonte, e la poltiglia scura che ricopre tutto come il catarro purulento di un tubercolotico. Il ghiaccio stride. Albie si aggancia alla lunga fila di bambini che giocano a fare il treno, e fischiano insieme tutto intorno al lago, soffiando in aria i loro ciuf ciuf.
Quando i piedi sono ormai bagnati e il freddo comincia a mordere, Albie si avvicina lentamente al margine del lago per slacciare i pattini presi a noleggio. Gli viene in mente di comprare una bevanda calda per sua sorella, magari con l'aggiunta di un po' di gin.
- Albie, - dice qualcuno, e il ragazzo si gira e sorride. - Immaginavo di trovarti qui. Ho gesticolato come una pazza per farmi vedere.
Iris allarga le braccia e lui si lascia stringere.
- Dimmi un po', - gli chiede subito. - Come stava Rose questa mattina?
- Non le piaccio granch. Mi annusa di continuo e dice che puzzo -. Albie tira su con il naso.
- Potresti... potresti dirle che mi manca?
Albie scrolla le spalle, poi indica la coccarda che Iris tiene appuntata sul petto. - Portate la cosa che vi ho regalato.
Albie pensa per un istante di raccontarle di Silas e di quello strano giorno che ha chiesto di lei. Lo ha visto una volta bloccare una donna contro il muro tenendola per la gola, ma non sa cosa c'era stato prima, magari lei aveva tentato di derubarlo. Sembrerebbe strano, esagerato, se volesse mettere in guardia Iris? Di certo lei si metterebbe a ridere se lui le dicesse: C' un uomo che ha chiesto di voi.
Ma prima che possa decidere il da farsi, Iris lo allontana di colpo dai suoi pensieri. - Devi conoscere Mr Frost.
- Come stai, giovanotto, - dice l'uomo e poi, quando Albie gli sorride, lo scruta pi da vicino. - Santi numi, che diamine ti  successo ai denti?
Albie si copre la bocca con un pugno. - Quelli da grande non mi sono mai cresciuti, signore. Mi serve una dentiera.
- Ti coster una bella manciata di monete.
- Quattro ghinee, - risponde Albie, e allora vede che lo sguardo dell'uomo si fa pi penetrante, quasi lo stesse scorticando. Si rannicchia come fa sua sorella quando viene a farle visita un certo uomo dalla faccia gonfia e brufolosa. Per via delle pustole crostose che gli ricoprono il viso come macchie nere su una buccia, Albie lo chiama la patata.
- Accidenti, mia regina,  perfetto, - dice Louis.
- Perfetto per cosa? - chiede Iris, e Albie vorrebbe fare la stessa domanda, e magari anche scoprire chi  questa regina, ma la sua lingua  impegnata a esplorare il palato che si  bruciato poco prima, mangiando un pasticcio bollente.
- Per il quadro del pastorello che ho intenzione di cominciare presto, - dice l'uomo. - Non vedete?
- Direi di s, - interviene Albie. - Se c' da guadagnarci qualcosa, non bisogna sapere chiss cosa per badare a un gregge. E poi io sono uno che impara in fretta. Intendete il mercato di Spitafields, signore?


La regina

Passano i mesi.
Durante la seconda met di gennaio, Louis porta a termine gli schizzi preparatori e definisce i contorni dell'immagine di Iris, la sua regina, quindi comincia a lavorare sulla sfumatura ramata dei suoi capelli.
Iris impara a restare immobile (- Sono diventata una donna modello, - dice a Louis con aria altezzosa), e anche a dipingere: a caricare gradualmente l'intensit e la profondit dei colori a olio, ad aggiungere dettagli sempre pi minuti con un pennello di martora, in modo da non lasciare segni evidenti sulla tela, a distinguere la geometria e la prospettiva di un viso o di una mano. Diluisce i colori con cos tanto olio di semi di lino che i suoi quadri hanno quasi la trasparenza degli acquerelli. (- Simile allo stile di Rossetti, - dice Louis, e Iris vorrebbe chiedergli se vede in lei anche solo un'ombra del suo talento, ma la sua domanda resta muta). Dipinge e ridipinge le stesse cose, arrivando ad apprezzare la loro temporaneit e senza curarsi troppo dei suoi errori iniziali. I suoi schizzi continuano ad accumularsi, ne produce uno al giorno, e permette solo a Louis di vederli, nascondendoli invece a Holman Hunt e Millais. Pi di ogni altra cosa disegna la mano di marmo, ne osserva l'inclinazione delle dita, la piccola scheggiatura alla base del palmo.
Di notte cuce vestiti per le donne recuperate da Clarissa, sforbiciando metri su metri di pesante cotone blu per ricavarne gonne e corpetti facili da abbottonare e maniche abbastanza larghe per muoversi agilmente nei lavori di casa. Immagina queste giovani donne che, come lei, ricominciano le loro vite daccapo, anche se la buona societ potrebbe pensare che lei abbia fatto l'esatto contrario, scegliendo degrado e umiliazione.
Hunt e Louis hanno un breve battibecco quando Hunt osserva che La prigionia della regina di Guigemar assomiglia troppo alla cella che lui ha raffigurato nel dipinto da poco concluso, Claudio e Isabella, e che il salvataggio in s non  che un'imitazione del suo Valentino libera Silvia da Proteo, ma poi si riappacificano quando Louis gli fa notare che allora, se cos stanno le cose, deve accusare anche Millais di averlo copiato con il suo dipinto di Mariana che aspetta malinconica il suo amante nella sua stanza, e gli regala una scatola delle sue caramelle preferite. Alla fine Hunt si mette a ridere, e conclude che siccome i loro dipinti sembrano tutti avere a che fare con prigionie, salvataggi e attese angoscianti, tanto vale farne il leitmotif della Confraternita per il 1851.
Ogni sera Louis accompagna Iris alla sua pensione, appena dietro l'angolo, e in strada si congedano con garbo silenzioso. Quando Iris non riesce a dormire, segue con la punta delle dita il motivo della carta da parati e pensa, Sono viva: la mia vita  iniziata solo adesso. Le sembra che il suo sangue sia percorso da una nuova apertura alla felicit, all'amore, e alla gaiezza. Per la prima volta ha paura della morte. Si osserva la mano, incredula al pensiero che un giorno la sua anima non possa pi abitarvi, che il suo guizzo vitale debba scomparire. Il suo viso dipinto le sopravvivr, conservandola nella sua forma presente.
 cos traboccante di gioia che le sembra possa non finire mai.
A febbraio, lo sdegno che la donna delle pulizie riserva al suo presunto degrado  pi marcato che mai, e i suoi genitori si rifiutano di aprirle la porta di casa. A Iris importa sempre meno, ma con Rose, che continua a non rispondere alle sue lettere,  diverso. Ricorda ancora quando, appena tredicenni, Rose aveva osservato il suo disegno della scatola di tabacco del padre, e incredula le aveva chiesto: - L'hai davvero fatto tu? Sicura che non mi stai dicendo una bugia? - Poi aveva insistito per portarla alla National Gallery e l, indicando i quadri in mostra, le aveva detto che un giorno sarebbe diventata pi grande di tutti loro. - Quando avremo il nostro negozio, tu sarai commessa e artista famosa al tempo stesso. Un bel richiamo per i clienti, non credi? - Ed ecco che questo ricordo  subito schiacciato da un altro, che le provoca una fitta di doloroso rimorso: lo sguardo angosciato di sua sorella quella sera nello scantinato.
Pensa a Rose ogni volta che strizza un tubetto di colore sulla tavolozza di porcellana, ogni volta che la sua matita sfiora la carta. Ma presto i pensieri sfilano via e lasciano spazio alla lenta gioia del creare colori o copiare forme, e Iris rimane seduta per ore in compiaciuta e sospesa concentrazione. Disegna la mano da ogni angolazione, e poi contrassegna con pi vigore il profilo che user quando sar pronta a dipingerlo davvero. Compra una minuscola tela a trama fine da Brown, nel quartiere di High Holborn, una superficie cos levigata da assomigliare a un pannello di mogano mesticato. Louis le fa usare un pennello talmente sottile che per vederne le setole deve tenerlo controluce.
Si esercita a dipingere su porzioni di tela piccole come un francobollo. Louis le permette di lavorare allo sfondo della Prigionia della regina di Guigemar. Dipinge due mattoni della cella, cinque foglie d'edera che stringono con i loro viticci le sbarre alla finestra, due rubini incastonati nella corona della regina. Louis completa il cibo sul vassoio d'argento posto ai suoi piedi: prugne mature su cui banchetta una vespa (- A suggerire che la sua bellezza si sta consumando nell'attesa, - spiega Millais), una pagnotta di pane, una coppa di vino. Usa il copale per enfatizzare ulteriormente la lucentezza, per far s che l'abito verde bordato di pelliccia che indossa la regina risplenda come vetro colorato. - Se la prigionia  cos, io ci starei benissimo, - dice Iris staccando un acino da un grappolo d'uva. Eppure Louis non riesce a cogliere la giusta espressione sul viso della regina:  troppo esangue, troppo melenso. Decide di lasciar perdere il viso per almeno un mese.
E in tutto questo Louis e Iris continuano a parlare di poesia e ambizioni, di Millais, della primavera e della famiglia, e Iris comincia a chiedersi se non la veda come una sorella.  sorpresa dalla sua premurosit: se solo accenna a un certo pigmento di cui ha bisogno, se lo ritrova sulla scrivania il giorno seguente. Se parla di un delizioso budino di sugna di cui ha sentito il profumo mentre andava al parco, lui  capace di tornare da una riunione della Confraternita con una torta alla melassa avvolta nella carta. Liquider i suoi ringraziamenti con un gesto della mano, dir che non  niente, che farebbe lo stesso con sua sorella Clarissa, e Iris  convinta che se lui la desiderasse, ormai avrebbe gi provato a sedurla. Anche se in quel caso avrebbe dovuto rifiutarlo.
Sente parlare dell'amore tra Ford Madox Brown e la sua modella Emma Hill, e della loro figlia illegittima, la piccola Catherine; poi Millais fa pettegolezzi sull'attrazione reciproca che ha notato tra Gabriel Rossetti e Lizzie Siddal, anche se Rossetti nega tutto. Allora Iris prova timidamente a interrogare Millais (non  pi Mr Millais, per lei), con richieste cos velate da non fargli capire fino in fondo che cosa gli stia chiedendo: s, le garantisce con aria perplessa, Louis ha ovviamente dipinto altre modelle prima di lei. Ma Iris non sa come affinare le sue domande.
Un pomeriggio, Louis le chiede il permesso di mostrare a Millais i bozzetti che ha fatto. Iris acconsente e resta seduta in un angolo ad accarezzare la testa ciondolante di Guinevere, sforzandosi di cogliere ogni singola parola. - Per Giove, ci hai tenuto nascosto un bel segreto, - dice Millais, osservando pi da vicino. - C' una maestosa semplicit, in questi lavori.
- Capisci cosa intendevo, quindi?
E all'improvviso Iris capisce che Louis ha parlato a Millais della sua arte. Vorrebbe tanto sapere che cosa gli ha detto, perch con lei  sempre molto avaro di complimenti. Le dice solo come pu migliorare.
- Credevo fossero solo i banali disegni di una ragazza. Mi sono sempre domandato come mai passassi tanto tempo a darle lezioni.
Louis annuisce. - Guarda come ha disegnato le dita in questo punto. Certo, non  perfetto, ma c' grande potenziale, non credi?
Millais passa al foglio successivo. - Eccome. Ci soffier il posto, se non stiamo attenti.
E Iris deve trattenersi con tutte le sue forze per non prendere Guinevere per le zampe e girare insieme per la stanza a passo di valzer.
Con l'arrivo di marzo, Louis e Iris prendono a fare lunghe passeggiate. Per non restare indietro, Iris  costretta di tanto in tanto a trasformare i passi in corsa. Louis avanza con falcate pi lunghe delle sue. Le raccoglie un mazzetto di campanule, e quando i fiori avvizziscono e muoiono Iris fa fatica a buttarli. Lei comincia a vedere il mondo come una tela: le rapide dita della moglie di un pescatore che eviscera aringhe potrebbero essere immortalate su un foglio. Il modo in cui il coltello, appena seghettato, scintilla alla luce del fuoco di carbone acceso alle sue spalle. Servirebbe una punta di robbia mescolata a gommagutta, anche un accenno di blu oltremare per dare l'idea del metallo argenteo, e poi le sue stesse unghie, bianche fino alla carne viva, cinque piccoli specchi opachi - l'idea di movimento data dalla tensione del braccio, dai capelli che si sollevano al vento. Eppure Iris ha paura di dipingere qualcosa di cos reale, cos vero, e allora continua a disegnare la mano di marmo all'infinito.
Lei e Louis camminano per Regent's Park e Green Park, arrivano fino al cimitero di Highgate, dove siedono fianco a fianco e disegnano lo schizzo di un arcangelo di pietra, e a Iris sembra di allontanarsi ogni giorno di pi dal suo ruolo di studentessa e modella per assumere quello di collega pittrice e amica. Fa tesoro di ogni suo tocco: quando Louis mette la mano sopra la sua per guidarle la matita, quando le loro dita si sfiorano per caso mentre varcano i cancelli del cimitero.
Iris indossa un corsetto meno attillato con abiti pi semplici, lascia i capelli sciolti, senza treccia, e saluta ogni sguardo di disapprovazione con fredda nonchalance. In una occasione fuma persino la pipa di Louis.
- Caspita! - le dice Louis quando risponde con uno sguardo torvo all'occhiata acida di un gentiluomo mentre percorrono il ripido pendio in discesa da Highgate. - Ormai siete maestra nell'arte di uccidere con gli occhi. Spero non debba mai toccare a me: ci resterei secco all'istante. Non ci andate certo per il sottile.
La assiste nel momento di dipingere la mano di marmo, quando lei ripassa il disegno con la grafite e aggiunge il primo strato di bianco con una punta di verde smeraldo e blu oltremare, facendo risaltare le linee pi sottili del palmo. Iris lavora al dipinto fino a tarda notte, e mentre posa da modella, riflette sui ritocchi che apporter in serata, i profili che ripasser, le ombre che render pi lunghe. Il dipinto non  altro che la mano su una superficie di legno, e un rosa intenso e uniforme sullo sfondo.
Una volta terminato non  certo perfetto, ma lei ne va fiera e prende in considerazione l'idea di presentarlo alla Royal Academy perch venga messo in mostra durante la mostra estiva. Louis le dice che ha poche probabilit di essere accettato e la invita ad aspettare un altro anno ancora. - Pensate a quanto migliorerete nel frattempo! Avete cos tanti anni davanti -. Ma Iris scalpita per il successo.
Visitano il cantiere della Grande Esposizione e osservano gli speciali carrelli mobili che corrono lungo le condutture di scarico, trasportando e montando al loro posto centinaia di pannelli di vetro.
E per tutto il tempo non fanno che parlare. Lui le racconta dei suoi viaggi a Ostenda e a Parigi, e persino a Venezia, dove quel gondoliere grasso per poco non faceva affondare l'imbarcazione, dove hanno ballato tutta la notte di festa in festa e dove ha ammirato l'architettura gotica pi sfarzosa. Le racconta dell'energia e dell'ispirazione che ha trovato in quella citt, di come ha letto Le pietre di Venezia, e di come Ruskin attribuisca grande valore alla libert artistica e alla verit, in un modo che Louis sente molto affine ai princip della Confraternita, tanto che gli piacerebbe se il critico potesse accorgersi del suo lavoro.
Le racconta delle piazze in stile georgiano di Edimburgo, dove Clarissa trascorrer i prossimi sei mesi per prestare assistenza a un'amica malata, e di come lui star via una settimana per accompagnare sua sorella nel viaggio in barca.
Durante la sua assenza, Iris prende in prestito alcuni dei suoi pennelli e dei suoi colori e per i primi due giorni si gode l'isolamento in cui pu lavorare, sola, nella sua piccola stanza nel sottotetto, il lusso del tempo che pu dedicare alla pittura e al disegno. Non ha mai conosciuto una tale pace e tranquillit, solo lei e il suo lavoro. Il terzo giorno brama un po' di compagnia, desidera che le ore passino veloci, vuole avere qualcuno con cui poter parlare della sua arte, qualcuno che la intrattenga con qualche storiella. Il quarto giorno scrive a sua sorella e attende la risposta con un'agitazione che non ha mai provato prima. Ma non arriva nessuna risposta. La colpisce di nuovo un senso di solitudine, la sua totale dipendenza da Louis la spaventa. Lui  tutto ci che ha. Pensa a lui di continuo, ripercorre mentalmente le loro conversazioni, ricorda il tocco della sua mano. Deve toglierselo dalla testa. Ma pi se lo ripete e pi lui  al centro dei suoi pensieri.
Quando fa ritorno, Iris prova accanto a lui un curioso imbarazzo. Resta in silenzio, e cos anche lui. La loro conoscenza reciproca sembra aver perso naturalezza.
Lui la tratteggia per La Pastorella, e stare seduta ogni giorno con le gambe rannicchiate le d un formicolio insopportabile. Lui le chiede se  comoda e lei, mentendo, risponde di s. Quando lui le fa lezione, la sera, ha la freddezza di un professionista, e Iris si domanda se a Edimburgo sia successo o sia stato detto qualcosa che abbia indotto questa distanza. Le sue conversazioni si limitano all'arte, non fanno alcun accenno a Clarissa, alla casa, ai sentimenti.
- No, - le dice tamburellando con le dita sul suo disegno. - Va contro i princip fondamentali della prospettiva. Disegnate come lo vedete. So che potete fare meglio di cos.
Iris riprende in mano il foglio, risponde alle sue domande con semplici monosillabi, e lui non fa nulla per riscuoterla dal suo malumore.
E di l a poco arriva anche l'inizio di aprile, e con esso la scadenza per presentare il proprio lavoro alla mostra estiva. La prigionia della regina di Guigemar  ben fissato sul cavalletto, il colore  asciutto fatta eccezione per il viso della regina, che Louis sta facendo del suo meglio per portare a perfezione.
- Dovete proprio, mia regina? - dice Louis quando Iris sbadiglia, e in quel momento ritrova in lui il primo guizzo d'affetto da quando  tornato da Edimburgo. - Vi prego... su... non muovetevi.
 buio ormai da ore, la carrozza  fuori ad aspettare il dipinto finito. Iris sente gli sbuffi e i nitriti del cavallo, il calpestio dei suoi zoccoli sul selciato.
- Ti riduci sempre all'ultimo momento. Costretto a lavorare fino a notte fonda, - interviene Millais.
- Grazie della preziosa collaborazione, - risponde Louis. - Sono sicuro che hai spedito le tue tele gi settimane fa, e persino lucidate. Purtroppo non tutti riescono a lavorare con la tua rapidit.
- Non dimenticare che lo scorso anno mi hanno accettato per il rotto della cuffia.
- Se rifiutano Mariana dar fuoco all'intera accademia al posto tuo -. Louis si acciglia. - Oppure manger Guinevere. Non mi distrarre, ti prego.
Iris sente arrivare un altro sbadiglio, ma lo tiene a freno. L'orologio suona le undici. Louis si sta mordendo il labbro, ha i capelli arruffati. Ogni tanto si ferma e fa su e gi per la stanza, alzando una mano quando vede che Millais sta per dire qualcosa.
- Sei sicuro che sia una buona idea lavorarci ancora adesso? Il colore sar umido e potrebbe sbaffare...
Louis risponde a Millais con un sibilo minaccioso.
Mentre Louis continua a lavorare, talvolta sorridendo, talvolta imprecando verso il cavalletto (-  tutto sbagliato! Lo rifiuteranno di sicuro! -), Iris pensa al proprio dipinto, alla piccola mano marmorea, al rosa robbia che ha usato per lo sfondo. Sa che potrebbe migliorarlo, che ci sono poche probabilit che venga accettato, e non solo perch il pollice  leggermente sproporzionato rispetto al resto. Il fatto  che il Comitato non vede di buon occhio gli artisti di sesso femminile. Ma non  forse vero che Mary Thornycroft ha gi esposto i suoi lavori in diverse occasioni? Non potrebbe almeno provare? Aspetter fino all'ultimo momento per decidere se infilare il suo dipinto nella carrozza, accanto alla tela di Louis. Guinevere le si avvicina alla gamba e Iris frena l'istinto di allungare una mano per accarezzare il vombato.
Quando finalmente Louis mette via con un gesto deciso il pennello e annuncia: - Ho finito, - Iris si avvicina al cavalletto e guarda il dipinto appena compiuto. - Cosa ne pensate? - le chiede Louis, tamburellando il mestichino contro il palmo. - Non  troppo... sgargiante? - Ha dipinto l'incavo tra le labbra appena schiuse in un verde smeraldo puro. - Troppo banale... troppo... oh, non so. Dubito che lo accetteranno.
Iris vorrebbe fare una battuta, dire qualcosa di frivolo: - Almeno ha del potenziale, - ma non apre bocca.
 in parte contenta per lui. E in parte invidiosa.
Le pennellate sono invisibili, cos precise che le sembra quasi di poter sentire l'odore d'umidit delle pareti della prigione, toccare le venature delle foglie d'edera, palpare la consistenza setosa della preda del ragno. La regina si erge, reale quasi quanto lei, ed  protesa verso una colomba che vola oltre le sbarre di una finestra, stringendo un ramoscello d'ulivo nel becco. Ha un nastro di seta annodato in vita, una profusione di cibo sparso ai suoi piedi. Il viso  di profilo ma rivolto verso l'osservatore, un mezzo sorriso sulle labbra, le gote colorite, e Louis  riuscito a ritrarla nella postura di chi si sta preparando a scappare verso la libert.  un momento di redenzione.
Dovrebbe richiamare alla mente la Mariana di Millais, e sotto il quadro Louis ha inciso un'identica citazione: La mia vita  uno sconforto, | lui non arriva, in aggiunta a tre versi del Lai de Guigemar in francese medievale.
- Allora? - chiede Louis, battendo nervosamente il pennello sulla tavolozza. - Allora?
-  davvero...  perfetto, - risponde Iris.
- Notevole, - dice Millais. - Che diamine, se non viene esposto questo, non so quale altro potrebbe.
- Ottimo, - dice Louis, e poi lo stacca alla svelta dal cavalletto e lo chiude in una cassa di legno. Ha scritto: VERNICE FRESCA e MANEGGIARE CON CURA sul coperchio, e in quel momento Iris decide che parteciper alla selezione per la mostra estiva. Magari rifiuteranno il suo lavoro, ma almeno ci avr provato.
- Dov' il mio dipinto?
- Scendete con me alla carrozza, poi vi accompagner a casa, - dice Louis.
- Ma dov' il mio dipinto? Avevate detto che l'avreste fatto incorniciare.
Louis lancia un'occhiata a Millais. Si fermano sulla soglia, la cassa sorretta dai due uomini come fossero becchini con una bara.
- Iris... - comincia Louis.
- Che cosa c'? Non pensate che dovrei presentarlo -. Si morde il labbro. - So che  lontano dal vostro livello, che posso migliorare. Ma...
Louis guarda di nuovo Millais.
- Non sar certo io a dirglielo, - commenta Millais.
- Avrei dovuto parlarvene...
Iris avverte una fitta in gola. - Pensate che non ci sia nulla di promettente nel mio lavoro, - dice amareggiata.
- Oh, Iris, - risponde Louis. - Non siate cos dura... non  questo -. Elude il suo sguardo. - Si tratta di... Guinevere.  stata tutta colpa mia. Ho lasciato il dipinto sulla credenza del salotto. Hunt era venuto a far visita, sapete, e volevo mostrarglielo. Ma non mi sono accorto che c'era anche Guinevere... avrei dovuto verificare, lo so... e deve averlo preso lei. E sapete quanto sono affilati i suoi artigli e... insomma, lo ha completamente rovinato.


Bassifondi

Silas ha dimenticato Iris.  quello che si ripete ogni mattina al risveglio. Sono trascorsi due mesi e mezzo dal pomeriggio in cui non si  presentata al suo negozio. Sa che non  morta, perch l'indomani  andato in Colville Place e ha aspettato finch non l'ha vista. Non  arrivata alcuna lettera di spiegazione per la sua assenza, e non si  fatta viva alle cinque del giorno dopo, n di quello dopo ancora.
E cos, lui l'ha dimenticata.
Se dovesse incontrarla per strada, di sicuro lei si porterebbe di scatto una mano sul viso. Porgerebbe le sue scuse per aver mancato di onorare l'impegno preso e lui cercherebbe di ricordare di chi si tratti. - Oh, - esclamerebbe alla fine. - Siete la giovane che doveva venire a trovarmi. Temo di non ricordare il vostro nome, - e con grande piacere rifiuterebbe le sue suppliche di poter fare visita al suo negozio un'altra volta.
O magari, intento a osservare i suoi lavori in mostra alla Grande Esposizione, noterebbe una figura vagamente familiare che si staglia nitida accanto alla sua vetrata di lepidotteri. Lei si affretterebbe a raggiungerlo, un ticchettio di scarpe sul pavimento piastrellato, il ciondolo con la farfalla in mano, ma a lui non importerebbe nulla. - Se solo fossi venuta, - direbbe. - Avevo paura -. Oppure: - Avevo dimenticato l'indirizzo -. E lui risponderebbe: - Oh... Isobel, giusto?... non dovete preoccuparvi, ora per sono troppo impegnato per potervi mostrare il mio piccolo museo.
Lavora instancabilmente agli esemplari da esibire. I cuccioli siamesi vengono chiusi in scatole imbottite (contrassegnate con la scritta ATTENZZIONE FRACILE) e consegnati a mano al Comitato. La vetrata di lepidotteri  quasi completata. Albie ha catturato pi di sessanta farfalle e le porta a Silas racchiuse in barattoli d'argilla, ancora vive, perch il ragazzino  cos sensibile che dice di non riuscire a uccidere una cosa tanto bella. Silas si domanda se quel piccolo mascalzone sia sempre stato cos sentimentale; sembra una novit, e la cosa lo infastidisce.
Ad ogni modo prende i barattoli dalle mani di Albie, lo paga con una monetina o addirittura mezzo penny a seconda di quante ne cattura, e poi svuota il contenuto di insetti nello scantinato. Ha perso un paio di farfalle che sono volate via prima di poterle acchiappare. Ha imparato a fare pi attenzione. Una volta ha staccato a una cedronella un'unica ala e la piccola creatura ha cominciato a strisciare in tondo, senza poter volare, il corpo simile a un piccolo sigaro. L'ha osservata per un po', poi si  stancato e l'ha schiacciata con il fermaglio del suo pince-nez.
Dopo aver recuperato le ali, Silas le dispone per colore, e cos assomigliano a foglie autunnali sparse sul pavimento dello scantinato: morfo blu, cavolaie e vanessa. Le incolla ai pannelli di vetro seguendo linee geometriche, nella vetrata divisa in nove riquadri regolari. Appena completato un riquadro, vi posa sopra un'altra cornice di vetro.  un lavoro che lo appaga come neanche lui si sarebbe mai aspettato.
Ma passano i mesi e Silas ha riempito solo cinque dei nove pannelli, cos capisce che dovr colmare gli spazi vuoti con delle falene. Quando  buio, accende una lampada nel negozio e poi apre la porta. Le creature volano dentro barcollando come ubriache, vanno a sbattere contro il soffitto e le vetrine. Silas le cattura con un retino e facendo molta attenzione, perch basta urtare leggermente le ali perch si riducano in polvere.
Un pomeriggio, dopo che Silas ha fissato le ali di sei fritillarie in un arco screziato d'arancio, sente il bisogno di bere qualcosa. Si massaggia le spalle. Sono indolenzite per essere stato curvo tutto il giorno.
- Il solito brandy con burro e zucchero? - gli chiede la Madama quando arriva al Dolphin. Pulisce uno sbaffo di rossetto dall'orlo di un bicchiere.
- Due, - dice Silas facendo scivolare le monete sul bancone. Il locale  molto tranquillo per essere un gioved pomeriggio.  una delle prime giornate calde dell'anno e tutti gli ubriaconi si saranno riversati nei parchi.
- Aspettate qualcuno, signore?
- No.
- Buon Dio, allora, due brandy tutti per voi. Viziati un po', lo dico sempre: viziati come un nababbo, come se t'avessero cresciuto a zenzero candito e brodo di tartaruga -. La Madama ride, ma Silas le ha gi sentito ripetere altre volte quella battuta e le risponde con un sorriso che assomiglia pi a una smorfia.
Prende le sue due bevande calde e unisce il contenuto di due bicchieri in uno solo. Il brandy gli ustiona lo stomaco. Ha un sussulto, ma la sensazione  piacevole. Ha avuto davvero tanto da fare: ha vissuto in una sorta di frenesia costante. I vestiti gli cadono addosso e di notte, quando si spoglia, pu contare le costole a una a una. Si  dimenticato di mangiare; ha bisogno di una mano femminile. Se la Grande Esposizione gli dar una certa fama e se gli verr commissionata l'apertura di un vero museo, allora forse potr permettersi una domestica. Si immagina una giovanetta che gli sistema il colletto, che gli serve sul piatto il midollo appena scavato dall'osso, che lo rimpinza di montagne fumanti di pasticcio di manzo. Lo ascolterebbe, si meraviglierebbe davanti a tanta ingegnosa abilit, lo chiamerebbe la pi grande mente della sua generazione.
Silas lancia un'occhiata oltre il tavolo, verso Bluebell che sta palpando il petto di un anziano avvocato e giocherellando con la catena del suo orologio da taschino. Se la rigira intorno al dito, e poi attira a s il gentiluomo come se fosse un pesce preso all'amo. Il viso grinzoso del vecchio avvocato  avvampato dai suoi baci, gli occhi sono socchiusi. La piuma rosa di struzzo che Bluebell porta sul cappello trema al calore del fuoco.
Il gentiluomo si alza, e Bluebell grida: - Madama, rimedia al signore un secchio per pisciare.
Dopo che l'uomo se ne  andato, Bluebell si sporge verso Silas. Lui arrossisce, brama un suo tocco. Pensa che se lo stringesse fra le braccia, si metterebbe a piangere.
Bluebell gli sussurra qualcosa.
- Chiedo scusa? - dice lui.
- Ho detto ricacciati quella tua lurida lingua in bocca. Sembri una cagna in calore. Mi dai il voltastomaco.
- Dite a me?
- S, a te. Non per niente ti chiamano Silas il Guardone.
- Silas il... Guardone?
- Va' l, torna nello stagno putrido da dove sei spuntato, capito?
Silas accusa il colpo, fissa il vortice del brandy nel bicchiere e il riflesso che gli rimanda. Sente un rossore farsi strada lungo il collo, e poi il mondo si annebbia mentre manda gi il resto del bicchiere. Lo sbatte forte sul tavolo, poi si alza. - Dovreste imparare le buone maniere, - dice. - Sar un elegante gentiluomo, un giorno, e vi pentirete di avermi parlato in questo modo.
La donna risponde con un'alzata di spalle, poi tira fuori uno specchietto d'ottone e prepara le labbra per un'altra mano di rossetto.
Silas si trascina verso il bancone, cercando di camminare con passo fermo. La stanza  una nebbia indistinta. Dovrebbe davvero mangiare qualcosa. - Quella bagascia... - dice puntando un dito in direzione di Bluebell - ... fareste meglio a insegnarle un po' di educazione.
La Madama si allunga in avanti, puntellandosi sui gomiti. - Cos' che dovrei insegnarle? - chiede. - Dopo quello che le avete fatto? Non mi meraviglio che...
- Dopo quello che io le ho fatto? Non ho mai rivolto parola a quella sciattona in tutta la mia vita...
- Certo, innocente come un agnellino, - dice la Madama prima di girarsi a servire un altro cliente.
I passi di Silas martellano sul marciapiede. Non schiva i venditori ambulanti, non evita bambini, gentildonne o eleganti signori in redingote e stivali di vernice. Che siano loro a portare rispetto a lui, tanto per cambiare. Silas cammina svelto, inarrestabile, dritto come la cucitura di un orlo.
Si ferma all'incrocio di Oxford Circus, osserva i cavalli che passano rumorosi, alcuni imbrigliati da finimenti d'argento, altri scarni e con la schiuma alla bocca, e immagina di lanciarsi incontro alla loro marcia, immagina il movimento convulso degli zoccoli, lo stridore ferroso della ruota di un calesse - l'annientamento. Il suo corpo verrebbe ridotto a poco pi di una carcassa, squarciato in due in mezzo alla strada.
Si dondola sui talloni, e i ricordi sono immagini crepitanti ai margini del suo campo visivo. Silas il Guardone, postura sbilenca, il sibilo dello scalpo di Bluebell quando lui l'ha presa per i capelli, la o della bocca di Flick, e poi Iris - che non  mai arrivata. Chiude gli occhi, si sporge appena pi avanti, appena pi vicino al frastuono delle carrozze.
Si riscuote, indietreggia. No, non vuole dare loro soddisfazione. La sua vita sar un successo. Lui sar un successo. Non ha forse quasi raggiunto tutto ci che voleva? Non  tutto quello che ha sempre sognato? Prova a immaginare la sua vetrata di lepidotteri, lo scheletro dei cuccioli accanto al loro manto imbottito in bella mostra alla Grande Esposizione. La meraviglia pi sensazionale dell'epoca, e lui ne far parte. Gli organizzatori stimano che in soli sei mesi arriveranno almeno cinque milioni di visitatori. Cinque milioni di persone poseranno gli occhi sul suo lavoro, avranno modo di ammirare la sua maestria.
Ma lui non vede altro che il viso di Iris.
Si pizzica le guance e poi si incammina in direzione di St Giles. E quando una ragazza dai capelli biondo ghiaccio lo prende per mano (si trova a breve distanza da Colville Place), lui si concede di seguirla.
-  lontano? - le chiede, e lei lo distrae con le sue chiacchiere.
- Da noi facciamo le cose per bene... - e imboccano un vicolo sporco, una fogna a cielo aperto infestata di ratti che puzza pi delle concerie di South Bank - ... non lasciatevi ingannare dalla strada, signore... - e Silas schiva un rivolo di sterco di cavallo - siamo tutte ragazze giovani e innocenti come colombelle... - aggiunge lei fermandosi fuori da uno squallido edificio sgangherato, tenuto in piedi da una trave di legno simile a una gamba gottosa - ... costiamo poco, signore, ma siamo oneste. Attenzione al gradino... - Silas ha un sussulto, vede grondare una finestra da cui una donna sta svuotando un secchio di metallo, ed entra.
Lei lo porta di sotto, in una stanza minuscola, con la volta cos bassa da non riuscire neanche a stare in piedi. C' un odore aspro d'aceto, di sudore, di eiaculato stantio. Il soffitto  gonfio e macchiato di fumo come un polmone nero, schiacciato dall'umidit. Ma sono scure anche le pareti, e Silas capisce che si tratta del locale dove un tempo veniva scaricato il carbone.
La ragazza solleva la camiciola lercia ed esibisce due tettine non pi grandi di due ponfi di zanzara. Lui la guarda attentamente in viso per la prima volta. C' qualcosa di infantile in lei, qualcosa di...
- No, - dice Silas con voce strozzata. - Tu non vai bene... voglio una rossa.
- Oh, signore, mettetemi alla prova. Sono sicura che me la sapr cavare... vediamo intanto come ve la cavate voi, eh? - Ridacchia e lui fissa i suoi denti neri. Non riesce a guardarla negli occhi. Vede un berretto in un angolo e lo riconosce all'istante. Albie.
- No, - ribadisce, e fa per andarsene.
- Aspettate, - gracida la ragazza.
- C' qualcuno con i capelli rossi qui?
Lei abbassa lo sguardo, la sua voce ha perso ogni traccia di malizia. Con tono spento, risponde: - Moll. La stanza sopra a questa.
Silas sale i gradini due alla volta. Sente una tensione nei pantaloni, l'eccitazione per ci che lo attende. Entra senza neanche bussare.
Una ragazza rossa  seduta su un lettino. La sua sottoveste  meno scolorita, gli occhi sono meno giovani, il suo personale pi che sufficiente. La stanza  pi alta: ha una piccola finestra ma il vetro del pannello in basso  rotto, e dietro la grata del camino le ceneri ardono senza fiamma. L'odore  migliorato rispetto all'altra stanza: profumo dozzinale e alcol vecchio a mascherare gli aromi rancidi che si nascondono sotto.
- Ah, finalmente, - dice Silas. - Cos va molto meglio -. Fissa la copertura ingiallita del letto. - Quand' stata l'ultima volta che hai lavato le lenzuola?
- Qui si riceve per quanto si paga, - gracchia la piccola volpe, la voce bassa e ruvida. - Se volete una prostituta d'alto bordo allora andate a Haymarket: l troverete quello che cercate, ma per un bel mucchio di ghinee. Qui invece si pagano sei pence, a patto che lo facciamo alla solita maniera -. Gli tocca il rigonfiamento dei pantaloni. - E mi sembra proprio che la nostra umile dimora non vi ha deluso troppo, signore, non  vero?
- Infatti, - mormora Silas. - I vostri capelli sono... cos rossi.
La giovane comincia a sfregargli il cavallo dei pantaloni e lui chiude gli occhi, consegnandole le monete. Le si siede accanto, sul letto. Le molle cigolano. Nonostante la penombra della stanza illuminata da una sola candela, riconosce chiazze di sangue sulle lenzuola, un buco a forma di verme nel materasso dove la ragazza si rannicchia ogni notte. Si vede attraverso gli occhi di lei: la sua visita  una benedizione, un'alternativa senz'altro migliore dei miseri mascalzoni che deve soddisfare di solito. Silas si  persino preso la briga di lavarsi, due giorni fa.
- Vi piacciono le furfanti come noi, vero signore? - gli dice. - Mi sembra proprio di s, signore -. Silas vuole che smetta di parlare, vuole spingerle una mano sulla bocca per zittirla. Detesta la cupa ruvidit della sua voce, quella leziosa confidenza che suona forzata e stanca. I suoi capelli rossi... almeno pu concentrarsi su quelli.
La ragazza comincia a grattarsi il gomito, e scaglie di pelle secca guizzano alla fiamma della candela. Silas prova a non pensare al fatto che sta respirando questa giovane, che ne sta inalando la pelle, il lerciume e la malattia, e mentre lei gli apre i pantaloni e glielo prende in mano (- Che gran bel manganello, signore, voi s che sapete come viziare noi ragazzacce -), non desidera altro che cali il buio su tutto e tutti. Vorrebbe lanciarsi dentro di lei, scoparla in ogni sua parte fino a non sentire pi nulla, fino a svuotare anche l'ultima goccia di vergogna, tristezza, rabbia e solitudine. Vuole scoparla fino ad annientare ogni suo pensiero di Iris. Iris.
Le allontana bruscamente il pugno e la prende per i capelli, spingendola gi di schiena. Lei emette un grido sorpreso - Oh! - e lui le strappa la sottoveste con un movimento fulmineo, artigliandole il petto con le unghie e coprendolo di graffi. La stoffa si lacera con facilit e lei lo ammonisce stridula: - Ve la faccio ripagare, - ma Silas le strattona di nuovo i capelli, ignorando le sue grida. Si prepara, ha una mano sulla sua gola, con l'altra le immobilizza le braccia ossute. Lancia una rapida occhiata al suo corpo pulcioso e vede che i peli del pube sono neri.
- Che... falsa! - esclama, staccandosela di dosso. L'uccello si affloscia e in quel momento Silas si accorge della tinta ai capelli, dell'inganno. La ragazza si libera boccheggiando, si allontana alla svelta. Il cuscino trasuda il rosso della tinta. Silas avverte una fitta allo stomaco, un dolore ai testicoli, e armeggia con la chiusura dei pantaloni. Vuole andarsene di l, essere di nuovo solo, ed esce barcollando dalla stanza, scende le scale fingendo di non sentire i gemiti che arrivano da dietro ogni singola porta, il piagnucolio di un neonato. Questo posto ... rivoltante! La culla del vizio...
Corre in strada, porta una mano davanti alla bocca, e si ritrova a ripercorrere i passi di poco prima, verso Soho e il Dolphin, e allora si siede fuori ad aspettare, aspettare, e aspettare ancora, finch il tremore della mano si ferma e la calma lo attraversa.


Avorio di tricheco

Gli scaffali sono stipati di barattoli di vetro pieni di denti gialli, come tante perle macchiate. Nelle vetrine sono in mostra dentiere di gesso con due cerniere dorate a molla. Albie si domanda a chi siano appartenute, ricordandosi di come a una ragazza del suo stabile fatiscente siano stati cavati i denti il giorno in cui  morta di tubercolosi. Denti di Waterloo, tirati via ai soldati, o almeno cos dicono.
Se li immagina ben sistemati nella propria bocca: che gran sorrisi farebbe, che bella cotenna croccante riuscirebbe a mangiare. Finora si  dovuto limitare a pappe e compagnia bella: patate lesse, orecchie di maiale bollite, colatura di grasso. Potrebbe addirittura aprire in due una noce schiacciandola tra i molari come sa fare sua sorella, e prendere a morsi una cipolla come si fa con le mele.
Il titolare dello studio e il suo apprendista non lo hanno ancora visto, e Albie si china sotto il bancone, lasciando ditate sul vetro della bacheca. L'apprendista  di schiena e brandisce un terribile paio di pinze sopra il bambino inchiodato alla sedia. Il paziente stride come un maiale sgozzato, e Albie prova una rovente fitta d'invidia per quello schifoso: che sar mai un po' di dolore per dei denti nuovi di zecca, pagati senza problemi dalla sua mammina? Se sapesse di poterlo rimpiazzare all'istante con una dentiera, Albie se lo caverebbe da s il suo unico dente, e senza battere ciglio.
Il titolare dello studio sta parlando con un anziano damerino. - Quattro ghinee per una dentiera d'avorio di tricheco, - dice. - Mantiene il colore meglio dei denti di Waterloo, ma bisogna ammettere che quei valorosi soldati sono stati tremendamente bravi a mantenere denti sani. La porcellana costa solo tre ghinee, ma vale la pena spendere un po' di pi: tende a rompersi con molta pi facilit...
Quattro ghinee! Sentir pronunciare quella cifra riaccende in Albie la consapevolezza di quanto lontano sia dal possederla. Si terr le sue gengive sdentate per tutta la vita, e con quell'unico dente solitario avr una stupida aria da coniglio. Sua sorella dice che ci sono cose peggiori di cui preoccuparsi, e che fa il vanitoso come certi elegantoni.
Prende in considerazione l'idea di rompere la vetrina e rubare una dentiera, o tagliare la tasca del paziente anziano per rubargli i soldi - oppure potrebbe guadagnare una fortuna facendo il ladruncolo nelle stazioni e rubando i bagagli dalle carrozze, tanto da comprarsi una dozzina di dentiere, se volesse -, ma sa benissimo che  solo un sogno lontano. Fregare qualche fazzoletto di seta  il massimo che possa osare. Se lo scoprissero non sopporterebbe di doversi separare da sua sorella, di lasciarla sola a subire quegli uomini.
Il proprietario si accorge di lui: - Ehi! Tu! Ti ho gi detto di non farti vedere da queste parti: vattene, capito?
L'uomo fa per avvicinarsi, vuole acchiapparlo per la giacchetta, allora Albie grida: - Mollatemi, brutta iena schifosa, maiale che non siete altro! - e con un balzo scappa via e corre in strada, per poi deviare nell'Emporio di bambole di Mrs Salter.
Rose lo sta aspettando, col suo brutto occhio tutto bianco e strabuzzato. Albie si chiede se sappia che potrebbe comprarsene uno di vetro, per solo una sterlina, e sfidare chiunque a notare la differenza.
Le consegna la sacca, e lei controlla i minuscoli indumenti di velluto contando i vari pezzi a voce alta.
- Tre corpetti, quattro gonne, quattro corpetti, cinque gonne...
Albie si morde un'unghia quasi staccata.
- Iris dice che...
- Zitto, per favore, - lo interrompe Rose.
- Lei dice che...
- Per favore... - Albie coglie il tremore nella voce, scorge l'espressione di rassegnata tristezza mentre si guarda intorno per il negozio. - Ti ho chiesto di non pronunciare il suo nome...
- Vi manca?
- Non sono affari tuoi, - ribatte lei.
- Mi ha detto di dirvi che le mancate.
- Ti ho detto di...
- Dice che siete sua sorella e che non voleva abbandonarvi, - continua Albie, senza riuscire a trattenersi. - E che  felice, e molto, e che potreste scappare anche voi...
Si aspetta che lei risponda con un gesto brusco, un pizzicotto a tradimento all'interno del gomito, la specialit di Mrs Salter. O come minimo che gli sibili qualcosa come, Ti ho detto di chiudere quella boccaccia!
Ma Rose non dice nulla, e l'espressione del suo viso violaceo  di una tristezza cos affranta da costringerlo a guardare altrove.
Albie trascina i passi, avanza come una locomotiva a corto di vapore. Non ha le forze per un furtarello e va dritto a casa, desideroso di vedere sua sorella, di farla ridere e addormentarsi accanto a lei.
 davanti a casa quando Silas lo supera di corsa. Albie  confuso: i bassifondi di St Giles sono abbastanza vicini alla bottega di quell'uomo,  vero, ma a parte questo sono due mondi completamente diversi. Possibile che sia venuto a cercarlo? Ma poi si accorge dei suoi pantaloni, non abbottonati del tutto, e della sua espressione, della mano sul viso, e allora molla la sacca delle Creature Morte e corre dentro, il legno marcio dei gradini che gli si sfonda sotto i piedi. No, pensa, no, no, no, ti prego no...
Supera come una furia le donne nell'atrio (- Ti hanno preso fuoco le brache, per caso? -), poi Moll la rossa che  in lacrime sulle scale pi in basso, mano nella mano con Nancy (- Non si  fatto male nessuno, tesoro. Ti sei solo spaventata a morte... succede, sai -), le evita con un salto e per poco non capitombola gi per le scale. Scansa la vecchia tenda che fa da porta, e vede sua sorella seduta sul letto, lo sguardo fisso sul muro. Una candela consumata sta annegando nel suo stesso sego.
- Oh! Stai bene... credevo che... - Le si siede accanto e le prende la mano. - C' un uomo... un uomo malvagio... e se viene qui non lo devi vedere, per nessun motivo, devi urlare e dire no. Non mi importa se Nancy non  d'accordo...
- Di che parli? - chiede sua sorella, arruffandogli i capelli. - Chi  cattivo? Chi?
Albie riprende fiato. - Un uomo che prima era qui. Ha i capelli neri e un odore strano, e non lo devi far entrare per nessun motivo. Non mi convince per niente...
-  venuto qui, - dice sua sorella con voce spenta, monotona. - L'ho visto...
- Non hai...
Sua sorella scuote la testa. - Ha detto che non ero di suo gradimento. Che voleva una rossa. Nancy non era contenta, ha detto che  stufa marcia di sentire che non piaccio agli uomini, e che il mio debito  salito a due sterline. Ma l'Esposizione dovrebbe far arrivare un sacco di clienti, no? - Si tormenta i capelli. - Certe volte, Albie, se non ti vogliono  pure peggio di quando ti vogliono.


Il lamento del vombato

La Fabbrica
9 aprile
Carissima regina,
vi ringrazio per averci fatto brevemente visita prima, e di certo non sar di troppo incomodo se non vorrete venire oggi. Sono grato che vogliate comunque cenare insieme a noi questa sera. Mi dispiace per quanto  accaduto al vostro dipinto. So quanto vi ci siete dedicata, ma  stata solo una mia disattenzione. Mi far perdonare, per non parlare di quello che dovr subire la nostra vergognosa amica per potersi riscattare ai vostri occhi.
In effetti, lo scopo principale della mia missiva  proprio questo. Poco dopo colazione, ho trovato per caso questa poesia, accompagnata da un'impronta di zampa fatta con l'inchiostro e straordinariamente somigliante a quella della vostra penitente nemica. Potrebbe forse essere lei, l'autrice di quest'opera? Ammetto che il suo stile lascia un po' a desiderare, del resto  solo un grasso quadrupede che preferisce sonnecchiare invece di dedicarsi a qualsiasi forma di realizzazione intellettuale, e di questo, povera bestiaccia, non possiamo certo darle colpa.
Cordialmente,
Louis
Il lamento del vombato
CANTO I
Ahim! Quale tragico evento pu mai separare
una musa e un vombato? Possa questo poema guidare
la riconciliazione tra quelle due anime buone.
Ti supplico, oh dea! assistimi in questa intenzione.
Si guardi per tracciar di storia s mesta la fonte
a Colville Place: colei dalla pallida fronte
oser il poeta visitare nella sua dimora
o fuggir, per tornare alla vita com'era anzi ora?
CANTO II
Ed ecco! Il sole sembrava sorto a stento,
la dea sospira, e gi tre mesi eran volati al vento,
poteva mai la vita riservare gioia maggiore
a un povero artista, un vombato e la pi cara delle signore?
Ogni mattina i suoi teneri raggi accendeva il sole
sui suoi riccioli lievi, s che le nubi vergogna assale.
E Guinevere il vombato, di lei servitrice fidata,
piangeva il suo Lancelot sempre meno, e meno angosciata.
Ma ecco all'orizzonte profilarsi disgrazia e tempesta,
perch la dispettosa bestiola senza cibo era rimasta.
CANTO III
Il vombato, di autentica fame quasi moritura
addent un boccone - ma era una pittura!
Si lecc i baffi, senza curarsi del fortunale
che gi si preparava: non voleva far nulla di male.
Ma la cara Iris, fiore azzurro appena sbocciato,
url e gemette e inve: - Via, malvagio vombato!
Pittura, artista e vombato maledice con rancore,
si lamenta e strepita e lacrime versa per ore.
E, tu, povero vombato? Io ti sento guaire
come mai nessun'altra creatura ho udito patire.
CANTO IV
Il povero vombato sgobb nello studio senza indugio
finch il muso si rug e il pelo si tinse di grigio.
E mentre sulla sua vita un'ombra scura incombeva:
- Sono io, Iris! - la sua voce crudele tuonava.
Ma continu a sgobbare, e costru un s grande palazzo
per dimostrare alla padrona, della colpa il prezzo.
Un tempio pi fine ed elegante non fu mai creato
di quello costruito dal vombato, cos tanto odiato.
CANTO V
E dopo una tal crudelt, sar mai perdonato?
Qui si interrompe la storia - lo spacco insaldato.


Chiaro di luna

- Iris, - dice Louis aprendo la porta. Accenna un sorriso, che lei non ricambia. Nel corso della giornata Iris si  recata al cantiere del Crystal Palace, ha visitato la National Gallery per ammirare il suo dipinto preferito, Il ritratto dei coniugi Arnolfini, e con segreto piacere  venuta meno all'invito di Louis, cui non ha neppure risposto, di accompagnarlo da Brown per ritirare una tela nuova.
Ripensa al dipinto sui cui ha tanto lavorato, al modo in cui aveva diluito i colori a olio cos che il bianco dello sfondo risplendesse da sotto le pennellate. Quando Louis gliel'ha mostrato, dopo aver caricato il proprio dipinto sulla carrozza, ha dovuto sforzarsi per non piangere. La trama della tela era stracciata, il colore screpolato e scrostato: ha subito capito che non c'era modo di ripararlo. L'ha scagliato nel camino prima che lui potesse impedirglielo. Le fiamme si sono fatte nere e fumose, e Louis ha dovuto avvolgere l'attizzatoio in una coperta per domare il fuoco.
Louis si porta una mano sul viso. - Entrate, entrate. Ascoltatemi, Iris, mi dispiace...
Alle loro spalle si sente un rumore, e Guinevere avanza tranquilla e beata nell'ingresso.
- Indietro, creatura bestiale, - dice Louis agitando le mani. Il vombato lo guarda con occhi tristi e poi sale dondolando le scale. - Qui non sei la benvenuta: se resti, rischi di dovertela vedere con lei, e a che serviranno le tue morbide zampette contro la sua affilata intelligenza?
- Per voi  solo uno spassoso divertimento, non  vero? - dice Iris seguendolo in salotto. Per la cena organizzata da Millais, ha preso in prestito da una delle ragazze del pensionato un abito di seta azzurra, stretto come una fasciatura per neonati. La scomodit dell'abito non fa che amplificare la sua irritazione. - Non l'avreste trovato altrettanto spassoso se fosse stato uno dei vostri dipinti. Se vi importasse qualcosa del mio lavoro, non l'avreste abbandonato su un tavolino, come spazzatura qualsiasi. Io l'avevo lasciato sul cavalletto, fuori dalla sua portata. So che non lo considerate granch...
- S, invece. Volevo mostrarlo a Hunt...
- Ma non c'era bisogno di riderci su.
Louis la guarda. - Mi dispiace, dico davvero. Scherzo sulle cose solo perch... be', perch non so cos'altro dire.  seccante -. Si ravvia una ciocca di capelli dietro l'orecchio. - Sono sinceramente dispiaciuto.
 cos vicino che Iris coglie l'aroma di t alla menta del suo alito e l'odore di fumo di sigaro sui vestiti, e allora la sua rabbia si dissolve.
- Potrete mai perdonarmi?
- Oh, direi proprio di no. Tra cinquant'anni sarete ancora in penitenza.
- Vorr dire che chieder di incidere un epitaffio di scuse sulla mia tomba.
- Mor di rimorso -. Iris lo guarda con rinnovato interesse, osserva lo stretto panciotto a motivo floreale, l'orologio da taschino, i capelli impomatati in una piega decisa. - E cosa diamine state indossando?
- Gli scarti di Millais, neanche fossi il suo maggiordomo -. Louis si tira la manica. - Veniamo al dunque: Guinevere. Immagino abbiate ricevuto la sua poesia?
- S.  stato gentile da parte sua.
- Non siete curiosa di vedere il palazzo che ha costruito per voi?
- Di che cosa state parlando?
- La poesia, - dice Louis. - Sar sincero: pensare che si sia sforzata tanto, per racchiudere una penna nella sua zampa grassoccia... Scommetto che non dev'essere stato facile. E voi non avete prestato un briciolo d'attenzione, quando invece lei ha fatto di tutto per dimostrarvi il suo pentimento.
- Avete per caso la febbre?
- Venite. Credo che dovremmo vederci chiaro, - dice Louis pizzicandosi due volte il lobo dell'orecchio, uno dei suoi tic nervosi.
Iris lo segue nello studio, rigida come una bambola imbellettata per via di quell'abito preso in prestito.
- Dimmi, infausta creatura, - inizia Louis avvicinandosi a Guinevere, addormentata su un guanciale. Avvicina l'orecchio alla bocca del vombato. L'animale ha il pelo unto, cosparso di abbondante olio di Macassar. - Dov' questo palazzo promesso? Dove l'hai costruito?
- Sar meglio che non sia uno dei suoi nidi di fango, altrimenti la nostra amicizia rischia di essere rovinata per sempre.
Louis solleva la zampa di Guinevere e la punta verso le scale. Alza le spalle e dice: - Forse faremmo meglio a seguire le sue indicazioni.
Iris non sa cosa pensare. Si chiede se per caso non le abbia comprato qualcosa: una casetta di fiammiferi, magari un globo di vetro. Lo segue oltre la porta di quella che dev'essere la sua camera da letto, poi salgono fino alla soffitta, il punto pi alto della casa. Non si  mai allontanata tanto dallo studio.
- Non  un granch, come palazzo, - dice Louis tirando su con il naso, ma poi le sorride con aria sincera, entusiasta. - Spero che non resterete delusa.
Sulla porta c' un cartello con su scritto: ATTENZIONE: ARTISTA AL LAVORO.
- Che cos'? - chiede Iris.
Louis apre la porta con una spinta, e lei sgrana gli occhi.
La soffitta  stata trasformata in uno studio: nell'angolo c' un cavalletto con sopra una tela ben tesa color bende da fasciatura, e uno scaffale con tubetti e pennelli disposti in file ordinate. La piccola finestra  rivolta a ovest, e il sole sta tramontando su centinaia di guglie londinesi. Ha l'aspetto immacolato di una scatola di biscotti decorata. Alla luce della sera, il viso di Louis  dorato, quando si gira a guardarla.
- A quanto pare Guinevere  convinta che questo posto debba essere vostro. Anche se resta da scoprire dove abbia trovato i soldi per i colori. Forse ha fatto gli straordinari lavorando come spazzola per qualche spazzacamino -. Accenna una risata, ma  a disagio, e i suoi occhi non sorridono. La osserva.
- Mio? - chiede Iris. Attraversa la stanza e prende in mano un barattolo. Louis vi ha incollato sopra un'etichetta con su scritto: PENNELLI DI IRIS. La sfiora con le dita, incredula.
- Vi piace? - le chiede. - So che non  molto, ma ho provato una tale angoscia dopo quello che  successo al dipinto...
- Se mi piace? - ripete Iris.
Louis sfiora un gancio d'ottone sul muro. - Ecco dove potrete appendere il vostro primo quadro. Potete lavorare qui tutte le volte che non sarete impegnata a posare per me, io non vi disturber, e non sarete costretta a disegnare su quel piccolo scrittoio relegato in un angolo al piano di sotto, n a sopportare le mie intollerabili baggianate -. La guarda con un'espressione che Iris non sa interpretare. - Mi dispiace davvero molto per il dipinto. Sono sincero. Potete presentare un vostro lavoro l'anno prossimo, e pensate che straordinario debutto sar il vostro! I critici resteranno a corto d'inchiostro -. E poi si affretta ad aggiungere: - Nel tessere le vostre lodi.
 a malapena a un palmo di distanza da lei. Iris potrebbe allungare una mano e tirarlo a s, sentire addosso il peso del suo corpo. Prova un improvviso senso di incertezza, e per alleggerire la tensione commenta: - Oh, Guinevere, che birichina a inventarsi tutto questo.
- Ma siete contenta? - le chiede di nuovo.
- S, - risponde, e lo  ancora di pi quando lui chiude la porta e la lascia sola. Si avvicina alla finestra, le mani giunte davanti a s, e comincia a ridere. Fa una piroetta: la stanza  grande a malapena perch possa girarsi, anche se il vestito  cos stretto che non riesce ad alzare le braccia.  la sua stanza! Tutta per s, il suo studio per dipingere, ed  cos felice che chiude le mani a pugno e sferza colpi in aria. Che cosa dipinger? La tela  enorme in confronto al quadretto su cui ha lavorato fino ad ora, sar alta pi di un metro. Ne afferra il bordo e lo stringe cos forte da sentire cedere la trama sotto le dita. Deve ricorrere a tutto il suo autocontrollo per non lasciarsi travolgere dalla gioia e strappare la tela in strisce, scagliare barattoli di vetro contro il muro e mettere l'intera stanza a soqquadro.
Sente bussare alla porta e Louis le dice che devono andare.
- Millais ci star aspettando, - le dice. - E avranno bisogno di essere salvati dall'insostenibile Mr Rossetti.
Iris si ricompone, si riaggiusta i capelli schiacciandoli con la mano, frenando l'impulso di scoppiare a ridere. Non ha pi voglia di andare alla cena. Vuole semplicemente restare da sola nel suo studio. - Sono ansiosa di conoscerlo.
- Sono certo che lui sia ancora pi ansioso di conoscere voi.
- Che intendete dire?
Louis alza le spalle e comincia a scendere le scale davanti a lei.
- E comunque Millais e Hunt parlano bene di lui, - dice Iris, cercando di non perdere il filo della loro conversazione, anche se la sua mente non fa che tornare alla stanza con il cavalletto e i pennelli.
- Certo, perch non era il loro animaletto, quello che ha avvelenato con una scatola di sigari. Povero il mio Lancelot adorato.
- Se me l'aveste chiesto un giorno fa, desideravo che avesse avvelenato anche Guinevere. Per potermi vendicare ero sul punto di scuoiarla e farne la mia prossima tela.
- Sono certo che non dite sul serio, - risponde, poi blocca il vombato nell'ingresso, dove sta artigliando il tappeto con unghie tonde come mandorle. La solleva con un verso di fatica e comincia a cantare nascondendosi dietro al suo corpo peloso, usando le mani per muoverle le zampe in gesti melodrammatici:
- Voi che sapete che cosa  amor,
Donne vedete s'io l'ho nel cor,
Donne vedete s'io l'ho nel cor!
Quello ch'io provo vi ridir,
 per me nuovo, capir nol so.
Sento un affetto pien di desir,
Ch'ora  diletto,
Ch'ora  martir.
Iris non ha idea di cosa stia cantando, da dove arrivino quelle parole in una lingua che non conosce.
- Mozart, - dice Louis, - Le Nozze di Figaro.
- Lo so, - mente Iris.
- Siete mai stata all'opera?
- Io...
- Allora vi ci porter.
A volte vorrebbe essere pi colta, poter far colpo su di lui con nozioni di viaggi, poesia, arte e architettura, ma priva com' di denaro e privilegi le uniche cose di cui pu vantare una conoscenza approfondita sono i tessuti e il commercio al dettaglio: la differenza tra un ricamo ad ago e un merletto al tombolo, o l'importanza della disposizione delle merci in una vetrina. Sente di non aver visto altro se non lo stanco percorso tra Bethnal Green e Regent Street, la doratura scrostata del negozio di bambole, le pareti mezzo marce della soffitta e dello scantinato. Prima la sua vita era una cella, ma ora la libert la terrorizza. Le capita di rimpiangere la racchiusa familiarit della sua vita precedente, perch questa libert tanto vasta sembra poterla inghiottire. Che cosa deve farne? Due stanze tutte per s: una per dormire e una per dipingere. Sbaglia, forse, a custodirle tanto gelosamente, a stringersele al petto per non farsele scappare? E mentre lei si gode tutto questo, ha lasciato sua sorella a soffrire in quell'orribile covo di pulci che  il negozio.
Spazza via dal vestito qualche pelo di vombato. - Avanti, andiamo.
- Sar sincero: proprio non capisco perch vogliate sprecare il vostro tempo con la Royal Academy, - dice Rossetti mentre mastica una forchettata di quaglia.  un bell'uomo, con capelli ben acconciati e lasciati sciolti sulle spalle, anche se pi basso di quanto Iris si aspettasse. Quando sono stati presentati, le arrivava con la testa all'altezza della fronte e per un attimo ha creduto di doversi chinare. - I critici hanno fatto capire con molta chiarezza la loro posizione: se non vogliono accettarci, non mi importa un fico secco di loro. Quest'anno non ho presentato nessuna tela.
- Ma non credi che dovremmo attaccare il sistema dall'interno? - suggerisce Millais.
- Bah! Il guaio  che ti credi un cavallo di Troia quando in realt non sei che un cavalluccio a dondolo, e tutti i critici ci ridono dietro.
Hunt sbuffa risentito, ma Louis scambia un'occhiata con Iris come a dire: Vi avevo avvertito, anche se in realt la schiettezza di Rossetti le sembra alquanto affascinante.
Iris si guarda intorno, osserva la sala da pranzo con le lunghe finestre affacciate su Gower Street, il rosone di gesso sul soffitto e la sua elaborata cornice. Nonostante sia aprile, il fuoco scoppietta nel camino.
Al lucido tavolo della sala sono seduti in sei: William Holman Hunt, Johnnie Millais, Gabriel Rossetti, Lizzie Siddal, e poi Iris e Louis. Gli altri membri della PRB - William Rossetti, Thomas Woolner e Frederic Stephens - sono impegnati. (- Ci snobbano, - ha commentato Rossetti, - tranne mio fratello che deve portare a casa la pagnotta ed  costretto a lavorare fino a tardi).
Lizzie siede di fronte a Iris, ed  bella come se l'era immaginata. La sua pelle ha un aspetto levigato, come vetro che possa andare in frantumi, i capelli ramati sono sciolti e il suo viso  perfetto come quello di una bambola. Ha un'espressione di tale quieta concentrazione che Iris  convinta stia cercando di assimilare tutto fino all'ultima goccia, proprio come lei. Iris fa fatica a immaginarla tra le modiste di Cranbourne Alley dove un tempo lavorava (ricorda fugacemente le parole di Mrs Salter, starnazzanti venditrici di cappelli, un branco di svergognate) considerando il suo aspetto cos decoroso. Iris non ha del tutto compreso il motivo per cui sono state invitate: le cene di solito sono faccende tra uomini, e in un primo momento ha pensato che fosse perch sia lei sia Lizzie desiderano dipingere. Ma quando Rossetti ha riferito con uno sghignazzo le preoccupazioni del suo padrone di casa riguardo alla sua professione (- Mi ha caldamente invitato a tenere le modelle sotto stretta sorveglianza, perch ci sono artisti pronti a sacrificare la dignit dell'arte alla bassezza della passione -), si  domandata se per caso non si trovino l solo perch le altre modelle sono prostitute, e lei e Lizzie siano state esibite in quanto pi rispettabili.
Del resto Lizzie si dimostra del tutto sobria e pacata: mangia a malapena. Si  limitata a rigirare con il cucchiaio il consomm con julienne di verdure, ha rifiutato il pesce e ora taglia uno spicchio sottile di quaglia e lo mangia a piccoli morsi. A Iris tornano in mente le istruzioni di sua madre in materia di buone maniere (- In presenza di una compagnia beneducata, mangia poco e con grazia -), ma  pi forte di lei: il cibo  cos squisito che si ritrova a ispezionare la carcassa dell'animale per scovare ogni sua minima parte commestibile, e a raccogliere con la forchetta burrose montagne di pur di patate. Se potesse leccare il piatto fino a lucidarlo, lo farebbe.
- Che animale complicato, - dice Rossetti riferendosi alla quaglia. - Mi viene voglia di mandarla gi tutta intera -. Stacca un'ala e se la infila in bocca, masticando rumorosamente le ossa e contorcendo il viso in una serie di smorfie.
- Non voglio pensare al dolore che proverai domani, quando sar il momento di evacuare, - dice Hunt. - Sar meglio chiamare un dottore.
- Ci sono delle signore, - dice Millais, ma Iris incrocia con la coda dell'occhio lo sguardo di Lizzie e vede che sta trattenendo un sorriso.
- Il sesso debole, - dice Rossetti. - Vogliate scusarmi.
Rossetti fa scivolare una mano sotto il tavolo in direzione di Lizzie e l si ferma, costringendo Iris a guardare altrove. Si sussurrano qualcosa, le loro fronti quasi si sfiorano tanto sono vicine. E vogliono far credere che non ci sia niente fra loro. Iris coglie scampoli delle loro parole sottovoce: mia cara filosofa in sottoveste, dolce Sid. Si accorge che Louis si sta concentrando fin troppo sul suo piatto.
- Quali saranno i vostri prossimi lavori? - chiede Louis usando rumorosamente le posate.
Hunt parla della sua idea di realizzare dei disegni bucolici con pastore e pastorella, oppure di dedicarsi a un dipinto che ha deciso di chiamare La luce del mondo, su cui sta rimuginando gi da un po'; Millais parla dei suoi progetti per Ofelia, dello sguardo di placida malinconia che vuole ritrarre sul viso della giovane annegata, della simbolica profusione di fiori che avr tutto intorno: nontiscordardim, papaveri e fritillarie. - Per Giove, avr bisogno di una creatura splendidamente bella, - aggiunge.
- Devi usare Lizzie, - interviene Rossetti.
- Ma certo, - dice Lizzie. - Tra le sue tragedie  quella che preferisco.
- Visto! Sapevo che l'istruzione che le sto offrendo si sarebbe dimostrata efficace. A breve passeremo ai drammi storici di Shakespeare, - dice Rossetti, e Hunt annuisce compiaciuto.
- Molto bene, - dice Millais. - Dovrete stare distesa in una vasca da bagno, ma la riscalder con delle lampade a olio.
- Non sono ancora del tutto pronta a morire di freddo in nome dell'arte, - dice Lizzie.
- Per quanto mi riguarda, - interviene Rossetti accendendosi un grosso avana dal candelabro, - non ho ancora deciso quale sar il mio prossimo lavoro. Ma so che mi piacerebbe dipingere Dante e Beatrice. Magari Dante che viene consolato a un anno di distanza dalla morte di Beatrice.
Louis fa un verso di sdegno. - Non mi entusiasma granch, quella storia. Come pu Dante amare una donna per il resto della sua vita... mi correggo, arrivare persino a trascurare la moglie per lei, se l'ha solo vista di sfuggita due volte? Questo amore cortese comincia un po' a stancarmi -. Si rivolge al maggiordomo che sta portando via i piatti: - Grazie, Smith.
- Come pu stancarti? - chiede Millais. - Non  forse bello, autentico, quando i sentimenti veri si rivelano in tutta la loro sincerit? Quando non sono soffocati dalle convenzioni bens esprimono passione, eroismo, risveglio spirituale...
- Ma  proprio questo il punto, - dice Louis. - Questi sentimenti non sono veri.  stata Iris a farmelo notare per prima, e da allora non faccio che pensarci. Tutte queste storie romantiche... idealizzano l'amore quando l'amore non  cos affatto.
Iris si sporge in avanti. - E com'? - chiede, e sta per aggiungere per voi, ma le sue parole vengono soffocate da un rumoroso grugnito di Rossetti che liquida la domanda sventolando il tovagliolo.
- Io voglio credere nell'amore che dipingiamo, - prosegue Louis. - Ma in questi ultimi mesi, ho cominciato a chiedermi se... be', se per caso l'amore non sia qualcosa di molto diverso. Se per caso non confondiamo questa folle infatuazione repentina, Dante che scorge Beatrice appena due volte, con la verit dell'amore, la sua resistenza, la sua ammirazione, con la vera e profonda conoscenza dell'altro.
- Non dici sul serio, non  possibile, - interviene Rossetti soffiando un pennacchio di fumo verso il soffitto. - Prendiamo il tuo dipinto pi recente... Johnnie me ne ha parlato: se non  amore cortese il salvataggio della regina per mano di Guigemar, non so cos'altro potrebbe esserlo.
- Infatti non sto dipingendo pi il suo salvataggio. Sto dipingendo la sua fuga dopo che Guigemar viene esiliato. E non dimenticare che Guigemar e la sua regina si sono amati per un anno e mezzo. Non si sono scambiati giusto un'occhiata come Dante con Beatrice.
- Mah! - sbotta Rossetti, - la verit  che Guigemar ha soccorso la sua regina dopo, la sostanza  tutta l. Non vogliamo sempre salvare le donne, e le donne non vogliono farsi sempre salvare? Del resto abbiamo salvato anche Miss Siddal e Miss Whittle -. Gesticola con la mano verso le due ospiti, e in quel momento Iris ricorda la smorfia altezzosa della donna delle pulizie: i suoi genitori e sua sorella direbbero certamente che  stata presa in trappola, non certo salvata. - So come hai inveito contro il matrimonio, Louis, e come lo consideri la tomba dell'amore, solo fonte di problemi, e ho prestato ascolto al tuo ammonimento.
Iris coglie uno scambio di sguardi tra i due: scaltrezza negli occhi di Rossetti, monito in quelli di Louis.
- Chi vuole sostenere il costo di acquisire e mantenere una vecchia moglie quando esiste il brivido, la gioia di un amore pi dolce? - Rossetti si bacia una dopo l'altra le dita della mano.
Iris non riesce a guardare Louis; studia invece i rebbi della forchetta e dice, con un tono che vorrebbe essere neutro e distaccato ma tradisce invece un certo fremito: - Non approvate il matrimonio, Mr Frost?
- Io... no, lo ammetto. E conosco molti motivi per considerarlo una condizione opprimente, - dice Louis lanciando a Rossetti un'altra occhiataccia. - Perch deve esserci bisogno di un documento legale per sancire l'amore fra due persone, perch devono esserci dei testimoni? Se ci si ama, non  forse abbastanza? Perch sbandierare il proprio amore, perch legarsi? E se si commette un errore? E poi io sono ateo, quindi l'unione della carne davanti a Dio significa ben poco per me.
Iris lo guarda impassibile.
- Mi inchino alla tua conoscenza sopraffina della condizione matrimoniale, - commenta Rossetti. - Niente matrimonio e niente amore passionale. Mi dispiace per Sylvia, la tua prima romantica donzella. Ma immagino che la tua ultima conquista non abbia affossato ogni tua speranza riguardo all'amore, vero?
- Tieni a freno la lingua, - dice Louis arrossendo. - Insultami pure, se vuoi, ma non ti permetto di mancare di rispetto a Miss Whittle...
Rossetti lancia il sigaro sul piatto. - Diamine, questi maledetti avana sono bagnati, non c' verso di tenerli accesi, - e si inumidisce le dita nella ciotola che contiene acqua al profumo di rosa. - D'accordo... basta cos.
E la conversazione prosegue oltre, prendendo di mira Joshua Reynolds.
Iris smette di ascoltare. Non sa come farsi largo tra i pensieri che le affollano la mente.  davvero considerata la sua amante? E chi  Sylvia? E il fatto di tenere cos tanto a Louis fa forse di lei una sciocca? Lui non la sposer mai, non solo perch non crede nel matrimonio, ma anche perch lei  solo la sua modella e non l'ha incoraggiata in alcun modo. Non le ha scritto bigliettini dolci, non l'ha mai presa per mano, non le ha fatto promesse di nessun genere, se non quelle che riguardano il suo compenso e le lezioni di pittura. La sua generosit nasce dall'amicizia, da un fraterno senso del dovere. Iris ascolta la conversazione soprappensiero - Sir Sloshua, Chaucer, Eastlake, Shakespeare - nomi che riconosce solo grazie ai mesi trascorsi con Louis.
Quando il maggiordomo porta in sala un grosso pandispagna alla melassa a forma di porcospino, con tanto di aculei fatti con il caramello, Iris si sente rivoltare lo stomaco. Per un istante teme di poter vomitare.  tornata nel suo lettino in soffitta, con la coscia calda di Rose accanto alla sua e l'odore di zucchero bruciato che si infila dalla canna fumaria. Sua sorella  l, lei invece  qui, esibita come una sgualdrina, come la conquista di Louis di cui lui non  neanche innamorato, figuriamoci se ha intenzione di sposarla. Rigira il pandispagna sul piatto con il cucchiaio, evitando di incrociare lo sguardo di Louis.
- Ve l'avevo detto che  insopportabile, - dice Louis. - Ha fatto di tutto per umiliarci, quelle insinuazioni... non lo capisco. E perch, poi? Per puro capriccio, come un gattino che gioca e si diverte con un topo. Avrei dovuto rispondergli a tono, per, avrei dovuto fargli vedere che anch'io ho unghie e denti...
Mentre attraversano la strada e imboccano Colville Place, Louis continua a parlare e Iris accelera il passo. Vuole tornare al suo pensionato di Charlotte Street, a uno spazio tutto suo dove possa ripercorrere quanto  accaduto durante la serata, dare il giusto peso a ci che ha sentito.
- Mia regina... sfrecciate pi veloce di un fuoco d'artificio...
- Mi chiamo Iris, - ribatte secca, e a voce pi alta di quanto avrebbe voluto. Il vino le ha fatto venire il mal di testa, prova anche un senso di vertigine. Si ricompone guardando il cielo. L'orizzonte si apre in uno sbadiglio. Attraverso la coltre di fumo si intravede la luna, simile a una grossa moneta.
- Iris, allora, - dice Louis fermandosi davanti a lei e impedendole di proseguire.
 buio, e a parte un vagabondo ingobbito le strade sono deserte.
- Siete arrabbiata. Cercate di ignorare...
- No, non sono arrabbiata.
- Andiamo, quando una signora risponde in modo cos brusco so per certo che qualcosa non va per il verso giusto.  colpa di Rossetti, vero? Vi ha mandato di traverso...
- Be', forse io sono diversa. Forse non assomiglio a tutte le signore che a quanto pare voi... - Iris sta per dire conoscete molto bene, ma nonostante la nebbia dell'ebbrezza, riesce a trattenersi. Non ha mai bevuto alcolici se non birra allungata con l'acqua o il vino della comunione, e la sensazione che prova le  del tutto nuova. Si domanda ancora una volta chi sia Sylvia.
- Tutte le altre signore che io... cosa?
- Niente, - risponde Iris. - Non intendevo nulla.
Louis rimane qualche istante in silenzio, giocherellando con la catena d'argento del suo orologio da taschino. L'eleganza non fa per lui.
- Voglio camminare, - dice infine Iris.
- Camminare? E per andare dove?
- Non ho deciso.
Si dirigono verso nord lungo Charlotte Street, allontanandosi dalla sua stanza nel pensionato. I loro passi risuonano sul marciapiede. - Be', ho deciso di essere indeciso anch'io riguardo alla mia destinazione. Se preferite vi verr dietro come un cane obbediente.
- Se proprio dovete, - risponde Iris, e non pu fare a meno di accennare un sorriso. Lui le cammina accanto, i loro passi si armonizzano e Iris comincia a dimenticare il motivo della sua arrabbiatura. Svoltano angoli, attraversano strade e piazze. Iris avverte ancora un fondo d'amarezza in gola, ma anche una sensazione nuova, una punta di trasgressione che le fa battere pi veloce il cuore. Gi, sta facendo esattamente ci da cui era stata messa in guardia. Una donna non sposata n promessa sposa che cammina per le strade di Londra dopo la mezzanotte con un uomo che non  suo parente prossimo, un uomo che non  certo innocente. Con la coda dell'occhio coglie il morbido movimento dei capelli di Louis, lievi come riccioli di segatura sul pavimento del quadro di Millais. Ora anche i loro respiri seguono lo stesso ritmo.
- Ho sempre trovato Londra molto romantica, dopo l'imbrunire, - dice lui, rompendo il silenzio. Il cuore di Iris accelera i battiti. - Nonostante i ladri e le... - schiva una donna che cerca di avvicinarlo - ... sollecitazioni. Credo che sia il rischio di quello che potrebbe succedere, Iris.
- Che volete dire?
Indica un anfratto buio dietro una tromba delle scale. - Non  esaltante pensare che l dietro possa nascondersi un uomo armato di coltello, pronto a saltare fuori e aggredirci? Oppure l... dietro quelle sbarre... - La guarda e aggiunge: - Spero di non avervi spaventata.
Iris sbuffa. - Sono pi forte di quanto credete. Non sono come certe ragazze svenevoli.
- Ma come? Volete dirmi che siete uscita di nuovo senza i vostri sali? Dico davvero, Miss Whittle... - Iris sorride. - Be',  un gran peccato. Avrei tanto desiderato dimostrarvi la mia forza bruta contro un mascalzone, prendermi un pugno in faccia per difendervi -. Alza le spalle. - Ma forse sto cominciando ad assomigliare un po' troppo a Rossetti -. Si guarda intorno. - Dove siamo?
- Non so. Vi stavo seguendo.
- Ma io stavo seguendo voi! - Si allunga per sbirciare un'indicazione sulla strada. - Il guaio  che camminiamo entrambi con tale sicurezza che diamo per scontato che l'altro sappia dove  diretto. Siamo proprio una coppia terribile -. Accenna con il capo alla buia distesa che hanno davanti, dove non c' traccia di lampioni e neanche del tremulo baluginio di una candela. - Immagino sia Regent's Park. E pensare che abbiamo attraversato tutto il quartiere di Fitzrovia e Marylebone senza neanche accorgercene.
- Credevo che gli artisti si accorgessero sempre di tutto.
Attraversano la strada e si fermano accanto alle scure ringhiere acuminate che cingono il parco. Louis sfiora con il dito la punta lanceolata di una sbarra. - Conoscevo un uomo che, fuori di senno per i fumi dell'oppio, cadde da una finestra e fin impalato su una di queste. Sembrava un pesce sul ponte di una nave, per quanto si dimenava. Una scena spaventosa.
- Che orrore!
- Gi -. Gli occhi di Louis sono cos neri che  difficile capire dove stia guardando. - A volte quasi non riesco a credere che dobbiamo morire. Che un giorno cesser di esistere e il mondo continuer a girare come ha sempre fatto, e l'unico segno del mio passaggio in questa vita saranno i miei dipinti. Quando mia madre  morta... lo so, sembra una cosa stupida... ricordo di essermi sorpreso nel vedere che il sole sorgeva anche quella mattina. Era come se tutto dovesse fermarsi, come se anche il sole dovesse smettere di splendere, ora che lei non poteva pi vederlo. Sto dicendo sciocchezze?
Iris scuote il capo e pensa al palmo aperto della sua mano sulla carta da parati, alle vene blu simili alle striature dell'ala di farfalla. - Vi manca?
- Ogni singola ora del giorno, - dice Louis. - Era davvero straordinaria.
- Oh.
- Credo che le sareste piaciuta. Apprezzava un certo spirito nelle persone. Era sempre entusiasta delle cose, che si trattasse di insegnarci il francese, o di uno dei miei disegni, o dei ciliegi in fiore a primavera -. Abbassa lo sguardo. - Santo cielo, quanto mi manca.
- Dubito che mia madre mi mancherebbe anche solo un po', se morisse.
- Non potete esserne certa, - dice Louis, ma Iris scuote la testa.
- Non le sono mai piaciuta. Non sono mai riuscita a darle soddisfazione. Neanche quando ero piccola. Ci fu...non so... - Iris abbassa la voce - ... qualche malessere come conseguenza della mia nascita, aveva spesso dei dolori e non pot avere altri figli, e la cosa le ha creato risentimento nei miei confronti. Fu tutto a causa della mia clavicola. Il periodo dopo il parto fu difficile, la clavicola si era rotta al momento della nascita e non guar mai del tutto. E poi ero una peste, non facevo che combinare guai.
- Non riesco a immaginare come si possa essere arrabbiati con voi, - dice Louis. - Proprio come non riesco a immaginare di invecchiare.
- Sarete coperto di rughe come un vecchio stivale, un giorno, - dice Iris, e poi varca il cancello inoltrandosi nel buio. Allarga le mani. Ora il vino la riscalda, non sente pi pulsare la testa.
- Dove state andando, Iris? Il parco  pericoloso...
- Credevo voleste difendermi dai briganti?
- S, be', per qui i briganti potrebbero esserci per davvero.
E con una risata Iris comincia a correre. Corre incontro al buio, alla freschezza di quella notte d'aprile, all'erba dei prati che le sussurra sulle scarpe. Accelera il passo, veloce come una lepre. Il petto si gonfia e preme contro lo stretto bustino che la schiaccia. Non ha mai fatto nulla di cos liberatorio in vita sua. Se sua sorella potesse vederla ora! A Regent's Park, dopo l'imbrunire, con Louis che le corre dietro e cerca di fermarla... e non le importa. Perch ora pu ci che non ha mai potuto prima. Ogni tanto inciampa appena su un dosso del terreno o una tana di coniglio. Il buio si fa grigio e allora comincia a riconoscere le sagome degli alberi, i sentierini sterrati, e il lago.
Si ferma sull'orlo dell'acqua, tenendosi un fianco e con il respiro affannoso. Louis  gi l, l'ha superata, e sta sorridendo.
- Oh, Iris... - dice guardando il lago. -  bellissimo.
Rimangono a fissare lo specchio d'acqua, l'argento tremulo della luna e la sua gemella riflessa nel lago, la nebbia che si alza come vapore. Sembra che il mondo sia stato creato solo per loro.
- Voglio dipingerlo. Non voglio dimenticarlo.  semplicemente perfetto.
- Gi, - dice Iris.
Louis fa un passo avanti, allentando le stringhe delle scarpe. - Voglio nuotare.
- Non siate sciocco, - dice Iris. Ma poi, suo malgrado, le sovviene un pensiero: Louis, pallido e nudo al chiaro di luna. Aggrotta la fronte, e poi aggiunge: -  meglio se andate prima voi, cos posso salvarvi.
- Salvarmi? Non credo proprio... Se mai sono io, che dovrei salvare voi.
Una parte di lei si accende all'accenno di seduzione che  tra quelle parole, ma allo stesso tempo prova un pizzico di delusione. Si aspettava un po' pi di fantasia da lui, qualcosa di meno banale.
- Prima le signore, - dice, e le passa un braccio intorno alla vita, fingendo di volerla spingere nel lago. Iris barcolla, inciampa, gli cade addosso, si aggrappa al suo fianco. L'acqua le lambisce i piedi, potrebbe rovinarsi le scarpe.
Louis non sposta la mano, e neanche Iris.
Rimangono immobili sul terreno limaccioso, l'acqua gelida da togliere il fiato, uno accanto all'altra senza dire una parola. Iris non lo guarda. Ha paura che se lo facesse lui la bacerebbe, e se lui la baciasse, che cosa succederebbe poi?
Iris avverte ogni singolo dito della mano che le cinge la vita. La stringe pi forte e lei si sente morire. La sua mano gli si posa sotto le costole. Iris sente che  forte, asciutto, e avverte in lui un delicato fremito che le arroventa il corpo, come se tutte le sue energie venissero incanalate proprio l, dove si stanno toccando. Iris vuole che tutto si fermi, o che non si fermi affatto.
La mano di Louis  intorno alla sua vita. Ancora. Questo momento passer, ma lei desidera restare l tra le nebbie, il buio e la presenza di lui. In questo preciso istante, Iris gli appartiene.


Anima gemella

Silas  fermo fuori dal pensionato di Iris su Charlotte Street, con i piedi coperti di vesciche per il gran camminare. Fissa lo sguardo su un lampione, sul globo di luce a gas tremula e intermittente, senza battere ciglio.
Come un oppiomane in astinenza da settimane che senta il richiamo dei sordidi locali di Shadwell e si lasci guidare in quella direzione per respirare i vapori dell'oppio, cos Silas sapeva di non poter resistere alla tentazione di andare a cercarla. La sua creatura.
Ricorda poco della serata trascorsa, e desidera scrollarsi di dosso i ricordi residui che non se ne vogliono andare: lui che vaga stordito per strada dopo aver indugiato fuori del Dolphin, i suoi occhi che scrutano rapidi le signore vestite di seta, di stracci, di abiti in cotone, seduto all'esterno dell'edificio di Colville Place, ad aspettare, aspettare e aspettare ancora, convinto che lei lavori l come domestica, e poi lo stupore che lo riscuote la prima volta che vede lui, gi di per s uno spettacolo orribile, ma peggio, molto peggio ancora... in riva al lago...
 stato persino peggio di quando ha visto Flick con il figlio del proprietario della fabbrica, la sua risatina maliziosa mentre lui le stampava un bacio sul collo.
La luce del lampione sfrigola, boccheggia, poi torna a risplendere.
Dentro di lui c' un tumulto, una rabbia incandescente, un desiderio feroce di distruggere. Ma non lo d a vedere.  inerte come un sasso, osserva la luce zoppicante con le labbra appena schiuse. Mani e piedi formicolano per l'immobilit, ma  un piacevole promemoria del fatto che  vivo, che respira. Si concentra su ci che percepisce, sente e annusa. Le unghie gli incidono mezzelune nel palmo della mano. La luce sta guizzando. Odore di profumo da due soldi, quello di Bluebell. Dev'essersi strusciata contro di lui nel locale.
La luce del lampione scoppietta e si spegne definitivamente. Silas apre e chiude le palpebre. Anche la luce accanto si spegne, e cos, ormai irrigidito, si gira lentamente e vede l'alba allargarsi come un livido all'orizzonte. Il bisogno di dormire lo schiaccia, si sente indebolito dalla tristezza della notte appena passata.
Gira l'angolo di Colville Place, con le membra doloranti. Si siede sullo stesso gradino di prima, appoggiandosi alla porta di legno del negozio deserto. Posa la testa sulla vernice scrostata.
Gli viene un'idea, e spinge la porta, che cede un pochino. Il negozio  chiaramente abbandonato; se entrasse potrebbe essere al sicuro, nascosto, e potrebbe riposarsi con tutta calma. Si guarda intorno, aspetta che passi una ragazza con un secchio di latte. Raddrizza le spalle contro il legno, e bastano poche spinte perch la fragile serratura si scheggi e ceda, quasi facendolo cadere nell'ingresso.
Dapprima  buio, ma i suoi occhi si abituano in fretta. Il gesso alle pareti  screpolato, il pavimento di pietra coperto di polvere. Appallottola il cappotto per farne un cuscino, e il sonno arriva quasi all'istante.
Quando si sveglia non sa dove si trovi. Si muove a tentoni, la pietra del pavimento  lurida a contatto con le mani, mentre cerca la sua mensola con i topi, la pila di riviste. Niente. Allora ricorda, e gli torna in mente anche l'abbraccio, la mano di Louis intorno alla vita di Iris. Si copre il viso.
Va verso l'ampia vetrata del negozio. Da quella prospettiva riesce a vedere la stanza al primo piano dove Louis cammina avanti e indietro, mangia, dorme e trama... quel subdolo demonio! Louis al Dolphin, il braccio che cinge uno sciame di donne, tirandosele sulle ginocchia... il modo in cui Silas gliel'ha servita bell'e pronta, come su un piatto d'argento...
Aspetta. Lei arriver presto, con le sue maniere subdole. Era sua, ma l'ha tradito.
Non ci vuole molto... qualche rintocco della campana di mezz'ora, forse... e poi eccola che arriva, con la sua amorevole andatura. Vederla gli provoca un sussulto, una fitta di desiderio che gli risale da dentro. Ha un magnetismo che gli riesce impossibile ignorare, come se una corda legasse il suo cuore a quello di lei.  disarmante che possa perdonarla tanto in fretta. Indossa l'abito che lui preferisce, quello che portava al loro primo incontro, e che mostra la clavicola in tutta la sua bellezza. Il pallore della pelle, il modo in cui si curva verso l'esterno. Se solo riuscisse a dimenticarla... se solo lei non lo avesse incantato.
Si ferma fuori dal negozio, e lui allunga una mano, quasi potesse attirarla all'interno.
Se guardi dentro, le dice, capir che sei mia. Capir il tuo messaggio, che di lui non ti importa nulla e che vuoi che io continui a sorvegliarti.
Non osa respirare, e si porta le dita alla gola, spingendo contro le pulsazioni che la gonfiano. Riesce cos a calmarsi un poco, tuttavia  spaventato dalla forza che lei esercita sul suo corpo, dalla potente reazione che gli provoca.
Lei si avvicina e pulisce la vetrina polverosa con una manica, formando un cerchio sul vetro, poi - quasi non gli sembra possibile - avvicina le mani ai lati del viso e guarda dentro.
Silas  immobile, la schiena contro il muro, mentre il respiro di Iris appanna il vetro.
Un istante dopo, lei si  gi girata verso la casa di fronte. Il sole splende gioioso, attraversa con i suoi raggi la coltre di fumo e trasforma gli edifici in forme spettrali.
La vede fuori dalla porta di Louis muoversi nervosamente mentre lo aspetta. Che cosa non potrebbe architettare una mente pi crudele della sua! Ma a lui non verrebbe mai in mente un tale abominio, non dopo il chiaro segnale che gli ha appena dato.
Quando sorvegliava la casa di Flick, tutto il paese di Stoke dormiva, tranne gli uomini che spalavano carbone nelle bocche roventi della fornace, per tutta la notte. Si nascondeva sempre molto bene. Ne conosceva ogni gesto a memoria: il modo in cui camminava piegando il piede leggermente all'infuori. Lui l'amava... oh, quanto l'amava! Sapeva che il figlio del proprietario della fabbrica la stava solo sfruttando, che per lui era solo una cosa con cui trastullarsi, un collaudo per prepararsi alle signore benestanti che avrebbe conosciuto in seguito. Silas aveva coltivato il suo amore per anni, finch non aveva potuto pi aspettare. I capelli di Flick guizzavano come fiamme mentre correva per la campagna. Le aveva mostrato il posto dove raccogliere le more, e lei si era avidamente riempita la bocca, i frutti lucidi e turgidi fra i suoi denti.
E quando l'aveva distesa sull'erba, era cos magra da fargli scorgere lo scheletro sotto la pelle, la curva di ogni singola costola.


Fioritura

Iris si aggiusta la treccia mentre aspetta che Louis venga ad aprire la porta. Le formicola la pelle. Alla fredda luce del mattino, quello che hanno fatto sembra sconvolgente e prezioso al tempo stesso. Non c' stato nulla, eppure  successo qualcosa. Iris si domanda cosa diranno, quanto e come cambieranno le cose tra loro. Gi una volta, in un giorno diverso, aveva atteso davanti a quella stessa porta, e anche allora era nervosa.  come se riuscisse a toccare l'ombra di chi era, vedere la Iris di un tempo riflessa sulla vetrata.
Eccolo, i capelli arruffati, un leggero broncio. Accenna un sorriso, e poi le fa segno di entrare. Sulla credenza c' una lettera stracciata.
Iris si domanda chi dei due parler per primo.
Lo segue al piano di sopra. La casa respira, i quadri pendono storti.
- Stavo pensando al nuovo dipinto, - dice finalmente Louis, quando sono nello studio. Va verso la finestra e si ferma dando le spalle a Iris, la fronte appoggiata al vetro.
- Ah s?
- Quello con la pastorella, per cui abbiamo gi fatto degli schizzi. Voglio che misuri un metro per sessanta. Potrei iniziarlo anche oggi, se riesco a rintracciare quel ragazzino sdentato.
- Albie -. Iris osserva dalla finestra una figura ricurva che siede sulla soglia dell'edificio di fronte. Quando si  accostata a guardare dalla vetrina del negozio deserto, un attimo fa, non c'era.
- Lo mandiamo a chiamare?
- Direi di s. Ho bisogno di tenermi impegnato -. Si sfrega il collo. - Non avrei dovuto bere cos tanto vino.
Iris abbassa lo sguardo, chiedendosi se quelle parole non siano un modo per dire che se ne pente. - Non avrei dovuto neanche io.
- Non siamo dei gran bevitori, nessuno dei due. Ad ogni modo, - prosegue, - mi sono divertito, ieri sera.
- S... anche io -. Iris alza il capo e incontra i suoi occhi, ed entrambi distolgono lo sguardo.
- Pensate che sarei morto se mi fossi davvero buttato in quel lago? Di freddo, intendo?
Iris ride, un po' perch l'allusione tradisce il suo piacere e un po' per il sollievo, perch Louis le dimostra che la notte prima c' stata davvero e non se l' solo immaginata. - Direi di no.
- Sarei stato liquidato come un suicida qualunque. Niente iris per me. Niente sepoltura fuori dalla chiesa -. Giocherella con un foro della camicia, rigirandosi il filo allentato intorno al dito, e la conforta vedere anche in lui un certo nervosismo. Ma c' qualcosa nel suo sguardo che la turba, un'aria colpevole, quasi di vergogna, che non riesce del tutto a comprendere. Del resto, riflette Iris, la notte scorsa non  successo nulla. Lui non ha fatto promesse n giuramenti, non l'ha baciata. Ha avuto un amore precedente, abbastanza serio da farla conoscere a Rossetti - Sylvia - e le si stringe il petto di gelosia.
Si distrae guardando di nuovo il negozio abbandonato e immagina che sia sua sorella a gestirlo.  stato difficile intravedere qualcosa all'interno, ma ha capito che  un locale abbastanza spazioso, c' posto per due tavoli e tre lunghi scaffali su ogni parete. Sarebbe perfetto per il Flora. I vetri polverosi lucidati a specchio, file di flaconi di profumo, cuscini ricamati, saponi con petali di rosa.
- Sar meglio cominciare la giornata di lavoro, - dice Louis. - Ho pensato che potremmo lavorare in giardino, sempre che Guinevere ci faccia entrare nella sua tana.
Mandano a chiamare Albie da un fattorino che lo conosce, e intanto si sistemano nel giardino incolto.  un campo minato di buche scavate da Guinevere e Louis  costretto a prendere un bastone da passeggio per aprirsi un passaggio tra le ortiche e arrivare alla fontana e al gargoyle coperti di muschio. Iris si mette in posa sul bordo.
Louis si piazza accanto a lei con sgabello e cavalletto e comincia a disegnarla. Lavora con mano rapida e tratti ampi e decisi.
Sguardo, tratto, sguardo, tratto.
Iris cerca di non pensare alla rigidit che sente alle gambe. Ma oggi, restare seduta  una vera tortura. Vorrebbe dare sfogo a tutto il nervosismo e all'eccitazione che prova. Sente un richiamo che le risale dal profondo.
Louis si ferma, le fa cenno di avvicinarsi.
Iris si allunga con uno scricchiolio della spalla.
- Vedete, regina, - le dice indicando lo schizzo di linee continue e spezzate, anche se non  dei suoi migliori e il tratto  incerto. - Ho scelto di non disegnare il vostro profilo con una linea continua, anche se questo  il metodo che Rossetti e gli altri sembrano preferire, ma pi come contrasti di chiaro e scuro. Il collo, vedete, emerge dalla sua stessa ombra -. Sfiora con il dito la gola di Iris sul disegno.
- S, capisco, - dice lei.
- Dunque, - aggiunge Louis consegnandole un foglio. - Ora tocca a voi.
- Che cosa devo disegnare?
- Qualsiasi cosa vogliate.
Lui non si offre come soggetto, cos Iris si siede e lui la osserva da dietro. Tratteggia il gargoyle, cercando di cogliere le forme del muso e delle corna.  un sollievo essere liberi dal silenzio immobile della casa, studiare il modo in cui la brezza filtra leggera tra gli alberi.
Il suo tratto  pi sicuro e deciso di quanto non fosse qualche mese prima, meno lineare e pi curioso, come un'esplorazione del buio. Ruota la matita di lato e riempie la forma con tratti ombreggiati, poi con la coda dell'occhio vede un uccellino che si posa su un ramo. Ha dipinto la mano di marmo, prima, e ora sta disegnando una statua di pietra. Non ha fatto altro che replicare tenacemente le forme, producendo qualcosa che non riesce a raggiungere la precisione del dagherrotipo.  contenta, per la prima volta, che il dipinto della mano non sia stato il suo debutto. Pu fare di meglio. I suoi lavori non raccontano ancora una storia, a differenza di quelli di Louis, non c' la percezione del tempo che si ferma per un istante, della vita che continua al di fuori della tela. D'un tratto  stanca dell'immobilit del suo lavoro, e volge lo sguardo al pettirosso, cercando di trasmettere l'energia che vibra tra le sue piume, il dardo affilato del becco. Millais e Louis non dipingono mai animali vivi, ma solo creature impagliate. A lei sembra un inganno.
Fa degli errori, sospira. - Voglio disegnare le ali, il modo in cui vibrano quando si pulisce le piume.
- Allora preparatevi a combattere una battaglia gi persa in partenza. L'arte sta nel riuscire a fermare il movimento.
Iris osserva il suo schizzo. - Non sono capace.
- Lo pensate davvero?
- Non sono capace!
Louis non reagisce mai alle sue implicite richieste di approvazione, e Iris si scopre suo malgrado risentita.
- Dovrei smettere di dipingere, - aggiunge, sperando che lui la contraddica. - Non sono assolutamente capace.
Ma lui si limita a scuotere un ramo fiorito dell'albero e i petali fluttuano via al vento come morbidi coriandoli.


Pastore

Albie ha indosso un farsetto di pelle di pecora ed  disteso su un giaciglio di cuscini assortiti nello studio di Louis. S'immagina il paradiso di cui parlano tanto i bravi cristiani, raffigurato come un nido tra le nuvole, e la sensazione che gli d la pelle di pecora dev'essere la stessa che si prova lass. Quanto gli piacerebbe saltellare da una nuvola all'altra! Mentre accarezza il morbido profilo del giacchetto, dall'altra parte della stanza si sente un brontolio. Ricorda che gli  stato detto di restare immobile, e cos riporta la mano sul fianco.
- Quando mi pagate? - dice Albie fischiando sdentato. E poi, siccome adesso  anche lui un uomo d'affari, annuncia con il tono brusco che ha sentito usare a sua sorella: - Mi dovete dare un anticipo di due scellini, caro mio, mica star qui a guardare che ve la svignate una volta finito il lavoro!
- Che cosa? - risponde Louis. - Non ho intenzione di svignarmela da nessuna parte. Questa  casa mia. E stai fermo.
- Scusate tanto, - dice Albie, ma gli prude il naso e prima di accorgersene si  portato una mano davanti al naso.
L'uomo brontola di nuovo.
- Non sono mica stupido, signore, proprio no. Se non mi date una bella moneta d'argento, io non vi faccio vedere un bel niente.
- Che cosa? - ripete Louis. - Ma di che diamine parli... E sbatte la matita sul foglio. - Considerati fortunato se alla fine decido di pagarti. Devi stare fermo, perdio!
La minaccia di non ricevere nulla in cambio  sufficiente a calmare l'impazienza di Albie per almeno un minuto e mezzo. Verr pagato due scellini al giorno. Diventer ricco quasi quanto i damerini del circolo. Se sapesse fare di conto, potrebbe calcolare quanti giorni di lavoro gli mancano prima di potersi permettere una dentiera.
- Ci sono per caso le pulci, tra quei cuscini?
- Chiedo scusa, signore, - dice Albie, sforzandosi di fare il bravo.
Gli ritorna in mente il corpo raggomitolato e coperto di Silas che sonnecchia sulla soglia del negozio abbandonato, nell'edificio di fronte, e rabbrividisce. Lo ha visto mentre andava da Louis e in un primo momento ha pensato che fosse un vagabondo. Ma quell'odore chimico l'ha riconosciuto subito, anche a distanza di qualche metro, e ha capito chi era. Si  chiesto se per caso Silas abbia scoperto dove abita Iris e la stia controllando.
Succhia il suo unico dente e riflette su cosa dire a Louis. Mi sa che c' un uomo che si  fissato con Iris. Ma ha paura che Louis possa ridergli in faccia. Non ha la certezza che ci sia qualcosa di male, dopo tutto. Potrebbe intanto dirlo a Iris, ma lei  in giardino a disegnare uccellini intorno a una vecchia fontana coperta di muffa e non la vuole spaventare. Si ricorda dei segni rossi sul collo di Moll, il giorno prima. Non  forse meglio avvertire Iris, in modo che stia in guardia?
- C' un uomo... - comincia Albie.
Louis si acciglia, gli lancia uno sguardo che dice: Chiudi quella boccaccia, ma ormai Albie ha iniziato, e come un cavallo lanciato al galoppo, non  facile fermarlo.
- L'ho visto qui fuori, signore. Pu essere molto cattivo, e vi conviene tenere gli occhi bene aperti.
- Per l'amor di Dio, ragazzino, stai fermo!
- Ma signore, credo che stia l per sorvegliare Iris.
Louis lo guarda. - Chi sta sorvegliando Iris?
- Quell'uomo, signore.  l fuori anche adesso, sulla soglia del negozio di fronte. Ha visto Iris all'Esposizione e mi ha chiesto di lei e...
Louis si alza e va verso la finestra. - Non c' nessuno laggi. Guarda con i tuoi occhi... aspetta, no, no, non ti muovere...
- Ma prima era l, ve lo giuro, signore. Si chiama Silas, ha un negozio zeppo di cose stranissime.
- Ah! - fa Louis ridacchiando mentre prende in mano una matita. - Silas. So benissimo di chi parli.  un sempliciotto innocuo. Non farebbe male a una mosca neanche se volesse. Scommetto che sono io, quello che cerca, non Iris... ma da dove ti  venuta questa idea? Non fa che tormentare Millais a Gower Street, ma si vede che ha scoperto anche il mio indirizzo. Probabilmente vuole solo vendermi il cadavere di una colomba o di un cane.
E Albie arrossisce, rimpiangendo di aver parlato. Sapeva che era una cosa stupida. Ma perch, allora, la sua mente continua a preoccuparsi? Ricorda la donna che gli ha visto prendere per il collo e bloccare contro un muro, l'aria folle con cui gli ha chiesto di Iris. Prova a calmare le sue paure, ma continuano a riaffacciarsi, ogni volta pi violente.


Un bambino

Sono trascorse due settimane dalla notte in riva al lago, e non ne hanno pi parlato. Iris comincia a credere che Louis se ne sia pentito, o che semplicemente non ci pensi mai. Lei rammenta la pressione delle sue dita sui fianchi ogni sera, quando si sveste, e talvolta il ricordo la coglie di sorpresa, costringendola a controllare il corpo e stringere forte le cosce per trattenere un ritorno di desiderio.  incapace di dare un nome a ci che prova: non sa dove portino quelle sensazioni, se non alla voglia di sentire il peso del corpo di Louis sul suo, le sue mani proprio l, a rinfrescare o infiammare quel calore... no, proprio non lo sa. A volte lo sorprende a osservarla, poi lui distoglie lo sguardo.
Ora lo studia mentre si rigira fra le mani la busta, la carta accesa dalla luce obliqua del sole di mezzogiorno. Sul retro c' il timbro della Royal Academy: uno stampo di metallo immerso nella cera rovente.
- Oh, apritela, avanti, - lo incita Iris.
Louis giocherella con il bordo, si morde il labbro, posa la busta sulla credenza e poi la riprende in mano.
Restano entrambi a fissarla.
- Sono sicura che vi hanno accettato, - dice Iris.
- Ma dopo l'anno scorso... tutte quelle critiche... forse il semplice fatto di aver firmato con la sigla PRB pu essere bastato a indispettirli...
- Allora la apro io, - dice Iris, e afferra la busta.
- Ma  la corrispondenza privata di un gentiluomo! - dice Louis, senza fermarla per. - Oh, avanti, mettete fine a questo strazio. Cosa c' scritto?
Iris apre la busta con l'aiuto di un coltello, la carta si increspa tra le sue mani. - Gentile Mr Frost, - legge con voce incerta.
- Oh, per carit, date a me, - dice Louis strappandole la lettera dalle mani. I suoi occhi saltano di riga in riga.
- Allora?
- L'hanno accettato.
- Allora perch avete quella faccia affranta?
- Non lo so. Dipende ancora molto da dove verr esposto. E poi i critici...
- Mi sembrava di aver capito che non vi importasse un fico secco delle loro opinioni.
- Be', - dice Louis ripiegando il foglio, -  quello che ho detto, ma vorrei sapere quale artista non si dispiace se vengono dette cose orribili riguardo al suo lavoro -. Un sorriso gli affiora sulle labbra. - Direi che  una buona notizia.
- Direste, eh? Oh, il vostro dipinto in mostra alla Royal Academy, pensate!
- Sarete in mostra anche voi. Diventerete famosa, e la prossima stagione mi abbandonerete in un angolo per un Turner o un Constable.
- Non c' dubbio -. Iris prende in mano la lettera. - Ci sar anche io,  proprio vero? Sar l davanti a tutti...oh, cielo, chiss quanti verranno a trovarmi nella mia cella! - Nei secoli a venire, quando lei sar gi scomparsa da tempo, il dipinto potrebbe continuare a esistere. Il prossimo anno far anche lei il suo ingresso nell'arte e allora sar l'autrice, non la musa, di quel lavoro destinato a durare nel tempo. Deve solo trovare un'idea, e poi potr cominciare.
Qualcuno bussa alla porta, e Louis corre ad aprire. - Millais... hai saputo?
Tutti e tre i dipinti di Millais sono stati accettati: La figlia del boscaiolo, Il ritorno della colomba nell'arca e Mariana. Louis lo stringe a s in un abbraccio. - Sono certo che quest'anno riceveremo il giusto riconoscimento da parte dell'accademia, e quando loderanno il nostro lavoro e Dickens sar costretto a mandar gi il suo vetriolo potremmo dire che... Le jour de gloire est arriv! Forse se ne accorger persino Ruskin.
Louis li guida verso il salotto e prende una bottiglia di chartreuse e tre bei sigari dalla credenza. Millais prova a rifiutare, ma Louis gli caccia un bicchiere in mano, versa tre generose porzioni di liquore, e fa tintinnare il suo bicchiere con quello di Iris. - Al giorno della nostra gloria, - dice, e Iris reagisce con un colpo di tosse alla dolcezza di quel liquido verde.
Le torna in mente l'ultima volta che ha bevuto insieme a Louis. E non ci vuole molto perch arrivino altri ricordi di quella notte... le basta guardare le sue mani, i suoi fianchi.
- Dobbiamo andare al Dolphin, - dice Louis.
- Ti offro una bevuta di birra chiara, - dice Millais.
- Sono io che te la offro! - Poi, rivolto a Iris: - Dovete venire con noi.
- Non posso.
- Perch no? - dice Louis allungandosi a prenderle i guanti e la cuffia. - Avete forse di meglio da fare? Una serata elegante in programma, un invito all'opera...
Iris lo fissa negli occhi. Quanto dev'essere facile essere un uomo, non dover pensare a certe cose. - Andare in una taverna con due uomini non sposati...
- Sciocchezze. E poi noi siamo i vostri chaperon.
- Voi? Non siete sposati... e neanche io. Mi prenderebbero per una... - E poi si domanda se quelle della sua classe abbiano motivo di preoccuparsi tanto. Una ragazza di bottega trasformata in modella: cos'altro c' da perdere?
- Non credevo ci teneste tanto alla sensibilit dei bacchettoni.
- Capisco le sue perplessit, - interviene Millais.
- Grazie, - risponde Iris, e stringe il bicchiere con tale forza da temere di romperlo. Poi aggiunge, come a voler guadagnare un po' di quella rispettabilit che sembra sfuggirle di mano ogni giorno di pi, - grazie davvero, Mr Millais.
Louis la guarda perplesso. - E quindi io dovrei essere Mr Frost, adesso?
- Andate pure senza di me.
- Non dite sciocchezze, - ribatte Louis, e la guarda di traverso. - Non avrei dovuto insistere. Sto benissimo anche qui, a fissare il battiscopa.
Si sente bussare di nuovo alla porta. - Dev'essere Hunt, - dice Louis. - Ho la sensazione che anche Valentino salva Silvia da Proteo sia stato accettato, e i tuoi dipinti, Millais... tutti e tre in fila in bella mostra.
Iris  la pi vicina alla porta, in quel momento, e dunque dice: - Faccio il maggiordomo.
Il chiacchiericcio della loro conversazione le arriva fioco dal salotto mentre apre la serratura dell'ingresso.
Ma non  Hunt, la persona che trova sulla soglia.
 faccia a faccia con un bambino che la guarda interdetto. Ha un ciuffo ribelle di capelli biondi, occhi grandi e tondi come prugne. Indossa un completo alla marinara tutto sgualcito, e ha l'espressione compita e adulta che ha visto altre volte sui visi di altri bambini benestanti. Le viene quasi da ridere, davanti a quell'aria severa da precettore.
- Buongiorno, - dice Iris, piegandosi all'altezza del bambino per guardarlo negli occhi. - Come posso aiutarvi, giovane gentiluomo?
- Quando  arrivata la nave... - corruga la fronte per lo sforzo, - ... al molo, ecco, hanno detto che avrebbero spedito qui il mio baule. Ma... mio padre c'? La mamma  ammalata. Mi ha messo su un battello a vapore insieme a zia Jane, e non mi sono divertito per niente. Mia zia sta pagando la vettura e cammina lenta come una lumaca...
- Vostro padre?
- S, - conferma, e poi Iris sente aprirsi alle sue spalle la porta dell'ingresso.
- Pap! - esclama il bambino, e tutta la seriosit di quel piccolo viso svanisce quando supera Iris con foga per lanciarsi incontro a Louis.


Richieste

7 Gower Street
12 aprile
Gentile Mr Reed,
ho provato a farvi visita presso la vostra sede in pi di un'occasione ma i vostri orari di apertura e chiusura continuano a sfuggirmi.
Sto cercando un cagnolino da grembo per la scena di un mio dipinto, proprio come la coppia di levrieri che mi avete fornito per Isabella. Preferibilmente un cane di razza Cavalier King, o Yorkshire, o qualcosa di simile. Gradirei sapere se disponete gi di qualcosa di simile nell'immediato, o se magari potreste procurarmene un esemplare entro la fine del mese. Due ghinee vi sembrano un compenso adeguato?
Vi prego di scrivermi quanto prima.
Cordialmente
J. E. Millais
La Fabbrica
17 aprile
Iris,
mi  dispiaciuto vedervi andar via cos alla svelta: vi sarei grato se voleste darmi l'opportunit di spiegare la mia situazione ecc.
Cordialmente,
L.
La Fabbrica
18 aprile
Iris,
confido che abbiate ricevuto il mio ultimo messaggio, e che godiate di buona salute. Noto con una certa apprensione di non aver ricevuto da voi alcuna risposta e che non vi siete dedicata alla pittura, questa mattina: verrete domani per la vostra posa, come da accordi? C' una questione di cui vorrei discutere con voi, ed  piuttosto importante. Vorrei inoltre scusarmi se vi ho procurato offesa in qualche modo.
Cordialmente,
L.
Brevemente...
La vostra padrona di casa dice che siete uscita per una passeggiata ma vedo che avete la candela accesa. Non mi piace dover accusare di insincerit una signora, dunque le conceder il beneficio del dubbio, inoltre vorrei farvi notare quanto sia pericoloso lasciare delle candele accese senza nessuno in casa ecc. ecc.
Ci siete mancata, oggi, allo studio: Guinevere sopravvive a stento, non potendo nutrirsi dei dipinti che scartate.
6 Colville Place
19 aprile
Iris,
il vostro silenzio mi mette in allarme.
Sarei grato se voleste darmi l'opportunit di parlarvi e mettervi a conoscenza di una situazione impellente.
Spero apprezzerete il sacchetto dei vostri cioccolatini preferiti, i tartufi al caramello.
Cordialmente,
L.


Claude

Silas ha imparato Iris. Ne ha imparato le abitudini: il suo modo di succhiarsi la punta dei capelli, di accarezzare la coccarda raffazzonata che porta sul petto. Dorme in un pensionato per sole donne, e la sua stanza  la finestra in alto a sinistra. Silas lo sa perch vede la luce della candela rischiarare il vetro qualche istante dopo che lei varca la soglia dell'edificio, ogni sera.
Le piacciono i tartufi al caramello, che compra da un ambulante in Tottenham Court Road. Li mangia anche Silas, un modo per sentirsi pi vicino a lei, anche se la loro dolcezza  stucchevole e gli allappa i denti. Fino ad oggi, Iris ha trascorso intere giornate a Colville Place, e Silas cerca di non pensare a cosa stia facendo l. Di tanto in tanto, un'immagine si fa largo con forza oltre quel filtro che lui si  imposto, e allora immagina Louis che si spinge dentro il corpo bianco di lei, la risata squillante di Iris, il suo alito caldo e ansimante. Ma Silas mette da parte questi pensieri perch sono menzogne. Sa che Iris sar sua, che  sua.
Ricorda di quando pensava lo stesso di Flick: ora gli sembra poco pi che uno scherzo, un passatempo prima della vera bellezza che lo attendeva in seguito.  stato cos buono con quella ragazza, e lei invece cos ingrata! Aveva messo da parte sterline su sterline ricevute da quelle ricche befane di Stoke in cambio dei suoi teschi; si era separato da ogni suo fedele compagno solo per lei. Perch cos se ne sarebbero potuti andare via insieme, alla volta di Londra. Lui le aveva perdonato la breve avventura con l'erede della fabbrica di ceramica. Ma lei lo aveva disdegnato, e aveva inveito contro di lui quando le aveva mostrato la sua collezione di esemplari.
Con Iris si dominer meglio. Ci sono giorni in cui sente il controllo venire meno, pensa che il suo amore sia una follia, che Iris non lo ami, non veramente. Ma un'emozione tanto forte pu solo essere ricambiata. Deve aspettare in silenzio, tranquillo e nascosto, finch lei non sar pronta ad andargli incontro. Non ha ancora un piano, ma la cosa non lo preoccupa: con Flick gli eventi sono maturati in modo cos naturale e spontaneo, che  convinto di trovare presto l'idea giusta anche in questo caso.
E per tutto questo tempo,  stato cos impegnato a tenere d'occhio Iris che ha dovuto trascurare il suo negozio di curiosit. Non torna nel suo scantinato da pi di due settimane, ormai. Gli sembra tutto cos vuoto, cos inutile: che senso ha una vetrata di lepidotteri? Non  mai stato quello, il suo primo interesse, quindi perch dovrebbe importargli? E cos ha lasciato perdere, le ali che Albie ha raccolto si sono trasformate in polvere. Qualche mese prima, se si assentava per qualche tempo, quel piccolo mascalzone gli lasciava sempre qualche traccia delle sue visite, e dei tesori che aveva in serbo per lui. Ma adesso non c' nulla. Chiss che anche il ragazzo non si sia stancato di questo lavoro.
L'unica comunicazione che ha ricevuto viene da Millais, una lettera che Silas ha esaminato con attenzione, lentamente, leggendo parola per parola a voce alta, per poi appallottolare il foglio e gettarlo nel fuoco. L'ingenuit di Millais avrebbe meritato una risata: come se in un momento come questo potesse trovare la pazienza di confezionargli gingilli per i suoi dipinti!
E poi... ecco un altro segnale da parte di Iris.
 a Regent's Park, sui prati si intravede ancora qualche giunchiglia sfiorita. Silas la scorge in riva al lago, seduta. La preferisce in quella posa: sembra pi fragile, meno alta.  un vero peccato per che indossi un abito accollato che le copre la clavicola.
Per la prima volta non ha fatto visita a Louis, quella mattina, e dalla curva delle sue spalle Silas capisce che  triste. Gli provoca dolore vederle strappare a uno a uno i fiori in boccio da un ramo precipitato, la pioggia di petali ovali rosa che le cade tutto intorno. Resta l seduta per oltre un'ora, a testa china, e lui vorrebbe tanto avvicinarla, toccarle la schiena e consolarla, assaporare le piccole lacrime che le scorrono sul mento grazioso.
- Vi prenderete cura di me, vero? Voi che siete cos premuroso, - gli dir.
Il vento le sfila una ciocca ricciuta di capelli dalla cuffia. Di tanto in tanto Iris avvicina la mano al viso per ravviarla, ma pochi istanti ed ecco che la ciocca si libera di nuovo. Iris abbassa lo sguardo, il suo viso  pallido, agli occhi manca la loro solita vivacit. Chiss che cosa la rattrista. Forse Rose si  ammalata. Dovrebbe sorvegliare l'emporio delle bambole per verificare.
Uno spaniel le corre incontro saltellando. Silas di solito detesta quel genere di cani. Ha sentito dire del modo in cui queste orrende bestiole vengono viziate di tutto punto: pasti a base di fegato lesso, spugnature con tuorlo d'uovo, cesti rivestiti di seta per dormire, muffole di velluto per proteggere le zampe. I proprietari mostrano pi compassione verso questi loro animali che per gli uomini in strada: lui non  forse stato cresciuto a fame e pugni? Il tutto mentre le figlie del proprietario della fabbrica agghindavano i loro schifosi cagnolini e li portavano a passeggio per il cortile in carrozzina!
Ma si scrolla di dosso questi pensieri quando coglie lo sguardo sul viso di Iris. La vede allungare una mano verso il cane, ed  la prima volta in tutta la giornata che accenna un sorriso. Il cane la lecca, le annusa il polso, e lei gli solletica la pancia bianca.
Impossibile fraintendere un segnale del genere.  chiaro e limpido, neanche lo avesse urlato a squarciagola. Non trascurate il vostro lavoro! gli sta dicendo con ogni carezza su quel pelo morbido. Questo  il cagnolino giusto per Millais.
Silas  commosso da tanta considerazione per i suoi affari: ecco un'altra cosa che li accomuna. Due gentilezze affini.
Siete sicura? le chiede mentalmente. Siete sicura che sia proprio questo?
E lei gli risponde ridendo mentre il cane accenna un balletto alzandosi sulle zampe posteriori.
Di ritorno a casa, Silas legge scampoli di informazioni sul Lancet riguardo all'uso del cloroformio.  la sua occasione per sperimentare. Negli ultimi cinque anni, con un affusolato paio di forbici d'argento, ha ritagliato dalla rivista scientifica ogni accenno a questo sedativo, senza sapere quando quelle informazioni gli sarebbero tornate utili. Apre un cassetto, tira fuori il mucchio di fogli e li studia attentamente. Solleva il moccolo della candela.
Volume 51, 1848: - Il clo-ro-formio, be-n-fici e pe-pe-ricoli... pericoli.
Quando due anni prima ha provato ad acquistare quella sostanza chimica, era ancora qualcosa di nuovo e difficile da reperire. Ora ha qualche speranza in pi. Si reca da un farmacista dove non  mai stato prima, prendendo un omnibus dalla stazione di Farringdon. Prova uno strano senso di sicurezza in questi ambienti: gli piace sempre osservare con meraviglia i barattoli di ceramica pieni di pillole tintinnanti, i cassetti delle sostanze in polvere con le palette di metallo per raccoglierle, gli scheletri di legno nell'angolo e le file ordinate di scatole, latte e flaconi dietro il bancone. Oggi, tuttavia, si guarda a malapena intorno. Ha un atteggiamento spiccio, professionale.
- Sono venuto a prendere un flacone di cloroformio, - dice al farmacista. - Mi manda il medico. Mia moglie sar presto pronta per il parto.
- Ottimo, signore, - dice il farmacista. - Questa sostanza  molto in voga, si dice che persino la regina vorr forse provarla con il suo prossimo nascituro. Mrs Dickens ne ha tessuto le lodi a destra e a manca. Sperate in un maschio, giusto, signore?
- Come dite? - rinviene Silas con un sussulto. - Oh, no. Una bambina.
Il farmacista si gira a scorrere il dito sugli scaffali. Silas tamburella con le dita sul bancone in un ritmo secco. - Eccoci qua, signore. Vi baster un piccolo flacone come questo, direi. Un'unica dose, vero?
- Ne prendo due, - dice Silas.
Il farmacista resta un istante in silenzio. - Fate molta attenzione, signore. Ci sono ancora dei pericoli. Non vorrei che vostra moglie dovesse andare incontro a qualche brutto effetto collaterale.
- So quel che faccio. Star attento. Ma non si pu mai sapere, potrebbero esserci complicazioni post-parto. Sono certo che potete capire.
- Molto bene, signore. Nonostante la nostra epoca di progressi, possono sempre insorgere delle difficolt, - dice il farmacista e consegna a Silas due bottigline di vetro, chiuse con un tappo di sughero.
E il resto  semplice. Deve solo osservare, aspettare. Lo spaniel si tuffa nella stessa pozzanghera ogni mattina, ricoprendosi le zampe e il collare rosa di fango, con grande fastidio della domestica. Il cane si chiama Claude. Abita al numero 160 di Gloucester Place, e ha un muso schiacciato da maialino.  tutto bianco fatta eccezione per delle striature sulle zampe e una chiazza rossiccia sul dorso. Abbaia ai ragni. Una sguattera distratta lo porta a passeggio la mattina all'alba tenendolo per un nastro di velluto: la giovane sbadiglia sguaiatamente, chiacchiera con le altre domestiche nel parco, non pulisce dove la bestiola sporca con i suoi escrementi e lascia che siano i raccoglitori di letame a portarli via.
Trascorsi tre giorni, Silas si sente pronto. I passi della fiacca domestica arrancano accanto allo scalpiccio nervoso del cane che le cammina accanto. Silas aspetta tra gli alberi. Ha portato con s degli scarti di carne per usarli come esca.
Il sole  gi alto e la rugiada scintilla come tanti piccoli occhi di topo. Non ci sono damerini incravattati nel parco, a quest'ora del giorno, solo la servit delle famiglie benestanti che si raduna in piccoli gruppi, sfregandosi i segni della stanchezza dagli occhi e sorvegliando con sommaria attenzione i cagnolini da compagnia delle rispettive padrone.
La domestica scioglie il nastro di velluto e il cane corre via in libert, sbuffando tra la vegetazione. Annusa il didietro di un levriero - a Silas viene da ridere pensando a come la sua vezzosa padrona  solita baciarlo sul muso - e poi lo spaniel comincia i suoi giri. Trotterella fino all'orlo del lago, immerge una zampa nell'acqua e poi torna indietro di corsa. Si intrufola dietro un albero, abbaia a chiss cosa, poi si inoltra verso il bosco. Silas lo trova accovacciato, lo stronzo appena evacuato ancora fumante nell'aria fresca del mattino.
- Tieni, piccolino, - gli sussurra porgendogli un pezzetto di carne.
Il suo muso  percorso da un fremito.  un animale giovane, poco pi che un cucciolo, sar perfetto per soddisfare la richiesta di Millais. Iris ha scelto bene. Comincia a mangiare avidamente il boccone, la coda abbassata che si dimena da una parte e dall'altra come un pendolo.
 una questione di pochi istanti. Silas estrae il flacone dalla tasca, versa il liquido sul suo fazzoletto e lo preme sul muso del cane. Ne aggiunge qualche altra goccia, una ogni cinque secondi. L'esperimento gli porta via pi tempo del previsto, forse un paio di minuti in tutto. Silas si preoccupa. Il cane emette un mugolio, poi si addormenta e si affloscia.
Ora che il cane  sedato, lo soffoca. Capisce che  morto solo perch non gli sente pi il polso, e dal naso schiacciato non arriva pi il suono ruvido del respiro.
Infila la bestiola sotto il cappotto e si allontana dal parco. Lo ha fatto per Iris, e lei dovrebbe esserne contenta.


Macchia

La Fabbrica
20 aprile
Iris,
Vi chiedo di concedermi un attimo del vostro tempo. So che l'arrivo di mio figlio dev'essere stato per voi una sorpresa, forse persino uno spavento. Mi dispiace. Allora non pensavo che una questione tanto privata e delicata potesse avere un peso cos grande, n che fosse un argomento di cui discutere. Evidentemente mi sbagliavo.
Vorrei potermi spiegare, per quanto malamente, e rassicurarvi sul fatto che questo non pregiudica il vostro ruolo in quanto mia modella e apprendista, se cos si pu dire. Sono sposato solo di nome: io e 
Sylvia viviamo vite separate da diversi anni ormai. Il mio nome non 
reca alcuna macchia; in effetti, qui a Londra, nessuno (fatta eccezione per i membri della Confraternita) ha di me un'immagine diversa da quella dello scapolo trasandato. Capir se, dopo avervi spiegato la mia situazione, deciderete di lasciare il mio impiego (anche se il mondo dell'arte dal 1852 in avanti ne risentir, e Guinevere potrebbe non riprendersi mai da un tale colpo); tuttavia vi imploro di non giungere a una conclusione prima che io abbia avuto modo di parlarvi.
Cordialmente,
L.
6 Colville Place
20 aprile
Cara Iris,
ho parlato con la vostra padrona di casa, la quale mi ha informato della vostra ricerca di lavoro presso un negozio di Covent Garden.
Da un punto di vista del tutto disinteressato, vi chiedo di ripensarci: avete ottime capacit pittoriche e sono convinto che fareste un gravissimo errore se le abbandonaste tanto presto, quando invece una promettente carriera  a portata di mano.
Da un punto di vista del tutto egoistico vi dico che la vostra mancanza si sente.
Far una passeggiata a Regent's Park verso le quattro questo pomeriggio e vi chiedo di incontrarmi ai cancelli dell'entrata a sud: posso spiegarvi la mia situazione.
Cordialmente,
L.
6 Colville Place
20 aprile
Cara Iris,
sono molto deluso di non aver avuto l'occasione di passeggiare con voi questo pomeriggio e di offrirvi una spiegazione di persona.
Prover a farlo qui, perch per me  importante che capiate come stanno veramente le cose.  difficile decidere da dove cominciare. Provo una strana sensazione, come se voi foste qui davanti a me, e non la distaccata lettrice delle parole su questa pagina.  proprio per questo che non mi sono mai piaciute le lettere: non possono certo compensare l'assenza di una compagnia in carne e ossa!
Ma forse  pi facile se non vi immagino qui vicina, e provo a raccontare questa storia come se appartenesse a qualcun altro.
Tutto  iniziato per via dei nostri padri, il mio e quello di Sylvia. Erano compagni di scuola e in seguito di universit, a Oxford; Clarissa e Sylvia erano coetanee e amiche affiatate; da bambini trascorrevamo insieme le vacanze estive.
La famiglia di Sylvia l'aveva sempre considerata la mia promessa sposa, e in seguito Sylvia mi disse che sua madre le raccontava di me fin da piccola: dall'et di dieci anni le comprava nuovi fiocchi per gli abiti oppure la costringeva a stare seduta per ore con un ferro rovente tra i capelli nel caso si presentasse l'occasione di incontrarmi. Avevo quindici anni quando un giorno d'estate, tornando da scuola, vidi Sylvia come se fosse la prima volta. Mi sembr di essere stato colpito dalla freccia di Cupido: me ne innamorai immediatamente e profondamente.
La sua famiglia invit me e Clarissa a passare qualche giorno con loro in montagna, nelle Trossachs, e io portai con me l'album da disegno e qualche tavoletta di colori ad acquerello. A me e Sylvia veniva concessa la libert che si d sempre ai bambini: passeggiavamo da soli al lago, lungo i ruscelli... ma sto divagando. Il punto  che ci infatuammo l'uno dell'altra. Era tutto molto platonico, tutto molto innocente. Alimentavo il mio amore come un inebriante fal, attizzandolo con la poesia, la musica e l'arte: tutte cose intollerabili, ma erano le uniche cose che sapevo dell'amore. Vi prego di ricordare la mia et quando tutto questo stava accadendo. Credevo che l'amore dovesse consumarmi, conquistarmi. Mi avrebbe schiacciato tra le sue potenti ganasce e mi avrebbe fatto soffrire. Il mio unico destino possibile era soccombere.
I sentimenti di Sylvia erano uno specchio dei miei: ci scambiavamo poesie orribili, ci scrivevamo fiumi di parole fino a tarda notte, per poi consegnarci a mano quelle lunghissime lettere il giorno seguente. Ci immaginavamo come i personaggi raffigurati in un quadro, i cui gesti erano il frutto di una cura attenta e minuziosa.
Naturalmente i nostri genitori pensavano che si trattasse di una passione infantile che sarebbe sfumata e, auspicabilmente, si sarebbe evoluta in qualcosa di pi concreto e durevole, e in particolare mia madre mi spinse a posticipare il fidanzamento di diversi anni, in modo che potessi viaggiare per il continente e garantirmi una fonte indipendente di reddito. Non ci curammo delle sue preoccupazioni. Dopo tutto, considerando la patetica e misurata tenerezza che c'era fra i suoi genitori, o la segreta gioia di mia madre per la morte di mio padre, come potevamo pretendere che comprendessero un amore pi profondo di quanto fosse mai stato provato da secoli?
Decidemmo di fuggire insieme, un piano che si annunciava fin dall'inizio molto egoistico. Ci sposammo in segreto durante la notte, anche se i nostri genitori avrebbero probabilmente acconsentito, se fossero stati interpellati. La cosa ridicola era proprio questa: volevamo dare l'impressione che il nostro fosse un amore proibito e immortale, quando in realt era pura invenzione.
La nostra felicit fin quasi subito. I nostri ideali si sgretolarono in fretta quando ci trovammo di fronte alla realt delle nostre esigue risorse economiche, e al fastidio della reciproca compagnia. Lei non era come credevo che fosse: mi ero costruito mentalmente la sua immagine, e lei aveva fatto lo stesso con me. Eravamo una delusione l'uno per l'altra. Perch non c' delusione pi grande di quando la realt del quotidiano si scontra con le leggende dell'amore romantico. Con il senno di poi, capisco di essere stato un compagno difficile, tutt'altro che idilliaco. Avevo a malapena diciassette anni: cosa potevo sperare? Volevo passare il tempo a dipingere, a leggere o a viaggiare, di certo non a soddisfare ogni suo minimo capriccio. Scoprimmo di fatto di avere ben poco in comune, e quando l'infatuazione sfum, capimmo che non restava altro a tenerci uniti.
La delusione provoc in lei un malanno, e la malinconia dell'animo infett anche il corpo. Restava a letto per intere giornate. Si arrabbiava per ogni minima cosa. Strepitava se mi vedeva leggere un giornale che secondo lei poteva essere portatore di un qualche contagio, e qualsiasi odore le dava il voltastomaco. Piuttosto che spostare un asciugamano bagnato e maleodorante, preferiva bruciarlo, e pretendeva che sedessi al suo capezzale per giorni e giorni, a coccolarla e consolarla.
Spesi denaro per consulti medici, la portai a Venezia, nelle Alpi, ma lei non mi sopportava. Non avevamo pi nulla da dirci. Rilessi le lettere che mi aveva scritto ai primi tempi, e capii che non mi riconoscevo affatto. Non ero reale. Alla fine decise che non potevamo pi vivere sotto lo stesso tetto, e francamente fu un enorme sollievo: di l a due anni lei torn dalla sua famiglia a Edimburgo, e nostro figlio la segu. Non ho mai sentito il desiderio di divorziare, di accusarla apertamente di aver sbagliato, e di macchiare entrambi i nostri nomi. E non lo far mai. A quanto pare la sua malattia non  una finzione, almeno cos dicono i medici. Ha qualcosa che le cresce dentro, un rigonfiamento. Dicono che si tratta di cancro. Clarissa  a Edimburgo a prendersi cura della sua vecchia amica. Sylvia mi scrive in continuazione, chiedendomi di andare da lei, perch sta morendo. Ma ogni volta che vado a trovarla, si mostra scontrosa, e dal letto in cui  ormai insediata pretende brodini e dolcetti. E poi inveisce contro di me, e non lo sopporto.
Cos'altro aggiungere? Questi sono i fatti principali: una moglie, da cui vivo separato. Un piccolo scandalo, considerato che viviamo cos da cinque anni, da prima ancora che qualcuno avesse mai sentito il mio nome. Mi rammarico immensamente di tutto.
E perch ve lo racconto? Perch spero che vogliate tornare a farmi da modella e a lavorare come pittrice. Spero che passeggeremo insieme nel parco, che rideremo della pedanteria di Millais, e che riusciremo a mettere in mostra i nostri dipinti l'uno di fianco all'altro. Spero che accetterete la mia situazione, per quanto imperfetta, e capirete che l'associarvi a me non pregiudica in alcun modo la vostra reputazione. Che tutto questo cambia poco le cose. Che la nostra amicizia deve fondarsi sulla verit.
Vi prego di venire da me domani.
Sinceri saluti,
Louis Frost
Charlotte Street
21 aprile
Caro Mr Frost,
verr da voi domani prima di mezzogiorno. Vi ringrazio per aver esposto cos dettagliatamente la vostra situazione, e vi sono grata di avermi dato il tempo di riflettere sulla mia posizione. Vi chiedo tuttavia di fornirmi una lettera di referenze.
Sinceri saluti,
Iris Whittle


Sylvia

Louis ha riordinato il salotto, e il risultato  soddisfacente perfino nell'accezione che il verbo ha per Iris. I ciocchi da ardere sono raccolti nella cesta, il carbone  nel secchio, e le riviste e i libri sono disposti con criterio sugli scaffali.
Louis  seduto in una poltrona di fronte a lei. Sono trascorsi solo quattro giorni da quando suo figlio  comparso sulla soglia di casa, eppure Louis appare smunto e smagrito quanto Millais. Ha gli occhi cerchiati, la pelle pi bianca della porcellana. Non si sdraia sguaiatamente, non riempie la stanza con i suoi ampi gesti e le risate. Siede rigido come un fiammifero nella sua scatola: caviglie unite, mani sulle ginocchia.
- Vi ho comprato i vostri cioccolatini preferiti. Vado a prenderli nel retrocucina, - dice facendo per alzarsi e spostando lo sguardo dal soffitto alla porta.
Anche cos Iris lo trova attraente - i suoi fitti riccioli, la quieta potenza degli avambracci - e avverte un'improvvisa scossa di desiderio.  cos vicino che potrebbe stringerlo. Qual  il confine tra la voglia di dipingere e la voglia di Louis?
Iris liquida l'offerta con un gesto della mano.
- Come state? - le chiede.
- Piuttosto bene, grazie, - risponde Iris, guardando la mensola del camino. Si sente d'un tratto sola e capisce che vorrebbe accanto sua sorella, che le manca cos tanto da doversi sforzare per non piangere.
Le ha scritto pi volte, ma non ha mai ricevuto risposta. Ricorda di quando avevano confezionato bandierine di carta da parati e si infilavano tra la folla di St James Park per scorgere anche solo di sfuggita la piccola regina, dopo il suo matrimonio con Alberto. Ricorda di quando si confidavano l'un l'altra qualsiasi cosa, bisbigliando mentre succhiavano i tartufi al cioccolato che Rose riceveva in dono dal suo galantuomo, e ridevano delle dichiarazioni amorose che lui le faceva.
Siamo convinti che tu sia stata ignobilmente sviata, e attirata con l'inganno verso una strada che non pu essere tuo desiderio intraprendere.
- Avete letto la mia lettera, - dice Louis. Con la coda dell'occhio Iris lo vede allungarsi in avanti, e allora prova una vampata di rabbia verso di lui, verso Sylvia, e anche verso la propria stupidit, che l'ha portata a nutrire speranze cos sciocche. - Volete concedermi di spiegarvi meglio come stanno le cose?
- Non ne vedo il bisogno, davvero. In effetti non mi dovete nulla, se non i miei disegni e una lettera di referenze. Sono venuta per questo.
Louis fa un verso di scherno. - Non lo pensate veramente.
- Certo che s, - ribatte lei brusca. - Li avete?
- Ma vi devo una spiegazione.
L'aria  pesante. Fumo di legna e lana umida.
- Ho fatto richiesta per un lavoro di modista... a Covent Garden.
- Tanto vale lavorare in fabbrica, - risponde lui.
- Chi vi d il diritto di...
- Odierete quel lavoro. La sua monotonia. Non avrete alcuna libert creativa, vedrete. Sarete del tutto anonima, solo un paio di mani riconosciute in relazione alla funzione che svolgono, n pi n meno come un ingranaggio.
- Che cosa ne sapete, voi? - gli chiede con voce appena pi alta. - Sono venuta per le mie referenze. Se non volete darmele, allora posso andarmene subito...
- Su questo avete ragione. Non vi dar alcuna referenza.
- Dite davvero? - Iris  sconcertata.
- Se serve a farvi restare, allora no. Non vi scriver nessuna lettera.
- Ma non potete, - dice Iris, cercando di frenare la rabbia. Non vuole abboccare all'amo, sar pi facile averla vinta se riuscir a mantenere la calma.
- Non c' bisogno che ve ne andiate. Non capisco perch...
- Invece devo.
- Ma perch?
- Perch... - Perch voi siete sposato e io sono spaventata, ecco cosa vorrebbe dire.
- Voi avete paura, - dice Louis.
- Perch mai dovrei avere paura? - risponde Iris cercando di controllare la voce, ma il suo stato d'animo la tradisce. - E poi vorrei che la smetteste di dire a me quello che provo. Non sapete nulla di me.
- Avete ragione, - dice con una foga improvvisa. - Lasciate trasparire ben poco... siete cos chiusa, cos difficile da comprendere...
- Io sarei chiusa? - ribatte quasi con un ringhio, e le parole le escono di bocca suo malgrado, con un impeto di cui non si credeva capace. - Voi invece avete una moglie... una moglie... che tenete nascosta a Edimburgo in modo da poter amoreggiare con le vostre modelle. Parlate di onest nell'arte, di aderenza al vero, ma non siete altro che un impostore, un ipocrita, e... - e poi ricorda i commenti maliziosi di Rossetti riguardo alla profonda conoscenza di Louis riguardo alla condizione matrimoniale, - ... e io sono solo un giocattolo da scegliere a vostro piacimento -. Louis si alza per stringerle il polso. - No! Non... non insultatemi con le vostre sollecitudini, con le vostre avance...
- Le mie avance? Ho fatto il possibile per nascondere i miei sentimenti. Avrei potuto facilmente sedurvi...
- No, invece! - risponde Iris sdegnata, e vorrebbe tanto rompere il bel vaso di fiori sul tavolo. - Come osate! Io non provo nulla per voi... e, ve l'ho gi detto, non sono come le vostre altre ragazze.
- Lo so! Di loro non mi importava nulla, erano solo ragazze di strada...
- Come potete parlare di loro in questo modo? Sono persone anche loro...
- Pensate che a loro importasse qualcosa di me? Almeno ora so qual  la vostra posizione -. Con la coda dell'occhio Iris vede che Louis ha le mani aperte, tremanti. - Non provate nulla per me... bene, bene. Chiedo scusa se invece voi mi piacete, se ho pensato che foste diversa. Sono stato solo uno sciocco a pensare che potesse esserci una minima speranza di... ma no... voi non provate nulla per me!
Lei lo fissa e sente il suo corpo sciogliersi come melassa. Louis ha i capelli arruffati, si sfrega gli occhi. Le parole che ha appena pronunciato le riecheggiano in testa. Una minima speranza di...
Louis  di spalle, e lei gli si potrebbe stringere addosso, baciarlo, se solo non lo odiasse cos intensamente.
Si avvolge nello scialle, preparandosi ad andare via, ma poi Louis alza lo sguardo e le lancia una timida occhiata, e lei non pu pi trattenersi. Non pu lasciarlo andare... non pu. In quel momento sente di dover avere tutto di lui, oppure niente, e non sopporta l'idea di doverlo perdere, n di perdere tutto ci che significa: la sua mano sulla sua, che le guida i tratti della matita sul foglio. Uno sprazzo di rosso vivace su una tela. Una fragola dipinta, perfettamente matura, lo scintillio del suo punto luce.
Va verso di lui, e le sue labbra trovano quelle di Louis. Assapora la sua bocca, il fumo di pipa, e prova un brivido di vergogna, di desiderio. Si  sempre detta che avrebbe resistito a tutto questo, che avrebbe tenuto le distanze e gli avrebbe ricordato la sua rispettabilit e il suo onore. Eppure, quando i suoi baci le scendono sul collo, e lei fa scivolare la mano sotto il panciotto e segue la geografia levigata e calda del suo petto... non riesce pi a fermarsi.
- Iris... - dice Louis, ma lei lo zittisce con un bacio, e lo tira a s sul sof, sopra di lei. Avverte un formicolio di piacere quando lui le solleva le gonne e la sottoveste e le infila la mano tra le gambe. Lei grida, e lo cerca a sua volta. Il tessuto della poltrona  ruvido contro le sue cosce. Vuole tutto di lui. Vuole essergli pi vicina possibile, diventare un tutt'uno con lui, abbandonarsi a una splendida sciagura.


Farfalla

32 Belgrave Square, Londra
Ventitre di aprile 1851
Gentile Mr Reed,
spero che questa mia vi trovi in buona salute.
Ho provato a scrivervi in diverse occasioni e ho anche inviato un fattorino presso il vostro indirizzo. Vi sarei grato se poteste darmi conferma dell'avvenuto recapito di questa mia corrispondenza.
Non abbiamo ancora ricevuto il lavoro completo per la Vetrata di lepidotteri, articolo 297, Sezione XIX. La data fissata per la scadenza  gi trascorsa, ma saremmo disposti a prolungarla fino al 25 di questo mese. Come di certo capirete, abbiamo molto lavoro da sbrigare per catalogare tutti i lavori in tempo per il giorno dell'inaugurazione, il 1 maggio. Nell'evenienza che qualcosa vi impedisca di portare a termine il prodotto nei tempi prestabiliti,  importante che ce ne diate comunicazione. Potremmo esservi di aiuto nel suo completamento o trasporto.
Abbiamo ricevuto l'articolo 106, Sezione XXX (cane siamese, articolato e imbalsamato).
Vi invito a scrivermi il pi presto possibile.
Cordialmente,
T. Filigree
Segretario del Comitato locale di Londra, Commissione per la Grande Esposizione delle Opere dell'Industria di Tutte le Nazioni


Osso

Iris  distesa sul pavimento dello scantinato di Silas, e lui le si avvicina. Iris abbassa il vestito accollato e gli sorride appena, senza mostrare i denti. Ecco,  proprio cos che l'ha vista quel giorno, quando si sono incontrati al cantiere della Grande Esposizione. Un accenno di pelle sopra l'osso della clavicola. Iris annuisce come a dire: S, potete toccare. Lui allunga la mano. Le afferra la clavicola, l'osso si stacca come un taglio di carne del macellaio, e si ritrova a stringerlo in mano. Iris avvicina le sue dita a quelle di Silas.
- Finalmente siete riuscita a scappargli, - dice lui.
- Grazie, - risponde Iris. - Se solo potessi vedere il vostro lavoro al Crystal Palace, sarei davvero soddisfatta. La mente pi brillante di tutte, - e si guarda intorno, colpita da un suono martellante.
- Non andate via, - la incalza, eppure Silas si sente gi trascinato via da lei, vede Iris dissolversi pian piano, e l'osso che ha in mano scompare. Altri colpi che bussano alla porta... e Iris si perde nel nulla.
Silas chiude gli occhi, godendosi l'ultimo calore di quella visione.  stata cos intensa che gli  davvero sembrato di averla davanti a s, in carne e ossa. Il riferimento di Iris alla Grande Esposizione gli fa venire un'idea: le procurer un biglietto d'ingresso.
Continuano a bussare, poi qualcuno grida qualcosa, ma Silas si schiaccia il cuscino sulla testa, prova a richiamare alla mente la consistenza dell'osso.
- Silas! So che siete l dentro... aprite questa porta, vigliacco.
Riconosce la voce della Madama, la proprietaria del Dolphin, e lo stesso tono con cui sbatte fuori dal suo locale a mezzanotte gli ubriaconi che si vomitano addosso.
Silas fa una smorfia, chiude gli occhi e prova a immaginare che il suo sogno prosegua. La mano di Iris sopra la sua - era l che si era interrotto - e che cosa far poi? Gli si avvicina e dice...
- Apri questa stramaledetta porta, bastardo!
Ma a Silas non importa.
Ha gi sentito altri clienti suonare e bussare alla sua porta, soprattutto ora che la bella stagione  imminente e i visitatori della Grande Esposizione stanno arrivando in massa in citt, ma se non risponde sa che finiranno per andarsene e ripercorrere lo stretto vicolo tappandosi il naso per la puzza. Ha lasciato il cagnolino l fuori a marcire. Non gli interessa pi.
La casa  scossa dall'ennesimo calcio alla porta. Cosa mai pu volere con cos tanta insistenza? Cosa la fa essere tanto violenta? Silas non ha intenzione di aprire n a lei n a nessun altro. All'affitto non ci pensa da settimane, ormai. Sorride. Iris  convinta che...
- Che cosa le hai fatto? - grida la Madama. - So che ci sei di mezzo tu, non ci casco! Trovata morta in un fosso la stessa sera che avete litigato. Scivolata su un sasso, dicono: col cavolo! Non sperare di farla franca. Bluebell era come una figlia per me...
E poi, dopo un verso animale e un ultimo colpo sferrato alla porta con il piede, Silas sente i suoi passi arretrare e riecheggiare lontani.
Non ha davvero la pi pallida idea di cosa stesse blaterando quella donna. Probabilmente era annebbiata dal troppo gin. E se Bluebell ha davvero fatto la fine che dice la Madama, be' pazienza, era una sgualdrina dalla lingua biforcuta, e lui non prova niente nei suoi confronti. Si gratta il torace e scende dal letto.
Va verso la parete con la mensola che ospita i topi, come paralizzati dallo spavento. Gli sembra che la scena che ha costruito per loro sia come un dagherrotipo:  riuscito a fermare il tempo, ha immortalato ogni singola creatura per l'eternit. Queste bestiole non marciranno, non diventeranno cibo per i vermi. Resisteranno per sempre.
I topi erano stati una sua mania degli inizi. Li vestiva con minuscoli abiti e costruiva o comprava piccoli oggetti e arredi destinati a case di bambola. Ne ha circa una dozzina, ognuno con un diverso travestimento: c' un'operaia con sottana, una venditrice di dolciumi con una cuffia in testa e un bastoncino di zucchero in mano, una prostituta in abito di seta, tutte quante l a raccogliere la polvere.
Non li guarda da un po', e comincia a osservarli partendo dall'ultimo topo della fila.  una piccola Flick in versione roditore, con in mano un minuscolo piatto di porcellana. Ha tagliato dei ciuffi di pelo rosso da un gatto e li ha incollati sulla testa del topo.
Ricorda le sue dita, i polpastrelli induriti dal calore della ceramica... la loro amicizia... non c'era forse quello, tra loro, anche se non si erano mai scambiati una parola? E ricorda anche dell'altro: i lividi che le fiorivano sul viso e sulle gambe, prima gialli, poi viola e infine neri. Il modo in cui suo padre la prendeva per un braccio, neanche fosse una bambola, e i suoni che arrivavano dalla sua casa, tali da far tremare Silas di paura per lei. Quelle botte li accomunavano, proprio come accomunavano tanti altri bambini, ma per lui avevano un significato speciale. Creavano un legame. Silas e sua madre, Flick e suo padre. Il suo corpo triste e martoriato urlava: Salvami. La mia vita non vale niente.
E lui l'aveva salvata. Le aveva reso tutto pi semplice. L'aveva aiutata a scappare.


Gentiluomo

Albie se ne  andato di corsa dalla sua catapecchia, prima che Nancy potesse acciuffarlo e costringerlo a lavare le lenzuola. Ultimamente  stato arruolato a mo' di lavandaia, e gli tocca sfregare forte il cotone incrostato di striature viscide come scie di lumaca. L'aceto e le setole ruvide della spazzola gli bruciano sulle dita. Non  giusto, ecco, e ieri ha detto a quella vecchia scrofa che ormai  diventato un modello di tutto rispetto e non pu abbassarsi a certe cose, ma lei gli ha riso in faccia e gli ha messo in mano una spazzola.
Indossa un paio di brache blu scamosciate, appena avute da un ambulante di Petticoat Lane che gliel'ha date in cambio di capriole e acrobazie varie per attirare clienti alla sua bancarella. Hanno dei rattoppi sulle ginocchia, piccoli bottoni di corno da allacciare appena sopra il polpaccio e sono perfetti per la sua nuova posizione. Si pavoneggia come un damerino, levandosi il cappello a bombetta davanti ai carrettieri con un gesto di finta superiorit.
- Non t'avevo forse detto che sarei diventato un uomo raffinato, un giorno? - dice al venditore di limoni, ma quello gli risponde sbuffando.
- Il massimo che puoi fare, per avvicinarti a un gentiluomo,  bazzicare fuori dagli alberghi, - ribatte con un ghigno, ma Albie unisce i piedi e risponde con un bel salto. - Che mi dici delle tue gengive sdentate?
- Presto avr una dentiera d'avorio, vedrai se non ho ragione -. Controlla il suo orologio da taschino - un cartoncino rotondo a cui ha legato un breve tratto di spago - e annuncia: - Per un gentiluomo la puntualit  importante, non bisogna presentarsi anzitempo n procrastinare, e cos devo salutarvi, vecchio zuccone sifilitico.
L'ambulante si fa piccolo per la vergogna.
Albie svolta in Colville Place, occupando pi spazio sul marciapiede di quel che gli occorre, le braccia spalancate come ali, tanto che un uomo gli urta il polso con la punta d'argento del suo bastone da passeggio: - Attento, moccioso! - A cui Albie risponde con una linguaccia. Non c' niente che possa spegnere il suo buonumore, neanche il fischio del vento tra i buchi della sua giacchetta, o il fatto che il gatto randagio che teneva al guinzaglio con un lurido pezzo di spago, a mo' di cagnolino da passeggio, sia sfrecciato via su Oxford Street. Anche gli affari vanno a gonfie vele: la Grande Esposizione far accorrere tanti visitatori e ci sar pi gente di campagna per sua sorella.
 arrivato anzitempo, mentre un gentiluomo  sempre puntuale. Arrivare anzitempo  da maleducati tanto quanto procrastinare. (Ha pregato Louis di rivelargli qualche tipica caratteristica dei gentiluomini, e questa se la ricorda bene. Gli ha chiesto il significato delle parole, come se contenessero il segreto della vita stessa: procrastinare significa arrivare tardi, mentre puntuale significa all'ora giusta). Bisbiglia sottovoce: puntuale, puntuale, puntuale. Le campane suonano l'ora e Albie conta i rintocchi sulle dita. - Le dieci, diamine! - sussurra tra s e s. - Devo presentarmi non prima delle dieci e mezza.
Allora nota la soglia del negozio chiuso di fronte, quello dove ha visto Silas in precedenza, e decide di sedersi l fino al rintocco successivo, accavallando le gambe come un perdigiorno, il mento all'ins.
Si sente a disagio, come se la vetrina polverosa alle sue spalle lo stesse osservando. Si gira, dentro al negozio  tutto buio ed  difficile vedere qualcosa, a parte le vecchie ragnatele che pendono dai bordi della cornice. Coglie il suo riflesso sul vetro, sorride, ma poi si ricorda delle gengive e copre la bocca con la mano. E allora lo sente, quell'odore chimico.
Deglutisce, e si alza per sbirciare la vetrina pi da vicino. Un paio d'occhi, e la bocca dell'uomo si arriccia in una smorfia di riconoscimento.
Albie prova ad aprire la porta, che cede facilmente. Entra nel negozio abbandonato. Al muro sono appesi portacandele vuoti.
- Silas, signore, - dice Albie, e l'uomo ha un sussulto.  accovacciato accanto alla vetrina. Di solito  pulito, ordinato, ma ora ha una peluria sul viso e il suo cappotto blu  sporco e stracciato.
Albie si guarda intorno e d'istinto si stringe addosso la giacchetta. - Che ci fate qui? - e poi, sperando con tutto il cuore che l'opinione di Louis riguardo a Silas sia giusta, chiede: - Siete qui per vendere alcuni dei vostri animali a Mr Frost?
Silas non risponde ma si tocca per tre volte la clavicola. Il dito batte sull'osso con un suono spaventoso, e Albie rimane perplesso, interdetto.
- Signore? - chiede di nuovo. - Siete sbronzo, per caso?
- Sparisci, - sibila l'uomo. - Se lei dovesse arrivare...
Albie deglutisce di nuovo, e capisce che avrebbe dovuto essere pi convincente con Louis, che il suo istinto non mentiva. - Lasciatela stare.
- Lasciar stare che cosa?
- Lei, - dice Albie, e quel ticchettio del dito sull'osso gli trapassa il cervello, come se l'uomo stesse tenendo il ritmo sulla sua stessa testa. - Iris. So cosa vi passa per la mente, signore, io...
Silas agita una mano, e Albie segue la linea del suo sguardo, rivolto allo studio di Louis. - Tu non sai proprio niente, Albie, niente delle sofferenze che patisce.
Albie si guarda di nuovo intorno. - Vi prego, signore. Lasciatela stare. Lei non vuole. Voi dovete lasciarla in pace -. Gonfia il petto per sembrare pi grande, ricordando le mani di Silas strette intorno al collo di quella ragazza, le chiazze livide sul corpo di Moll la rossa. Prova un impeto di rabbia, il bisogno di proteggere Iris. Lei non merita tutto questo: e poi, non  forse colpa sua se sono arrivati a tanto?  stato lui a presentarli, no? E quindi adesso deve sistemare le cose e metterla in guardia. Si raddrizza per sembrare pi alto. - Vi ordino di lasciarla stare! -  cos vicino a Silas che ne sente l'odore. Sotto quel sentore chimico c' una puzza pi putrida e ferina.
Silas non abbassa lo sguardo. Colpisce Albie con uno schiaffo come fosse una mosca. Il suo braccio  pi forte di quanto Albie si aspettasse, e il bambino barcolla all'indietro, atterrando con un tonfo sordo sul pavimento. Le sue brache nuove sono tutte impolverate. Prova una vampata d'odio cos intensa da farlo tremare. Si alza e tira Silas per la manica del cappotto.
- Dovete smetterla! Dovete... dovete dimenticarla!
La bocca di Silas  una fessura sottile.
- Per favore, - lo implora Albie. - Lasciatela stare, vi supplico. Non ve la prendete con lei.
Pi Silas lo ignora, pi Albie si agita. Prova a dargli uno spintone, ma con scarsi risultati, e cos gli d uno schiaffo in piena faccia.
Allora Silas si riscuote, lo guarda dritto negli occhi e lo afferra per la giacchetta, lacerando il tessuto. Albie avverte la forza di quelle mani, la puzza dell'alito, l'odore acido dei suoi pantaloni lerci.
Albie prova a sferrare pugni, ad affondargli le unghie nella schiena, ma non ha abbastanza slancio, non riesce ad avvinghiarlo. Silas lo stringe in un abbraccio d'acciaio, come la morsa di un paio di manette. Un'ondata di dolore lo travolge quando la sua testa rimbalza contro il muro alle sue spalle - una fitta rossa, calda e acuta in bocca - uno scricchiolio d'ossa. E poi sente che il naso  bagnato, sta colando, e fatica a respirare tra le bolle del suo stesso sangue.
- Se provi a intrometterti, - gli dice Silas con un alito rovente, - se provi a fare qualsiasi cosa, a immischiarti o anche solo a fiatare, andr a trovare quel topo di fogna di tua sorella. So che era lei, quella nella carbonaia. So esattamente dove trovarla, quella sgualdrina da due soldi -. Silas lo scuote e Albie piagnucola, cercando di accumulare un grumo di catarro da sputargli addosso, ma dentro non gli  rimasto pi niente.
Silas molla la presa, e Albie non pu fare altro che crollare a terra. Tossisce e si ritrova qualcosa di solido in mano... il suo ultimo dente, e il sangue gocciola come acqua dal palmo. Prova a infilarsi di nuovo il dente nella gengiva, ma  inutile.
Quando alza lo sguardo, Silas se ne  andato.
Albie si tira in piedi a fatica. Non si arrender. No. Protegger Iris fino all'ultimo. Lei ha l'animo pi gentile e buono che conosca.
Esce dal negozio e bussa alla porta di Louis, con venti minuti d'anticipo. Puntuale, pensa mentre gli tremano le gambe.
Ma nessuno viene a rispondere, anche se sa che sono in casa.
Si sente estraneo al suo stesso corpo, leggero e luccicante, le gambe malferme e liquide. Il dolore alla testa  feroce, e si tocca il naso dove lo ha sentito scricchiolare. Caccia un grido, gli tremano le dita.
Bussa ancora e ancora, e il dolore si fa pi compatto, come il battito d'ali di una farfalla sul viso. - Per favore, - prova a chiamare, e le parole escono come un verso incomprensibile, ora che ha perso anche il suo ultimo dente.
Le brache nuove sono intrise di sangue, e quello che gli cola dal mento  scivolato sulla camicia, fino al selciato. Gli ricorda quella sostanza viscida che ha scrostato dalle lenzuola il giorno prima, il sorriso scheggiato di sua sorella, la mano stretta nella sua mentre il letto si scuote sopra di lui. Sa che Silas  capace di mantenere la sua minaccia.
Ora le gambe gli tremano meno, il terrore sta pian piano scemando. Il dolore invece si fa pi forte e immagina sua sorella picchiata, gettata in strada come uno straccio vecchio. L'ennesima prostituta finita in un fosso. Non importerebbe a nessuno; non lo ascolterebbe nessuno.
Si piega di scatto per una fitta lancinante a un fianco, poi si allontana dalla porta. Non pu rischiare di perdere sua sorella. Non pu.
Non  buono a far niente, n la vita da modello, n l'amico di Iris.  solo un cagnaccio ringhioso, un vigliacco. Una grossa lacrima gli riga la guancia, fermandosi all'incavo della bocca. Non ha il coraggio di asciugarla. La lecca con la lingua. Sapore di sale e di ferro.


Sguardo

Non si curano di chi sta bussando alla porta. Nessuno interferir con il loro piccolo mondo di perfezione. Iris sposta con il piede il pesante tessuto della biancheria del letto, poi torna a guardare Louis. Ha gli occhi chiusi.
Potrebbe restare l per sempre, fare l'amore di continuo, senza sosta. Sente sul ventre la sostanza appiccicosa del suo seme, l dove si  asciugato e screpolato come albume d'uovo. Le ha detto che non deve lasciarle dentro nulla. Iris posa la guancia sull'incavo del petto di Louis, appena sotto la spalla, e ascolta il battito del suo cuore.
- La mia testa ci sta alla perfezione, - dice. -  come se il tuo petto fosse stato scolpito apposta per me.
- Forse  proprio cos, - dice Louis, e fa scorrere il dito su e gi lungo la schiena di Iris, come se fosse un pianoforte. - Sei soddisfatta?
- Completamente, - risponde, e chiude gli occhi. Tiene lontane le paure che incombono alla periferia della sua mente, e si concentra solo sul momento presente. Ora sono qui, pensa, e anche Louis  qui, ed  tutto perfetto. O perfettamente imperfetto. Lei  perfettamente perduta. Il petto di Louis  privo di peli, morbido, e Iris segue con la mano la curva del fianco. Avverte dentro di s un indolenzimento, un fastidio, i suoi capezzoli ancora sensibili, dopo essere stati tra le dita di Louis. I loro non sono stati bacetti timidi e appena sfiorati, bens baci assetati, avidi, e per due volte lui le ha preso il labbro tra i denti e gliel'ha morso.
Iris aveva sempre pensato che qualsiasi forma di faccenda intima, come l'aveva definita sua madre una volta, prima di coprirsi alla svelta la bocca con la mano, avesse a che fare con dolore, sofferenza e sopportazione. Una volta aveva visto uno straccione spingere la testa di una venditrice ambulante tra le sue gambe, all'altezza dell'inguine, verso le undici di mattina, la mano violenta che le stringeva i capelli arruffati, il verso strozzato che le usciva dalla bocca, come un vomito di gatto. Persino sua sorella e il suo galantuomo: era rimasta sconvolta nel vedere le mani voraci di lui, la forza delle sue braccia, i lividi che le lasciava sul corpo. Iris voleva provare le stesse cose su di s, o forse no. Aveva imparato a trattare le sue parti intime con vergogna, come fossero un segreto, una crudezza da tenere nascosta. Ora invece le sembra tutta una congiura: nessuno le aveva mai detto che la trappola da cui volevano metterla in guardia si sarebbe rivelata tanto seducente. Louis l'ha osservata nella sua nudit, ridendo mentre lei si divincolava, e poi l'ha baciata l. L'ha definita bellissima. In un primo momento lei  rimasta inorridita, ma poi...
- Se continui cos, dovr rimangiarmi la mia parola di galantuomo e sacrificarti di nuovo alla dea Venere, - le dice.
- Vorrei soltanto sapere, - ribatte Iris baciandogli il lobo dell'orecchio, - se  valsa la pena sacrificare la dignit dell'arte alla bassezza della passione.
- Oh, certo che no.
- Risposta degna di un vero pittore. E poi, si  trattato di una semplice lezione di anatomia.
- Sono molto scrupoloso.  fondamentale che io studi da vicino ogni tua forma -. Le solleva il braccio e lo bacia. - Devo prendere nota di ogni piega, di ogni articolazione, e cercare la forza della verit in ogni minima parte -. Sposta la mano sulla sua spalla e segue il profilo del suo seno con il dito. - Ecco, sto cercando di catturare la purezza dell'emozione. Devo restare a guardare per giorni e giorni, finch non avr memorizzato ogni particolare.
Lei lo stringe pi forte. Vede un lampo scuro, la curva del suo - come si chiama? - e il desiderio la stringe in una morsa. Quando l'ha visto per la prima volta, si  dibattuta tra due sensazioni contrastanti di timore e delusione, davanti a tanta bruttezza. Non aveva idea che gli uomini schermassero la rigidit delle loro parti dietro ai pantaloni (o dietro ai loro innominabili come li chiamava sua madre).
Iris lascia vagare liberamente i pensieri fino alla tela vuota nel suo studio. Avverte una scarica di energia mentre l'immagine si compone davanti ai suoi occhi: riempir la tela centimetro per centimetro, in ogni minimo dettaglio, con colore e intensit. Louis e Albie saranno raffigurati al centro... e se ci fosse anche lei? Invece di prendere spunto da Shakespeare o dall'amore medievale, potrebbe imitare la semplicit del suo dipinto preferito di Van Eyck. Riesce a immaginare il triangolo formato dai loro corpi: lei e Louis mano nella mano, con Albie seduto a un tavolo a pulire le fragole, la rapida lama del coltello che riflette uno spicchio di cielo. La sua mano ferma in una posa assorta, il frutto maturo ma ancora sodo.
I loro corpi apparirebbero rilassati, non disegnati con la ceramica rigidit per cui  nota la Confraternita; piuttosto si tratter di una scena interrotta, come se l'osservatore la stesse spiando da dietro una finestra. Non ci sar alcuna passivit amara nelle loro espressioni: far in modo che Louis sembri sul punto di scoppiare a ridere. Sar una celebrazione della realt della vita, ogni oggetto sar simbolo di gioia. Se solo potesse convincere anche sua sorella a posare, ma naturalmente non lo farebbe mai. Per inserirla nel quadro, dipinger anche una rosa in un vaso.
Ricorda una poesia che Louis le ha letto, una poesia che parlava di bellezza e leggiadria, e ne incider un estratto nella cornice. Una cosa bella  una gioia per sempre... e poi qualcos'altro a proposito di una pergola e di sogni.
- Sei stata rapita dai folletti? - le chiede Louis, riscuotendola dal suo torpore.
- Stavo solo pensando che ho intenzione di dipingerti, - risponde.
- Ma davvero? E come?
La sua idea le appare fragile. Potrebbe rompersi anche solo sfiorandola.
- Non ne sono sicura, - dice. - Voglio essere presa sul serio come pittrice, sai. Pensi che sia possibile, per una donna?
- Be', sei fortunata, perch tu hai talento. E un modello tutto per te che ti conceder generosamente la sua figura, solo ai fini della prospettiva, s'intende.
Iris si appoggia al cucino. - Talento? Dici davvero?
- Sai bene che  cos.
- Non l'avevi mai detto prima. Mi avevi definito promettente con una strana espressione sul viso, da puzza sotto il naso.
- Sul serio? Non te l'ho mai detto? - Si rigira un anello intorno al dito. - Potremmo fingere che tu sia un uomo. I tuoi dipinti si venderebbero molto meglio. L'hanno gi fatto altri artisti, e hanno fregato tutti quanti.
Iris scuote la testa. - Non mi sentirei pienamente me stessa se fossi un... Ivan, o un Isaac.
- Miss Whittle, la famosa pittrice! La prova concreta che le donne sono capaci di creare cose ben pi meravigliose di arazzi e languidi fiori -. Alza lo sguardo sulla stanza, e lei lo segue fino alla miniatura incorniciata sulla parete. - Mia madre ti avrebbe adorata.
- Lo pensi davvero? - gli chiede. - Una semplice ragazza di bottega come me?
- Se ne sarebbe dimenticata presto, come ho fatto io. Hai l'eleganza di una regina.
- Oh, Guigemar -. Lo accarezza nel punto che preferisce, un tratto di pelle ruvida sull'orlo del fianco.
- Ti avevo avvertita, - le dice sollevandole il mento, e lei lo bacia e lo bacia e lo bacia finch non le sembra di annegare.


Biglietto

Acludo un biglieto per la Grande Esposizzione che si apre domani come da voi richiesto.


Crystal Palace

 tutto rumore, confusione e folla incalzante. Un'enorme fontana spruzza scintillanti getti d'acqua verso il cielo, e un mare di donne si spinge oltre i tornelli, si stringono in una sorta di estasi e ammucchiano borse e soprabiti sui loro accompagnatori di sesso maschile. I colori sono sgargianti, come quelli di un raffinato bordello: nidi di piume intrecciate, cappelli assurdamente rigonfi, ombrellini a mezz'aria, e metri su metri di crinoline inamidate. Lampadari di cristallo scendono a goccia tra gli olmi, le statue e le fitte venature delle palme in vaso.  un caleidoscopio rotante, impossibile da fermare, da contenere. Silas prova a calmarsi immaginando l'esposizione di notte, svuotata dei visitatori. Il silenzio che torna a regnare sopra file su file di manufatti. Passer questo momento.
- Quasi peggio di una festa a corte.
- L'abito di Lady Charlemont... cos dorato... ma cosa le  saltato in mente...
- E le dame di compagnia...
Una voce pi rozza: - E ci sono pure le latrine con lo scarico... le battezzer io per primo.
Silas viene colpito da un ventaglio: sta morendo dal caldo e allenta il colletto della camicia. L'edificio  una serra e lui un suo frutto molto pi che maturo. Guarda dappertutto in cerca di Iris, immaginando di individuare il suo abito semplice tra questi pavoni starnazzanti. Sapeva che il Crystal Palace sarebbe stato imponente, del resto ne ha osservato la costruzione da vicino, eppure la sua enormit lo coglie di sorpresa. Il soffitto di vetro ricurvo sembra alto e lontano come la volta celeste. Potrebbe impiegare settimane per visitare ogni singolo articolo esposto, percorrere le varie navate e gallerie. Pensa alla sua piccola dimora di cui va cos fiero: i suoi angoli bui, il suo calore avvolgente. Il suo negozio gremito di oggetti, la minuscola camera da letto di sopra, nella mansarda, e la cripta ben isolata dello scantinato gi sotto: entrerebbe tutto in questo spazio per migliaia, decine di migliaia di volte. E il lavoro: come potrebbe mai, nell'arco di una sola vita, produrre un numero sufficiente di esemplari da fare concorrenza a questa meraviglia?
Sar Iris a ricordargli la sua grandezza. La sua presenza lo ripagher di un'intera vita di delusioni. Sar il suo pi grande traguardo, il suo gioiello, la pi splendida delle creature. Non gli viene in mente che potrebbe fare fatica a trovarlo, in mezzo a tanta folla. Individuer una via per raggiungere i suoi cuccioli siamesi e l finalmente si incontreranno.
Quando risuona il crescendo dell'organo e la regina avanza frusciando lungo la navata, un colpo di cannone potrebbe anche distruggere la folla gaudente e a Silas non importerebbe nulla, sempre che lui e Iris fossero le ultime persone rimaste al mondo.
Silas vaga per i corridoi di ronzanti presse a vapore, ipnotizzato dalla ritmica masticazione delle loro ganasce, lo schianto delle incudini, proprio come le macchine annerite della fabbrica di ceramica. Da bambino sognava di incepparle infilando un bastone nelle loro luride fauci. A che pro mostrare tali meccanismi in un luogo come questo? Forse mostrano i progressi dell'industrializzazione, ma che progresso c' nello sfornare giornali stampati nello stesso identico modo, porcellane con gli stessi identici disegni, identiche spole di cotone, per quanto sia tutto ordinato e simmetrico? Se questa  l'et moderna, lui non vuole averci niente a che fare. Se non altro, si consola, nessuna macchina potr mai sostituirlo nella sua abilit particolare, non potr mai sventrare o ricucire o ricomporre o impagliare una creatura.
Mentre si affretta a cercare i suoi cuccioli, supera volgari gallerie con travi azzurre, gialle e verdi, che ospitano vetrine su vetrine di creature. Alci imbalsamate, un orangutan addormentato, una coppia di fagiani impagliati dell'Himalaya intitolati Corteggiamento. (Potrebbe portare Iris a vederli, chiederle a che altra coppia la fanno pensare; allora lei riderebbe, gli sfiorerebbe il braccio e gli darebbe del birbante).
Scruta su e gi per i corridoi, temendo che i suoi piccoli amici si siano persi, siano stati danneggiati, dimenticati... ma poi finalmente li trova. Eccoli l: minuscoli, elaborati, perfetti.  travolto da una calda ondata di orgoglio. Ricorda il suono del campanello molti mesi addietro, Albie che gli porge quei due piccoli siamesi. Quante volte se li  raffigurati nel suo museo personale... e ora sono qui, proprio come li aveva in mente, manto e scheletro esposti l'uno accanto all'altro in teche di vetro, rialzate su blocchi di pietra. Li ha composti lui. Ha incollato ogni singolo ossicino, ogni singola vertebra. Ha imbottito la pelle, ha seguito la procedura passo dopo passo, con le stesse cure che si riservano a un lattante.  tutto ci che ha sempre sognato: centinaia di migliaia di persone che ammirano la maestria del suo operato. Si piazza tra le due teche, osservando la gente che passa e si ferma a osservare il suo lavoro. Deve trattenersi per non avvicinarsi ogni volta e far sapere che  lui la grande mente che sta dietro a ci che vedono.
- Notevole, - dice un uomo in marsina di seta alla sua accompagnatrice. - Davvero notevole. Forse potrebbe prepararti qualcosa di piccolo per la tua vetrinetta.
Silas vorrebbe tanto che Iris fosse l ad assistere. Senza la sua approvazione, il suo successo sembra irreale. Sbircia tra la folla, sperando di vederla apparire presto e farsi strada verso di lui. Sar di certo un po' agitata, ma quando lo vedr gli far un sorriso, magari anche una piccola riverenza ( cos che fanno le signore rispettabili? O succede solo nell'alta societ? Dovrebbe approfondire l'argomento) e allora lui legger con grande disinvoltura il cartoncino stampato sotto i suoi esemplari, per dimostrarle la sua cultura.
- Cuccioli siamesi, articolati e imbalsamati. Progetto e realizzazione sono a cura esclusiva dell'espositore, Mr Silas Reed, e formano parte di una pi ampia collezione di curiosit raccolte da Mr Reed nell'arco di ventitre anni.
Ma mentre il giorno avanza e la mattina volge al pomeriggio, mentre l'edificio si fa sempre pi torrido, il fremito del dubbio si intensifica. Avrebbe dovuto imparare la lezione dall'ultima volta: lei non verr, nonostante dica di essere interessata. I suoi successi non saranno mai abbastanza per lei. Silas non riesce a fare colpo. Lei si mantiene fredda, distaccata, lontana. La aspetta da oltre cinque ore.
Non  venuta.
Controlla il respiro, cerca di restare calmo. Intreccia le mani per evitare di spaccare la teca di vetro che contiene i suoi cuccioli, di strappare il manto peloso, di disintegrare il minuscolo scheletro. Non significano niente, non sono altro che sciocche cianfrusaglie. Che valore hanno in confronto a lei? Non poteva almeno essere tanto cortese da rispondere alla sua lettera, restituire il biglietto che tanto gli  costato?  soltanto una cagna ingrata e bugiarda.
Era la sua ultima occasione, e non  venuta.


Rose

- Ho ricevuto una lettera stranissima, ieri, - grida Iris a Louis, cercando di sovrastare il frastuono delle carrozze.  il pomeriggio di apertura della Grande Esposizione e il traffico  paralizzato. File su file di veicoli a quattro ruote immobili lungo la strada, cavalli che scalciano e nitriscono, vetturini che sbadigliano e brandiscono i loro frustini. Cigolio di ruote. Due uomini si urlano contro, le maniche arrotolate ad annunciare una probabile scazzottata, ma Louis incalza Iris oltre la mischia, attraversando Regent Street per raggiungere il marciapiede del lato ovest. Iris si lascia guidare tenendo la mano nell'incavo del gomito di Louis. -  arrivata quando eri da Millais. Volevo dirtelo, ma poi me ne sono completamente dimenticata.
- Dimenticata cosa? - le chiede.
- La lettera -. Iris sospira. - Ogni tanto mi piace anche parlare di qualcos'altro che non sia la Royal Academy -. Louis  un fascio di nervi: l'indomani ci sar un'anteprima privata della mostra estiva all'accademia, vedranno dove  stato posizionato il suo dipinto e potranno cogliere i primi pareri dei critici.
- Scusa, - dice stringendole la mano. - Chi l'ha mandata?
- A dire il vero non saprei. C'era dentro un biglietto.
- E per che cosa?
- Per la Grande Esposizione -. Iris alza le spalle. - Dev'essere costato un bel po'. Ma c'era anche scritto che io avevo chiesto un biglietto, quando invece non ho mai fatto nulla del genere -. Si rende conto di parlare a vanvera, e Louis la sta guardando in modo strano. - Oh, lascia perdere. Sono sicura che sia del tutto innocua.
-  forse il tuo modo di dirmi che ho un rivale? Vuoi che tiri fuori la mia pistola da duello?
- Oh, certamente, - risponde Iris. - Di sicuro non parla sempre e solo dell'accademia come te.
Tanto basta per far tornare Louis sul suo argomento preferito. - Dubito che l'abbiano posizionato a filo di sguardo, per magari appena sopra o sotto... e poi chiss se l'hanno messo in una sala decente...
Ma Iris non lo sta ascoltando. Perch si stanno avvicinando sempre di pi all'emporio di Mrs Salter. Ha un sussulto nel vedere gli occhi delle bambole che la fissano dalla vetrina, ricorda di averne dipinte la maggior parte. Quello  il luogo dove per anni si  sentita soffocare, come un ragno intrappolato nell'ambra. Il suo mondo  cambiato cos tanto che le sembra quasi strano non vedere nulla di diverso nel negozio. Forse la vernice verde  un po' pi scrostata, una delle bambole  nuova, ma a parte questo  tutto esattamente com'era, un cimelio conservato alla perfezione.
Oltre il vetro riconosce la testa china di sua sorella, i riccioli ramati dei suoi capelli.
- Devo entrare. Devo vederla.
- Ne sei sicura? In fin dei conti ha ignorato tutte le tue lettere, - dice Louis. - Forse...
- Tu non devi farti vedere, peggiorerebbe solo le cose -. Iris consegna a Louis il suo ombrellino e si ferma un istante, consapevole di non indossare alcun bustino e di avere i capelli sciolti sulle spalle. Il campanello sopra la porta risuona quando varca la soglia. Mrs Salter non  in negozio.
Sua sorella alza gli occhi. Iris ha il sole alle spalle, i suoi raggi accendono il pulviscolo sospeso nell'aria, e Rose  una visione chiara, nitida. In un primo momento non capisce che Rose  accecata dalla luce e non l'ha riconosciuta.
- Posso aiutarvi, signora?
- Io... io... Allora Iris coglie il bianco dell'occhio sinistro di sua sorella, l'altro che fatica ad abituarsi alla luce fioca della candela. - Rose? - dice Iris, e l'espressione sul viso di sua sorella si trasforma.
- Perch sei qui?
- Ti prego, sorella mia, - le dice andandole incontro, i piedi che incontrano le pieghe consumate del tappeto.
- Sei venuta a tormentarmi? Be', ridi pure, sai quanto me ne importa.
- Che cosa? No, certo che no. Non potrei mai, - risponde Iris.
- Perch non mi lasci in pace?
- Mi manchi -. Si siede accanto a Rose, nel posto che un tempo era solita occupare. Il suo abito si impiglia come sempre sul legno scheggiato, la schiena si accomoda nella sedia che sembrava quasi modellata sul suo corpo.  come se l'ingranaggio del tempo si fosse momentaneamente fermato e vecchie ragnatele cercassero di racchiuderla di nuovo in un'intricata matassa. Prova a fare respiri pi profondi.
- Che cosa stai cucendo? Viva o morta?
Sua sorella non risponde, ma Iris vede che le sue mani tremano a ogni movimento dell'ago sul tessuto.
- Dov' Mrs Salter?
-  andata a fare una commissione. Sta cercando una nuova apprendista. Quella che  venuta dopo di te non  durata tanto.
- Io... io ti penso spesso, Rose.
Sua sorella resta in silenzio, poi esclama: - Come hai potuto farlo?
- Fare che cosa?
Rose posa il suo lavoro di cucito. - Come hai potuto fare una cosa del genere a mamma e a pap, a me?
- Le cose non sono come pensi...
- E come sono, allora? Del resto, dovrei essere abituata agli abbandoni, ormai -. La sua risata ha il suono di una tosse sorda. - E questo artista... quest'uomo. Immagino che ti scopi...
- Rose! - esclama Iris, che non avrebbe mai immaginato di sentire quelle parole dalla bocca di sua sorella, n che le conoscesse.
- Allora? S o no?
Iris abbassa gli occhi. - Ti prego...
Rose ride. - Lo sapevo. Dopo che si sar saziato, ti butter via.
- No, invece, - ribatte Iris. - Lui mi ama.
Nessuna delle due aggiunge altro, e Iris segue con il dito la spirale di un nodo del legno. Poi riprova a parlare. - Voglio che tu sappia che non me ne sono andata perch volevo farti soffrire. Io ti voglio bene.
- Non essere ridicola.
- Ma  cos! Come puoi dubitarne? Sei mia sorella. Penso a te in continuazione.
- Mentre sono chiusa qui dentro.
- Gi, chiusa qui dentro, - ripete Iris. - Ma vuoi sapere la verit? Non devi per forza restare qui. Esistono altri modi, altri mezzi.
- Il disonore, intendi? Sono troppo sfregiata, per quello.
- Nessun disonore, - risponde Iris, e giunge forte le mani per resistere alla voglia di abbracciare sua sorella. - Io posso aiutarti...
- Risparmia la tua carit, - dice Rose. E solo allora Iris comprende l'origine dell'odore che pervade la stanza, nascosto sotto quello della carta da parati ammuffita e dello zucchero:  l'odore della delusione. Inacidisce l'aria che respirano. Mrs Salter che si nasconde dietro pillole e lozioni nel tentativo di guarire la propria infelicit. E poi Rose. L'amarezza che la divora, l'amarezza e il crepacuore di vedersi strappare via con una sola lettera la vita che sognava, di perdere per sempre la bellezza e la possibilit di un futuro roseo. E giorno dopo giorno, il viso di Iris che la guarda dal riflesso nello specchio a ricordarle chi era, o avrebbe potuto essere. Iris prova una tale tenerezza per sua sorella che deve aggrapparsi al bordo del tavolo.
- So che mi detesti per questo, - dice Iris, e Rose distoglie lo sguardo. - Ma io non ho lasciato te: ho lasciato questa vita. Questa fatica, questa infelicit, Mrs Salter... tutta questa pena. Ho lasciato tutto per dipingere. Non ricordi quanto desiderassi diventare un'artista, e quanto lo desiderassi anche tu per me? Ricordi quando siamo andate alla National Gallery?
Rose porta i capelli sciolti sul viso e Iris non riesce a leggere la sua espressione. Sente riecheggiare in testa la propria voce, un piagnucolio insistente, ma le domande sgorgano spontanee, domande che soffoca da anni. - Perch  cambiato tutto fra noi? Dove ho sbagliato? So che c' stata la tua malattia, e la tua... delusione, ma non  stata colpa mia. Ti avrei aiutato, ti sarei stata vicina, tu invece mi hai escluso e...
Rose si gira di scatto, e il suo occhio buono si accende come un fiammifero. - Oh, bravissima, Iris. Ottima recitazione.
Iris la guarda esterrefatta. - Che vuoi dire?
- Sei sempre stata invidiosa di me. Hai sempre fatto confronti.
- Non  vero! Sei stata tu...
- E quando non sei stata invidiosa, mi hai considerato penosa, patetica...
- No, - dice Iris, anche se avverte dentro di s un senso di nausea.
- E hai il coraggio di dire che non  stata colpa tua! Dopo che hai rovinato tutto della mia vita...
- Ma come? Io non...
- Non mentire con me.
- Davvero, Rose. Io non ho idea...
- Gli hai scritto tu.
- Scritto a chi?
- A Charles.
Iris impiega qualche istante a ricordare che Charles  il nome del galantuomo di Rose. - Ma che cosa intendi? Quando?
Rose indica il suo viso deturpato. - Quando mi sono ammalata. Sei stata tu a informarlo. S, perch eri invidiosa, invidiosa, invidiosa! Ti sei intrufolata pian piano, sei diventata sua amica, altrimenti come lo avrebbe saputo? Sei stata tu a dirgli della mia malattia. E hai avuto persino la faccia tosta di consegnarmi la sua lettera! Hai distrutto la mia unica possibilit di essere felice. Se solo avessi potuto dirglielo io, magari lui...
Iris la interrompe bruscamente. - Ma io non gli ho mai scritto. Lo giuro. Credevo che volesse farti avere un bigliettino d'amore. Non avevo idea...
- E in che altro modo potrebbe averlo scoperto?
- Io... io non saprei -. Iris non cede. - Non lo so. Ma devi credermi -. Poi si acciglia. - Da quando pensi questo di me? Perch non mi hai mai detto niente?
Rose  in silenzio.
- Potrei giurare su tutto quello che ho. Mi credi davvero capace di una cosa simile? Ho pianto anch'io, se ti ricordi.
Rose mantiene lo sguardo sul minuscolo bustino che ha davanti. - Ma io credevo... ho sempre creduto...
- No -. Iris scuote il capo. - No. Se qualcuno gli ha scritto, di certo non sono stata io. Mi ha semplicemente consegnato la lettera e se ne  andato. Gli ho detto che avevi del catarro, nient'altro.
- Io... capisco -. Rose si punge con l'ago e mette via il lavoro. - Scusa, ma ora ho bisogno di un po' di tempo. Per pensare.
- Lascia che ti aiuti. Posso aiutarti tutto il giorno, oggi, a Mrs Salter non dispiacer... Iris non pu vederla in quello stato, e cos prosegue. - Ti ricordi i nostri progetti per il negozio? Quando disegnavo le spille che avremmo confezionato, e l'idea del tendone azzurro e di centinaia di luci...
Sua sorella  a capo chino. Iris non la vede in faccia, e vorrebbe tanto accarezzarle i capelli, quei capelli che lisciava ogni mattina con la spazzola in pelo di tasso, i nodi che riusciva a sciogliere.
- Dovevamo mandarlo avanti insieme, saremmo state noi due le padrone. Dicevamo sempre di non volere delle piaghe di mariti. Ti ricordi?
Iris asciuga con il dito la lacrima che dagli occhi di Rose  scesa sulla scrivania.
- Avevamo dei progetti, noi due insieme.
- Mi dispiace, - dice Rose.
- Dispiace anche a me. Posso restare?
Rose scuote la testa. - Non adesso.
Iris si alza e va verso la porta. Non pu non parlare, non sopporta il silenzio che si spalanca tra loro due. - Me ne vado subito... ma prima, sappi che sto risparmiando per il tuo negozio, e posso aiutarti ad avviarlo. So che non vuoi i soldi che vengono da lui, ma guadagner vendendo i miei dipinti. Possiamo allestirlo insieme, ma tu sarai l'unica padrona, e io una semplice commessa. Sono diventata bravissima a disegnare, e posso fare dei ritratti, miniature con i colori a olio... Sta per abbassare la maniglia, ma poi si volta e il suo sguardo incontra quello della sorella. Ha un'espressione di tale angoscia che Iris la riceve come un pugno sul petto.
Rose sussurra qualcosa.
- Come hai detto, scusa?
- Ti va di vederci qualche volta?
E Iris annuisce.


Coltello

Gli uomini con il cappello a cilindro si salutano con un cenno del capo, e per una volta Albie non prende nota dei loro comportamenti per poi imitarli in seguito. Ha sempre pensato di potersi risollevare da qualsiasi cosa voglia spingerlo gi, come un pezzo di legno che rimane a galla nella scia vorticosa di una chiatta lungo il fiume. Ora per sta affondando. Corre di meno. Canta di meno.  sempre stanco.
Ha gli occhi viola e il naso giallo ittero, e non riesce a dormire da quando Silas  comparso alla finestra della catapecchia dove abita con sua sorella, e ha bussato due volte sul vetro. Un semplice avvertimento, un gesto per confermargli la sincerit della sua minaccia. Ma  bastato a zittire la coscienza di Albie, e il sogno di mettere in guardia Iris  soppiantato dal pensiero di sua sorella, della sua gola sgozzata come quella di un maiale. Pensa a lei, nuda sul letto mentre conta le monete guadagnate durante la notte, il suo sorriso sbieco, il modo in cui si rannicchia vicino a lui quando ha finito di lavorare e finalmente possono dormire.
Albie ha deciso di procedere in un altro modo: seguir Silas come un'ombra, osserver ogni suo movimento con la massima attenzione. Seguir un uomo che sta seguendo a sua volta qualcun altro: sembra quasi un gioco, come se tutta Londra fosse coinvolta in una finta catena di spionaggio. Purtroppo, per, non si tratta di una pagliacciata, e se Silas prover a fare del male a Iris, dovr vedersela con Albie. Il modo infantile in cui l'ha aggredito gli ha insegnato una lezione importante, e ha prelevato qualcosa dai risparmi destinati alla dentiera per comprare un coltellino dallo straccivendolo. Lo tiene ben stretto in tasca, avvolto in una striscia di cotone come un dito fasciato.
- La migliore mostra che sia mai stata allestita alla Royal Academy, - dice qualcuno, ma Albie non ha idea di che cosa rappresenti quel grande edificio in pietra che gli sta davanti, e francamente neanche gli importa. Nelle strade vede pericoli e sagome da schivare, muri fatiscenti, carri che rischiano di investirlo o frustini che non vedono l'ora di schioccare sulla sua guancia.
I suoi occhi seguono Silas mentre si fa largo tra la folla con in mano un pezzo di carta. Albie si passa la lingua sulle gengive ormai completamente lisce.  un modo per placare la paura che gli schiaccia il petto e gli stringe la gola.
Sa che quel foglio ha lo stesso significato del biglietto della Grande Esposizione del giorno prima, ovvero che Albie non pu entrare. Lui  soltanto un povero disgraziato con il moccio al naso e la faccia tumefatta. Spera, almeno, che se arriver anche Iris si trover al sicuro tra quelle persone dell'alta societ, che Silas non oserebbe farle del male in presenza di quei damerini.
Si gratta la fronte. Di certo Silas rester l per ore, come ha fatto ieri alla Grande Esposizione. Albie ha aspettato all'infinito, per poco non l'ha perso di vista nella mischia. Significa che... significa che questo potrebbe essere il momento giusto, quello che ieri non ha avuto il coraggio di cogliere. Albie ha tempo, e se trover qualcosa di strano nella bottega di quell'uomo, un qualche indizio che stia progettando di fare del male a Iris, allora potr condurre l l'agente di polizia e Silas verr appeso alla forca. Cos sua sorella sar al sicuro, e Iris anche.  convinto che Silas nasconda da tempo qualcosa - cose brutte, malvagie - ma  solo nelle ultime due settimane che ha dato corpo alle sue peggiori paure.
Si allontana alla svelta dalle maestose colonne di Trafalgar Square. La gamba sinistra gli fa ancora male nel punto in cui Silas l'ha spinto, cos  costretto a correre come uno sgangherato soldatino di latta, con la caviglia che si incurva all'infuori.
Academy, Academy, Academy, ripete schivando con un passo di danza un omnibus traboccante di impiegati, fingendo di non sentire il grido del vetturino.
Academy, Academy, Academy.
Si guarda intorno, una rapida occhiata a sinistra e a destra, poi si infila nel vicolo del negozio di Silas. Gli edifici che lo circondano sono alti come navi, le finestre tutte rotte. Da una esce uno sbuffo di fumo. Il vicolo  ingombro di mucchi di cenere e polvere, una melma collosa che si addensa sui piedi di Albie. La bottega di Silas  in fondo alla via, protesa in avanti con i suoi due piani e i muri storti come un vecchio ubriacone.
Albie quasi si strozza per l'odore di putrefazione che gli sale al naso. Vede una creatura mezza marcia, la carne pullulante di vespe e vermi che consumano la carne fino allo scheletro. La mandibola assomiglia a quella di una volpe. Deve assolutamente entrare, deve allontanarsi da l. Respira coprendosi il naso con la manica. E deve anche fare alla svelta: cosa sarebbe capace di fargli Silas, se lo scoprisse?
Scuote la porta, ma ovviamente  chiusa a chiave. Alza gli occhi, vede che Silas ha lasciato socchiusa la finestra al piano di sopra.  appena pi grande dell'apertura di un comignolo, ma Albie  abituato ad arrampicarsi sui muri, a infilarsi nei pertugi pi stretti, se c' da fare uno scherzo o trovare una scorciatoia. Si arrampica meglio di un gatto, pur essendo tutto dolorante. Ha i piedi induriti come zampe. Sua sorella gli diceva per scherzo che aveva le ossa di cartone, e che sarebbe diventato il miglior ladro della metropoli, se solo fosse stato meno onesto.
D un'occhiata intorno, si sfrega le mani e comincia a scalare il fianco dell'edificio.


L'anteprima esclusiva

Gli uomini in cappotto nero si fanno da parte, un ghigno corvino sul viso. Silas ha temuto che non lo facessero entrare, nonostante il regolare biglietto pagato ben oltre un prezzo ragionevole, ma dopo qualche battibecco lo lasciano passare.
Negli anni precedenti aspettava fuori e cercava di farsi nuovi clienti tra i pittori, portandosi dietro diversi esemplari a dimostrazione delle sue capacit. Non ha dubbi che oggi ci sar anche Louis: gli artisti partecipano sempre, ed  sicuro che vorr mostrare a Iris il suo lavoro.
Percorre le sale enormi. La mancanza d'ordine  spaventosa: a lui piace che i quadri siano disposti con cura, che le cornici siano uniformi e misurate con precisione, invece tappezzano la parete in un disegno elaborato e mostruoso. Il soffitto, almeno,  modellato con volute simmetriche, e Silas fissa lo sguardo in alto per placare il turbinio che ha in mente. Va a sbattere contro un gentiluomo baffuto che lo guarda come se gli avesse appena scoreggiato in faccia - Gideon, Gideon - e Silas sente ancora una volta di non far parte di quel mondo. A Stoke non l'hanno mai accettato - persino sua madre lo disprezzava - e pure la societ cui aspira lo tratta come un cane randagio o un buffone. Prova a concentrarsi sul pensiero che presto Iris sar l, che la vedr. Brama di poterla almeno scorgere, di vederle sul viso un segno di consapevolezza del fatto che Silas fa parte di quell'ambiente e che anche lui pu procurarsi biglietti per questa anteprima esclusiva.
Chiss che effetto le far, vederlo circondato da questa folla! Silas vaga tra nuvole fumose di pipa e tabacco, senza quasi curarsi dei dipinti. Si chiede cosa riuscir a dire, se avr il coraggio di avvicinarla. Dovrebbe forse rimproverarla per non essere andata al suo negozio, per non essersi presentata all'esposizione il giorno prima?  stato ingiusto da parte sua, quasi crudele. - Mi dispiace, - dir chinando il capo, - non potevo venire senza un accompagnatore.
Silas si guarda intorno ed ecco - quasi non ci crede - lei  l, sulla parete. Si fa largo a spintoni tra la folla, sgomitando un uomo che barcolla e lo ammonisce dicendo: - Si chiede il permesso, signore! - Ma lui non si lascia distrarre.
 Iris. Come nella realt, perfetta, immobile. La precisione lo lascia esterrefatto. Gli sembra quasi di poter entrare nella tela e starle vicino nella scena del dipinto, gli sembra di sentire il caldo battito che le pulsa in gola, la freschezza setosa della mano sul suo petto. Il suo sguardo - cos impaurito, eppure pieno di speranza - sembra rivolto a lui soltanto. Ha un diadema d'oro tra i capelli. Una regina, dunque, proprio come ha detto Louis tanti mesi fa al Dolphin. Silas nota un gruppetto di uomini intenti ad ammirare il dipinto, ma non devono guardare lei. Non vuole che questi impostori contemplino la piega delle sue labbra, la curva della clavicola, l'ampia spaziatura degli occhi. Lei  la sua regina.
Quando i gentiluomini sono ormai passati oltre, Silas osserva pi da vicino la scena che la circonda. Nota le sbarre della cella, l'espressione malinconica di lei. E poi, quell'uccellino che sta volando via: non  forse la sua colomba, quella che Iris si allunga a guardare? Ogni piuma  resa con tale perfezione che non sembra inverosimile immaginare che quella creatura possa uscire da un momento all'altro dalla sua gabbia dipinta.
Legge l'iscrizione appena sotto. - La mia vita  uno scon-sconforto... lui non-arri-va - e poi qualcos'altro che si sforza inutilmente di decifrare.
Tutte le sue fantasie si cristallizzano. Quasi con un fremito di gratitudine capisce finalmente cosa deve fare. Come pu guadagnarsi quello sguardo, come pu averla tutta per s. Come pu renderla felice, toglierle di dosso quella tristezza.
La gioia lo inonda e prova un'esultanza tremante, incredula, a cui non sa dare un nome e che vorrebbe tanto poter racchiudere e conservare per sempre.  un sentimento pi potente di quello provato quando correva per i prati dello Staffordshire, dell'estasi del vedere il cranio ricurvo di un ariete, di avere Flick tutta per s, finalmente, la propriet esclusiva della sua bocca.
Lei sar sua.


A filo di sguardo

- Mio caro, - dice Iris tirando Louis per un braccio. - Arranchi con la lentezza di Guinevere. Dopo tutto ci sono cose pi importanti da scoprire, per esempio se mi hanno appesa a filo di sguardo.
- Un po' di contegno, su, - dice Louis, ma poi ride e trasforma il suo passo in un accenno di corsa. - Sono sicuro di no, magari ti avranno relegata in un angolo, come  successo al Rienzi di Hunt l'anno scorso...
La Royal Academy svetta davanti a loro, un'enorme costruzione in pietra annerita dal fumo. Degli uomini con cappello a cilindro sono radunati all'ingresso e in aria si avvitano nastri di fumo di pipa. Se ne stanno l con aria sicura, fermi, la loro solidit e fiducia in se stessi riverbera nella compatta maestosit dell'edificio e delle sue colonne. Sembra che neanche un terremoto riuscirebbe a scuoterlo, le finestre impermeabili come roccia. Iris pensa per un istante alla sua povera tela masticata dal vombato, ma poi  contenta che il suo dipinto non sia stato esposto. Far la sua entrata trionfale l'anno prossimo. La sua opera sar impeccabile, ambiziosa: alta almeno un metro e mezzo. Non avr paura di occupare spazio.
L'addetto all'ingresso tiene aperta la porta per farli entrare, li saluta con un cenno del capo, e vengono fatti passare oltre la fila di visitatori in attesa. C' una discreta tensione nel modo in cui Louis le stringe il braccio mentre salgono la scala di marmo, e Iris avverte un'onda di desiderio. Le balena un'immagine davanti agli occhi: le sue labbra strette intorno al suo fallo, la bocca di lui che si schiude mentre lei gli si muove sopra... Iris arrossisce, trattiene una risata.
Louis si toglie il cappello davanti a varie persone che Iris non riconosce - o forse sarebbe meglio dire che si toglie il cappello di Millais, visto che indossa un altro dei suoi scarti - e Iris nota che ha una chiazza di vernice azzurra tra i capelli. Le sussurra con un filo di voce i nomi dei presenti: - Quello  Brown, ho sentito dire grandi cose del suo Chaucer alla corte di Edoardo III, oh... Eastlake... con lui c' Lady Eastlake... e laggi Reynolds... Leighton...
C' un roboante sottofondo di chiacchiere, una densa coltre di fumo nell'aria. Louis infila la mano in tasca per prendere la pipa e ne mastica l'estremit. Entrano nella prima sala. Louis si gira intorno, passando in rassegna innanzitutto quel che c' ad altezza d'occhio, poi appena sopra e appena sotto. Iris prova a fare lo stesso, ma non riesce a posare lo sguardo.  da troppo tempo che sogna questo giorno, che immagina di trovarsi davanti a una fila ordinata di dipinti. Ma questo spettacolo...  un caos, un meraviglioso caos. Le pareti sono un collage di cornici dorate che corrono dal pavimento al soffitto. Non riesce quasi a concepire la mole di lavoro e fatica che questa stanza deve essere costata: decine, centinaia di anni si sono raccolti tutti in un unico luogo. Prova ad ammirare un quadro che raffigura un ruscello scozzese e immagina ogni miscela di colori, ogni tocco del pennello.  una sala che nasconde riflessioni attente e menti operose, presenti dietro a ognuno di questi dipinti proprio come i complicati ingranaggi di un orologio sono celati dietro alla semplicit del quadrante.
- Qui non c', - dice Louis, tirandola verso la sala successiva. La gonna del suo abito spazza il parquet mentre si fanno strada tra la folla. Alcuni osservano le opere d'arte, altri indicano e ridono. Sembra che tutta Londra si sia riunita in queste sale per fare quattro chiacchiere.
- Quanti quadri pensi che ci siano? - chiede a Louis.
- Come, scusa? - dice lui, e Iris ripete la domanda. - Oh, pi di mille, almeno. Ma dov'?
Lo tira per una manica. -  l, l, - dice Iris, e lui marcia svelto nella direzione che gli sta indicando.
 a filo di sguardo. Esattamente, perfettamente a filo di sguardo, nel centro della West Room. I suoi colori abbagliano a confronto con i dipinti scuri che ha intorno.
Lei  sotto gli occhi del mondo intero. Louis l'ha fissata sulla tela, l'ha incastonata tra i quattro confini della cornice dorata. Eccola l, a grandezza naturale, colta nella fugacit di un momento.
E in che modo meraviglioso Louis l'ha catturata!
 passato un mese dall'ultima volta che Iris ha visto il dipinto. La regina, lei,  in piedi nella cella, il viso rivolto in semiprofilo, una mano lungo il fianco e l'altra protesa fuori, verso la colomba che vola oltre la finestra chiusa dalle sbarre.
Iris si chiede come possa aver mai dubitato dell'amore di Louis, ora che comprende la tenerezza con cui  stata dipinta, l'affetto che traspare da ogni pennellata. Quel quadro  come una lettera d'amore.
- Avrei dovuto rendere meglio quell'edera, - dice Louis accigliato. Fa un passo indietro.
-  a filo di sguardo, - gli sussurra Iris. Nonostante il rumore, l'atmosfera nella sala sembra solenne, e Iris desidera conservare il momento che stanno condividendo.
- S, - dice lui. - S,  vero. E guarda... - Indica con la mano. - Sulla stessa linea c' anche Il ritorno della colomba nell'arca, e poi Mariana poco pi sotto.
Immagina di vedere anche il proprio dipinto appeso alla parete, accanto a quello di Louis. Lo ha appena iniziato, ha tracciato i contorni di ombra e luce sulla rigida tela bianca: la curva di una ciotola di fragole, il vaso traboccante di fiori. Questo pomeriggio aggiunger i primi tocchi di colore, e non vede l'ora di tornare al suo studio.
- Mr Frost, - dice un uomo dandogli un colpetto sulla spalla, al che Louis si gira e si inchina, gli presenta Iris, e con una leggera risata l'uomo dice: - Che maestosa creatura! Cos alta! Impossibile confonderla... ma  per caso in vendita anche lei? - e Louis non sorride. Parlano per qualche istante del pi e del meno, di come Ruskin abbia gi fatto visita alla mostra, di quanto sia meraviglioso per Londra poter inaugurare due eventi cos importanti nell'arco di due giorni.
- Anche se il nostro  il pi importante, - dice l'uomo, - per la Grande Esposizione ci ha soffiato un gran numero di visitatori.
Louis sbuffa. - Una tale mancanza di individualit, mi hanno detto, una tale accozzaglia di progetti. E a quanto pare non c' spazio per le belle arti, a meno che un dipinto non venga esibito per dimostrare la migliorata qualit dei colori: immaginate un po', essere riconosciuti non per le proprie abilit artistiche ma come semplice preparatore di colori!
Iris ha gi ascoltato altre volte le sue lamentele, e dopo un po' smette di prestare attenzione e si limita a osservare le loro bocche. L'uomo ha sulla guancia una cicatrice a forma di verme, che guizza ogni volta che parla. Prende Louis per un gomito e taglia fuori Iris dalla conversazione, dicendo, - Posso presentarvi Mr Boddington... che ha gi manifestato il proprio interesse all'acquisto della vostra Prigionia della regina di Guigemar.
Gli uomini si salutano con un inchino formale e Iris guarda altrove, un po' spiazzata. - Vogliate scusarmi, - dice, ma non sembra che qualcuno l'abbia sentita.
Osserva di nuovo la tela, la tenerezza della sua espressione, la passivit del suo viso mesto. Sente dentro un peso, qualcosa che la schiaccia. Comincia a vedere il dipinto non pi come una celebrazione, ma come una trappola che le si stringe addosso. La donna del quadro  diventata il suo doppio, una figura gemella che le assomiglia e non le assomiglia al tempo stesso. Ne  stata soffocata, tanto che Iris non sa pi dove finisca lei e dove inizi l'immagine.  sfuggita a una met di se stessa per trovarsi legata a un'altra.
Come ha fatto a non pensare che il quadro della sua regina sarebbe stato messo in vendita? Per qualche motivo, credeva che Louis volesse tenerlo per s, che serbasse troppi ricordi per potersene separare, che non sarebbe diventato una merce. Ma non si tratta di vendere lei, rammenta a se stessa, anche se in parte  cos.
- Certo, non incontra i gusti di tutti. So che alcuni critici non hanno badato a spese nel denigrare questa vostra delizia. Io invece la ammiro profondamente, e mi sapete dire un prezzo?
Con la coda dell'occhio, Iris vede Louis sorridere e annuire, quando dice: - Non che io ami vestire i panni dell'uomo d'affari, ma non intendo separarmene per meno di quattrocento.
Quattrocento sterline! Questo  quanto vale. Osserva di nuovo il dipinto, e poi i dipinti di altre donne l intorno: anche le loro immagini verranno conservate per centinaia di anni, perch tutti possano ammirarle o criticarle, e tutte avranno un prezzo. In fin dei conti  come trovarsi in un negozio, solo meglio agghindato, dove sono in vendita file su file di pallide donne dipinte. E lei fra loro.
Si allontana senza dare nell'occhio e vede un gentiluomo francese che sbuffa davanti alla Mariana di Millais, eppure non le importa. Mariana: anche lei  in vendita. Cerca di controllarsi, di riflettere sul fatto che Louis  un artista, che si tratta di commercio e che deve guadagnarsi da vivere, che discute di modelle cos come discute di dipinti. Ma il modo in cui aveva parlato del suo lavoro le aveva fatto credere a un'intellettualizzazione dell'arte, quasi dimenticando la sua intrinseca natura commerciale. Allora ricorda le parole di Millais: Per Giove, avr bisogno di una creatura splendidamente bella! E ora: Che meravigliosa creatura!
Sente una mano sul braccio e ha un sussulto.  una stretta decisa, le dita si chiudono sul gomito, e subito le torna in mente Mrs Salter. Poi la colpisce un odore - acido, lercio - e non sopporta pi di essere trattenuta.
- Capisco tutto, - dice l'uomo, e lei lo fissa. Ha un alito putrido, le labbra violacee e lucide. Quell'intrusione la ferisce come un morso, cos improvvisa che per qualche secondo rimane paralizzata. Ha la sensazione che quell'uomo potrebbe trascinarla via da quella sala senza farla fiatare, come un bambino che segua docile la sua mamma, tanto  lo stupore che prova in quel momento, tanto  sconvolta. Osserva la stanza tutto intorno come attraverso un velo, apre la bocca ma senza riuscire a pronunciare alcun suono.  come una mosca, immobilizzata nella tela di un ragno. - Voi dovete essere la mia regina...
Solo allora lo riconosce: l'uomo del negozio che le ha regalato in modo cos strano quel ciondolo. Elias? Cecil? Silas, ecco come si chiamava, e allora prova a divincolare il braccio, ma lui non molla la presa. Pi Iris pensa alla fuga e pi lui la stringe. Non riesce a respirare, non riesce a sopportare quella presa fredda e umida. Deve resistere: la sua visuale si fa incerta, il puzzo che lui emana le d il voltastomaco.
Le unghie dell'uomo le affondano nella carne, e la sorpresa di quel dolore la fa tornare in s, ricordandole che anche lei  forte. - Lasciatemi andare, - dice, e strappa via il braccio con violenza improvvisa, andando a urtare un gruppo di gentiluomini alle sue spalle. Reagiscono con sbuffi e versi sdegnati e Iris arrossisce. Ha sconvolto le placide acque di questa elegante occasione.
Quando si volta per andarsene  quasi convinta che lui la seguir, che cercher di stringerla ancora pi forte. Invece lui resta immobile tra la folla ragliante, e il suo viso  deformato da una smorfia di dolore, come se fosse rimasto ustionato dal suo tocco.


Topi

La stanza  buia e Albie batte pi volte le palpebre. Forme gialle ondeggiano nel suo campo visivo, gli fa male il ginocchio che ha sbattuto sul davanzale quando si  trascinato dentro con la forza.
Individua il vecchio letto di ferro di Silas, le lenzuola sorprendentemente pulite. Sulla parete in fondo sono allineati dei piccoli batuffoli di cotone, e Albie si avvicina per guardare meglio.
Solo quando i suoi occhi si sono ormai abituati al buio, capisce che i batuffoli sono topi impagliati, alcuni bianchi, alcuni marroni. Sono vestiti quasi tutti con gonne, corsetti e cuffie. Gli ricordano le file di bambole agghindate ed esangui nella bottega di Mrs Salter. Prende in mano il topo pi piccolo. Indossa un abito lungo fino al ginocchio, le zampine sono strette intorno a un piccolo cerchio. Sulla testa  stato incollato un ciuffo di pelo rosso.
Albie rabbrividisce, anche se una parte di lui ammira quei topi, e in un altro momento non gli dispiacerebbe usarli per allestire una scena di vita di strada e magari giocarci. Un rintocco d'orologio lo fa trasalire: prende un bel respiro e scende le scale che portano al negozio.
La stanza  silenziosa. I suoni dello Strand si avvertono appena. Gli occhi delle creature impagliate lo seguono dappertutto. I crani lo guardano a denti scoperti. Si rende conto che non ha idea di cosa dovrebbe cercare, e ora gli sembra ridicolo aver immaginato che Silas possa tenere in questa stanza una donna ammazzata, o che abbia architettato un piano per aggredire Iris. Ma il silenzio gli gela il sangue, e tasta con la punta delle dita la consistenza di un enorme osso ingiallito. C' un passerotto immobilizzato in assetto di volo, il becco acuminato sospeso a mezz'aria.  come se la ruota del tempo si fosse d'un tratto inceppata, bloccando queste creature mentre erano intente a volare, a posarsi o a dormire.
Deve concentrarsi sul compito che  venuto a svolgere: fruga tra i cassetti della credenza, senza trovare altro che ritagli sparsi, frammenti di ceramica. Se anche Silas avesse lasciato qualcosa di scritto in grado di incriminarlo, Albie non sarebbe capace di comprenderlo. Quei segni scarabocchiati a penna si fanno a tratti sfocati.
 tutto cos immobile, sinistro. Sul retro del negozio nota una pelle di cervo distesa a terra a mo' di tappeto, il naso lucido e schiacciato. Si domanda dove Silas realizzi questi suoi esemplari: di sicuro non in quel negozio gremito di oggetti. Eppure non c'erano utensili da lavoro neanche in camera da letto. Si guarda intorno in cerca di un'altra stanza, ma la finestra sul lato opposto d su un cortile, e non ci sono altre porte oltre a quella che si apre sulla strada.
La polvere lo fa tossire. L'odore chimico gli d il mal di testa. Dovrebbe andar via. Si immagina di nuovo quello che Silas potrebbe fargli se lo trovasse, e allora si tocca la tasca. Bene: il coltellino c' ancora. Ricorda l'incredibile forza di quell'uomo, il pugno a sorpresa che gli ha fatto saltare via il dente, la testa che ha continuato a martellargli per oltre un giorno. Ma cosa si crede di fare? Sfidare un pazzo, entrargli in casa di nascosto? Prova ad aprire la porta, ma  chiusa a chiave e cos sale le scale due gradini alla volta, scivolando ogni tanto. Ora suda, sente la camicia umida sulla pelle. Deve scappare.
Ma mentre i suoi piedi corrono svelti sulle tavole del pavimento - che cigolano con il verso di un gattino che miagola per il dolore - intravede una piuma rosa sotto il letto di Silas. Non sa neanche lui perch la cosa lo turbi, eppure si china a prenderla e la pulisce con il dito. Non c' niente di male a conservare un oggetto del genere - quell'uomo raccoglie tanto altro ciarpame ben pi strano - eppure Albie avverte un brivido lungo la schiena, come se Silas gli stesse solleticando la spina dorsale.
Gli torna in mente qualcuno che indossava una piuma rosa tra i capelli. Una ragazza che un tempo occupava la stanza accanto a sua sorella, ed era famosa per i falsi gorgheggi della sua eccitazione. Ma se ne era andata, era diventata una donna pi raffinata, che aveva fatto strada dalle catapecchie di St Giles fino alla parte pi elegante di Soho. Bluebell: ecco come si chiamava. Sono centinaia, le ragazze che passano per il bordello dove abita, quindi non ha pi pensato a lei n ha avuto sue notizie. Si domanda se Silas abbia comprato la piuma dallo stesso venditore ambulante, magari una ragazzina dal viso sporco che pubblicizzava a gran voce i suoi pennacchi colorati.
Pensa di nuovo a sua sorella che conta quelle monete unte, rimette la piuma al suo posto sotto il letto e si alza. Albie ha cos fretta di infilare il suo corpicino oltre la cornice della finestra che inciampa malamente, cadendo di peso sul piede gi dolorante. Persino il tanfo di quell'animale morto nel vicolo  gi un sollievo.


Tetti

- E ripetimi un po' cosa avrebbe detto? - dice Louis allungandosi a prendere la caraffa di porto mentre sono distesi in una piccola nicchia sul tetto. Sono usciti dalla finestra della mansarda, facendo rotolare le tegole gi lungo il fianco dell'edificio, e siccome Louis ha insistito per voler prendere il vino, ha solo una mano libera con cui tenersi al parapetto. Dall'incavo del tetto non riescono a vedere nulla di Londra se non la punta delle guglie, schiacciate dalla nebbia e dal fumo.
- Non me lo ricordo esattamente, - risponde Iris guardandosi il braccio. Ci sono quattro segni rossi nel punto in cui Silas ha affondato le unghie. - Ha detto che mi capiva... o forse che capiva qualcosa, e poi che io sono la sua regina... oh, non so.  stato stranissimo.
- E quest'uomo ti ha preso per un braccio? - Louis beve dalla caraffa, poi Iris schiude le labbra e Louis le versa il porto direttamente in bocca. - Da quanto dici sembrerebbe un pazzo. Ha avvicinato qualcun altro?
- Non che io abbia visto, - risponde Iris. Sembra una cosa da nulla, eppure  successo qualcosa. Ne  rimasta turbata, si  sentita vulnerabile. - Per  venuto qui gi una volta, e mi ha chiesto di andare a fargli visita in negozio -. Le sovviene un pensiero. - Pensi che possa essere stato lui a scrivermi quella lettera con il biglietto?
- Ti ha scritto?
Iris sospira. - Tu non ascolti...
- Gi, la lettera. Certo che ti ascolto, - dice Louis. Sfiora i segni che ha sul braccio. - Ma potrebbe darsi che l'uomo che ti ha stretto il braccio ti abbia semplicemente riconosciuto dal quadro e sia rimasto colpito dalla somiglianza. Sei cos affascinante.
- Non  andata cos, - dice Iris. Come pu spiegargli quello che prova? La sensazione di essere improvvisamente nuda, spaventata? Per tutta la vita ha fatto in modo di non incoraggiare le attenzioni degli uomini, ma neanche di sdegnarle, temendoli sempre un po'. La considerano un oggetto da guardare o toccare a piacimento: un braccio intorno alla vita non  altro che un gesto amichevole, un sussurro all'orecchio e un bacio forzato sulla guancia sono una lusinga, qualcosa di cui dovrebbe essere grata. Dovrebbe apprezzare di pi l'interesse degli uomini nei suoi confronti, ma dovrebbe anche mostrare di resistere, con delicatezza, senza incoraggiare n scoraggiare, per non destare dubbi sulla sua purezza e integrit da un lato, e dall'altro non far sentire gli uomini indegni di lei.  stanca, sente il corpo pesante. Ci riprova. - So che sembra una cosa da nulla...
- Non lo  affatto, - dice Louis. - Guardati il braccio, i segni che ti ha lasciato. Se sapessi chi  stato...
- E se fosse... - Iris sta per dire ossessionato o infatuato, ma le sembra presuntuoso da parte sua. - Non so.  come se mi avesse presa di mira. E se fosse l fuori anche adesso, a sorvegliarmi? Mi fa sentire... - rabbrividisce - a disagio.
- Che cosa sai di lui?
- So come si chiama... Silas, e mi ha regalato un ciondolo. Aveva dentro un'ala di farfalla...
- Il Cadavere! - esclama Louis, tirandosi a sedere. - Che villano!
- Lo conosci?
- Certo che lo conosco. Ci confeziona le creature per i nostri dipinti. Be',  un soggetto alquanto strano, ma non dovresti preoccuparti troppo per lui, almeno non credo -. Per un istante Louis sembra pensieroso. - Qualcuno mi ha detto che...  stato Albie, s Albie. Mi ha detto che gli sembrava di averlo visto girare da queste parti, e che... - Louis scuote la testa. - Lascia perdere.
- Che cosa ti ha detto Albie?
- Lo ricordo a malapena. Mi pare che avesse paura di lui. Ero preso dal mio disegno -. Si interrompe. - Ma davvero, penso non sia niente di serio. Se conoscessi il Cadavere come lo conosco io, capiresti che  un povero diavolo. Ha sempre bazzicato dalle parti di Gower Street, cercando di vendere a me e a Millais una delle sue creature morte per i nostri dipinti. Ha una certa reputazione. Si presenta ovunque ci siano degli artisti per piazzare la sua merce di ossa e carcasse. Probabilmente  per questo che oggi era all'accademia -. Louis ha un'aria trionfante, quasi avesse risolto un enigma. - Ora s che i conti tornano.  del tutto innocuo, te lo assicuro, e non ha il talento che pensa di avere.  un povero illuso -. Louis alza le spalle. - Posso andare al suo negozio, se ti fa piacere, scambiare due parole con lui. Chiedergli che cosa gli  venuto in mente di spaventarti in quel modo.
Per un attimo Iris  titubante. Si immagina la scena: Louis che recita la parte del soccorritore ed entra nel negozio con la forza, voci concitate, lusinghe, minacce, Silas messo in un angolo. Ma lei vuole dimenticare quell'uomo, e teme che Louis non faccia altro che provocarlo, o ingigantire quello che ora  un mucchietto di cenere fino a farne una montagna. Quel Silas si  gi intromesso anche troppo fra loro due. Scuote la testa. - No, sono sicura che hai ragione.  solo un buffone. E si  trattata di una semplice coincidenza.
Louis si appoggia all'indietro. - Solo se ne sei convinta... e se dovesse infastidirti di nuovo, devi dirmelo.
Bevono dalla caraffa, prima l'uno poi l'altra, e Iris gli stringe la mano. Trova la sua scarpa appoggiata su una tegola. Il loro amore  come l'aveva sempre sognato, e appoggia il viso sulla spalla di Louis. Lui le accarezza i capelli. Silas sembra assurdo, insignificante, ora che lei  cos felice. Louis l'ha rassicurata, le ha detto che  soltanto un uomo un po' strano e solo al mondo, e che non c' nulla di premeditato in quanto  successo. Le ha semplicemente stretto il polso un po' pi del dovuto.
- Sai, un tale voleva comprare il mio quadro.
- Senza volerlo ho sentito tutto.
- Be', ho deciso di non venderlo.
- Perch?
- Perch... - inizia Louis. - Oh, mi prenderai per un sentimentale.
- Non succeder.
- S, invece, - ribatte Louis, e comincia a farle il solletico.
- D'accordo! - esclama lei senza fiato. - Succeder.
Louis ha le labbra livide di porto mentre si distende all'indietro. - Non so.  come se tu e il dipinto foste la stessa cosa. Non  curioso?
- Ma io sono io. Non sono un pezzo di tela... sono una donna in carne e ossa.
- Non me lo ricordare, - dice Louis avvicinandosi al suo collo. - Non  in vendita. Neanche se Ruskin in persona venisse a chiedermi il prezzo. Ho offerto a Mr Boddington di prendere La Pastorella, quando sar finito, e lo comprer per trecento sterline.
- Trecento sterline! - Iris ripensa alle ore passate nell'emporio delle bambole. Se fosse ancora l impiegherebbe quindici anni per guadagnare quella cifra, centinaia di migliaia di boccucce rosa dipinte su visi di bambola. E nel frattempo, sua sorella si consumerebbe definitivamente.
- Ho intenzione di dartene cinquanta.
- Che cosa? No, non puoi.
- Perch non posso?
- Ma io non ho fatto altro che posare...
Louis fa un verso di scherno. - Non ti pago per quello. No, tu hai dipinto il prato, il cielo, quei maledetti ranuncoli. A decine. Ti ho commissionato io il lavoro e non voglio che tu lo faccia gratuitamente.
- Non posso accettare, - dice Iris, ma quando Louis alza la mano per mettere fine alla sua riluttanza, lei non insiste.
Immagina Rose, proprietaria di un negozio tutto suo, stole di tessuto impilate l'una sull'altra come scatole di caramelle. Iris potrebbe accettare quel denaro per sua sorella. E per Albie, con le sue gengive annerite. Potrebbe dargli tre sterline per comprarsi dei denti nuovi: una somma fin troppo generosa, lo sa bene, ma perch non dovrebbe? Si tocca la piccola coccarda appuntata sul petto. Fatta eccezione per Louis, negli ultimi mesi Albie  stato il suo unico amico, e anche se non si lascia mai sfuggire una parola, Iris sa quanto soffre.  andato a parlare con Rose, ha cercato di convincerla a trovare un accordo, ha fatto inutilmente da messaggero. E dopo aver tenuto dodici sterline per s, ne resterebbero comunque trentacinque per Rose.
Louis la bacia sulla fronte. - Non voglio mai pi stare lontano da te.
- Sei davvero un sentimentale, - dice Iris, sentendo il petto riempirsi di gioia e affanno allo stesso tempo. - Che cosa c'era in questo vino? Temo che dovranno legarti al letto, se continui cos.
- Giusto. Portami a letto.
- Io parlavo del manicomio, sciocco che non sei altro.
Le parole di Louis hanno il calore del vino. Iris prende un sorso dalla caraffa, poi si allunga verso di lui e lo bacia, intensamente. Il porto passa da una bocca all'altra, e Louis lo spruzza fuori e la sgrida per quello scherzo, ma Iris capisce che  anche eccitato. Ha un sapore dolce, di cannella e tabacco da pipa. Non sono come una coppia sposata? Iris fa scorrere la mano sulla sua camicia.
- Dovremmo rientrare? - le chiede.
- Dici? - risponde lei, e nessuno pu vederli a parte i piccioni e i gabbiani mentre lei gli sbottona con foga la camicia. Silas non la preoccupa pi.
Pi tardi, quel pomeriggio, Iris  insieme a Louis nello studio che ha allestito per lei. Il sole sta per terminare la sua giornata e Louis si sta gustando avidamente una ciotola di pere e cioccolato.
- Un po' di gommagutta, per favore, - dice Iris, mentre Louis beve gli ultimi sorsi dello sciroppo.
- Ti serve anche una punta di oltremare, per far risaltare le ombre -. Louis prende due tubetti di colori a olio e spreme un po' di giallo e di blu sulla tavolozza.
Nel dipinto di Iris, dietro il profilo tratteggiato dell'uomo e della donna a braccetto, c' un vaso con dentro rose e iris. Ha disegnato ogni loro petalo, ogni stelo. Ora deve riempirli di colore, portarli in vita una pennellata dopo l'altra. Il mazzo di iris che Louis le ha comprato si avvizzisce in fretta, i petali sono gi increspati, ma andr bene lo stesso. Inumidisce le setole del pennello per appuntirlo, poi aggiunge un velo sottile di oltremare diluito con olio di lino, lasciando per la tela bianca nel punto in cui il petalo  opalescente e dove ricade la luce. Louis dice che lavora troppo in fretta, che dovrebbe fare pi schizzi preparatori prima di aggiungere il colore, ma lei non lo ascolta.
Mentre lavora, avanza le sue richieste come un cliente borioso. - Altro blu. Un po' di smeraldo... no, di pi... s, e anche dell'olio... - e Louis pulisce i pennelli che ha finito di usare, allargando le loro setole morbide.
- Iris, - la richiama Louis, interrompendo la sua concentrazione attenta, rapita.
- Mmh.
- Ti dispiace che non ci sposeremo mai?
Iris si asciuga la mano sullo straccio umido di trementina e non risponde.  una domanda tendenziosa, troppo carica di significato perch lei possa trovare una risposta. Sa che Louis vorrebbe sentirle dire qualcosa di tranquillizzante, ma lei non pu. Perch a Iris in effetti dispiace, anche se accetterebbe comunque le cose come stanno, piuttosto che non avere nulla.
- Io ti amo davvero, - le dice.
- Sto cercando di dipingere.
- La mia regina dal cuore di ghiaccio -. Resta un istante in silenzio. -  il campanello? Vado a rispondere. Non vorrei mai distrarti dal tuo capolavoro, neanche un istante.
Quando la porta si chiude alle sue spalle, Iris fissa lo sguardo oltre la finestra, verso il panorama spigoloso e obliquo di Londra. La citt sembra racchiusa in un quadro, facile da conquistare, alla sua portata, come se potesse scoperchiarne i tetti e giocare con le statuine che si trovano all'interno degli edifici. Albie e sua sorella, Rose nella bottega, i suoi genitori seduti a cena con la loro Bibbia sul tavolo.
- Chi era? - chiede Iris.
- Faresti meglio a scendere -. Louis atteggia il viso a una smorfia. -  tua sorella.
Iris si alza di scatto, facendo cadere la tavolozza. - Oh, e sei andato tu ad aprire...
Scende di corsa di sotto, e intravede il suo riflesso in uno specchio. Ha i capelli sciolti e spettinati, l'abito che indossa per dipingere  tutto stropicciato e macchiato di vernice, ha il colore fin sotto le unghie. - Rose, - dice, - non ti aspettavo. Mi dispiace... io...
- Avrei dovuto scriverti.  stato scortese da parte mia presentarmi senza preavviso. Ma quando Mrs Salter mi ha mandato a fare una commissione ho pensato che dovevo passare, dopo quello che  successo ieri.
Sua sorella  ferma nell'ingresso, indossa la sua solita cuffia a tesa larga che le oscura il viso e le cicatrici. Ha in mano un iris. - Stanno cominciando adesso a sbocciare, - dice.
Iris lo prende, e in tono affettuoso le dice: - Hai sempre criticato certi sperperi. Sai che ne stavo dipingendo uno proprio adesso? Il mio, per, era mezzo appassito, questo invece  perfetto. Oh, non abbiamo il t, e i biscotti sono finiti... Guinevere, che  un vombato, ha trovato la scatola e...
Si rende conto di come le sue parole debbano sembrare folli, cos smette di parlare. Rose la segue in salotto, e Iris sussulta davanti al disordine della stanza. Elimina dal sof un pettine di tartaruga (che appartiene a Guinevere) e un bicchiere sporco di brandy, sprimaccia il cuscino, e Rose si siede.
- Quanto sembri diversa! Sei sempre stata pi selvaggia di me, - dice Rose, ma con un sorriso.
- Oh, - risponde Iris, evitando di guardarsi di nuovo allo specchio. - Sono cos solo quando dipingo.
Rose la guarda, e le si rompe la voce. - Mi sei mancata. Ero cos... cos invidiosa.
- Oh, sono stata pessima anch'io -. Ricorda di come ha cercato di scappare da sua sorella, al cantiere dell'Esposizione, lasciandola sola tra la calca e in preda al panico. Rose apre la bocca come per continuare a scusarsi, ma Iris non pu sopportarlo. C' qualcosa di grottesco nel vedere sua sorella umiliarsi a chiedere scusa (Mi hai considerato penosa, patetica: ricorda le sue parole, e ne comprende di nuovo la verit), e la bassezza di questo pensiero le fa venire voglia di tossire, come se avesse un grumo denso e unto in gola.
- Sono cos...
- Basta, ti prego, - interviene Iris, interrompendola. Capisce di essere stata brusca, e si siede accanto a lei sul sof. - Intendo che non c' bisogno.
Iris si allunga verso la sorella e le loro dita si intrecciano.  una sensazione che conosce bene, le sembra di stringere la sua stessa mano. Osserva le sbucciature sulle nocche di Rose. - Mrs Salter  sempre la solita? Met donna met farmacia?
- Il laudano le d allucinazioni sempre pi assurde. Questa mattina mi ha sgridato perch amoreggiavo con una bambola di porcellana.
Iris ride anche se la cosa non  divertente, e immagina la sua vecchia padrona in uno dei suoi attacchi di rabbia, mentre pizzica la morbida pelle del gomito di sua sorella. Iris le si avvicina ancora e le dice: - E se aprissi un negozio tutto tuo?
- E se trovassi un sacco di monete d'argento sotto un albero...
- No, - la interrompe Iris. - Intendo se ti prestassi io i soldi per aprirlo.
Rose fa un verso di scherno. - Non avresti mai abbastanza denaro. Pensaci bene: affitto, merci. Mi servirebbero almeno... forse cinquanta sterline!
- Per acquistare le merci potresti chiedere un prestito, offrendo un capitale di trentacinque sterline.
- Ma io non...
- Ce le ho io.
Rose la fissa stupita. - Che cosa? Ma come diavolo hai...
- Con la pittura.
- Trentacinque sterline? Trentacinque sterline, hai detto?
- Ho aiutato Louis a realizzare lo sfondo di un suo dipinto, e lui l'ha venduto.
- Per quanto?
- Oh, non lo so. Non me l'ha detto, - mente Iris.
- Non potrei mai accettare. Sono i tuoi soldi.
- Potremmo inizialmente considerarlo un prestito, se volessi.
- Ci penser, - dice Rose tagliando corto, e Iris teme di essere stata troppo frettolosa, esagerata. Ha paura che Rose possa fraintendere, e magari pensare che lei vuole vantarsi della sua nuova ricchezza di mezzi e prospettive. Ha appena riconquistato sua sorella e gi rischia di allontanarla di nuovo. Abbraccia con lo sguardo il disordine della stanza, ricordando come ne sia rimasta colpita all'inizio: le cornici dorate dei quadri, la spessa carta da parati azzurra, le piume di pavone, i volumi di riviste e romanzi, il taglio orientale delle rifiniture. Rose deve sentirsi come si  sentita lei in passato.
- Che cosa stai dipingendo? - chiede Rose.
- Ho appena iniziato una cosa nuova. Non  ancora un granch. Solo un insieme di forme.
- Posso vederlo?
- Oh, immagino di s, ma...
- Louis  di sopra.
- S, - risponde Iris.
- Va bene, - dice Rose, abbassando le maniche per nascondere i lividi sulle braccia. - Be', ci siamo gi conosciuti... e se lui non ha niente in contrario, naturalmente...
- Vieni, - dice Iris, e Rose la prende a braccetto mentre salgono le scale verso il suo piccolo studio.


Lo scantinato

Silas si torce la manica. Non si rende conto di come gli tremi la mano, e la ferma solo quando sente lo strappo del tessuto. Non riconosce l'uomo che  diventato - nervoso, disordinato, incapace di assaporare la gioia dei piccoli piaceri che lo rallegravano un tempo.  stata lei a trasformarlo, lei e il suo raggiro. Pensa al dipinto, a quel dolce sguardo di adorazione che lei ha sul viso, e non capisce perch non voglia amarlo. Come pu non comprendere la sua profonda adorazione, la bont del suo interesse, la generosit che le ha dimostrato, il tempo e il denaro che ha investito sulla loro amicizia? Sembra ferirlo con sbadata trascuratezza: ci che a lei pu sembrare poco pi che un graffio involontario produce nel petto di Silas una profonda voragine.
Se lei lo odia, allora lui la odia ancora di pi. Quando ha ritratto il braccio per divincolarsi dalla sua presa, Silas ha provato una rabbia vertiginosa e si  trattenuto a malapena dallo scagliarsi contro di lei, stringerle quel suo misero collo sottile fino a strozzare ogni anelito di vita, spaccarle la testa contro una cornice dorata, un colpo dopo l'altro. Se lo merita: lo ha deriso, rifiutato a ripetizione, e lui le ha concesso fin troppe occasioni. E ogni volta lei gli ha risbattuto in faccia la sua gentilezza in un crescendo di sfacciataggine.
Crolla a terra. D sfogo al dolore, alla rabbia, alla solitudine, alla gelosia, a sentimenti che non sa definire. E poi, finalmente, si sfrega il viso e placa le sue emozioni. No, pensa Silas, non si lascer abbattere. Deve averla. E l'avr.  stato troppo frettoloso, si  reso troppo vulnerabile.
Si alza, scende nel seminterrato dove i muri sono spessi come pareti rocciose, dove l'unico suono  il ronzio delle sue stesse orecchie, e comincia a pianificare.
Lavora a ritmo incessante per le due settimane successive, persino pi alacremente di quanto non abbia fatto con i due cuccioli siamesi. Rammenda gli strappi sugli abiti, si lava e si profuma. Lentamente, facendo attenzione, sposta i suoi esemplari dallo scantinato al negozio, caraffa dopo caraffa svuota il liquido dei contenitori pi grandi, e poi trasporta le umide creature.  un'attivit stancante, ma la sua accorta minuziosit, la cura di ogni singolo particolare  per lui motivo di soddisfazione. Lo svuotamento di ogni singolo contenitore gli provoca un brivido di entusiasmo perch significa avvicinarsi a quando tutto sar pronto. Sfiora con le dita gli scaffali che ha svuotato, fiero del lavoro fatto per sgombrarli. Nessuno sposo  mai stato cos scrupoloso nel fare i preparativi per la sua adorata, nessun innamorato ha mai avuto tante premure. Ha pensato proprio a tutto.
 diverso da ci che aveva preparato quando era in campagna, quel piccolo mondo verde, il cielo poco pi grande di una perlina azzurra. I cespugli carichi di more... aveva sussurrato quel segreto all'orecchio di Flick. Lei era sembrata sorpresa e aveva storto la bocca perch lui le stava rivolgendo la parola, che poi era quello che facevano tutti quando lui provava a parlare, e poi si era guardata svelta alle spalle per vedere se qualche altro ragazzo o ragazza potesse vederli. Lui le aveva detto che c'erano tantissimi frutti nel posto che aveva scoperto: il terreno era un tappeto di fragole selvatiche e c'erano anche alberi di prugne, e una tale profusione di mele che la terra stessa era diventata morbida e soffice come la loro polpa. Da come le spuntavano le ossa da sotto i vestiti, Silas sapeva che soffriva la fame. Si era ravviata una ciocca di capelli dietro l'orecchio e l'aveva squadrato con una smorfia scaltra. Silas aveva capito che non era sicura di potersi fidare di lui, poi c'era stata un'altra rapida occhiata per controllare che nessuno li vedesse parlare insieme, che nessuno potesse prenderla in giro per essersi intrattenuta con lui.
Il giorno seguente, con dei soldi presi dai risparmi per la sua fuga a Londra, era andato ai mercati generali e aveva comprato dei bei frutti invitanti, le aveva detto che li aveva raccolti lui stesso e che se fosse andata insieme a lui le avrebbe mostrato il punto esatto. Gli aveva preso subito dalle mani quel ricco raccolto, agguantandolo senza che nessun altro vedesse. Aveva polsi sottili come ramoscelli, il suo pasto di mezzogiorno non era altro che pane raffermo e polveroso intriso d'acqua, e cos aveva divorato quella frutta come se non avesse mai mangiato prima.
Quando lo scantinato  ormai vuoto, tranne che per una sedia di legno, assomiglia n pi n meno a una grotta. Un nido. Gli piacerebbe renderlo accogliente come la cella del dipinto - tale  la sua generosit - appendere quadri, aggiungere una poltrona, ciotole di cibo gustoso - ma prima dovr potersi fidare di lei.
Silas si siede e immagina come potrebbe scappare, se dovesse rendersi necessario. Fissa le umide pareti di pietra, il modo in cui si incurvano su di lui come l'interno di una bocca. Avvicina una mano alla roccia.  bagnata ma non si sgretola. Il pavimento  di terra battuta, lucidata e compattata da anni di passi. L'unica luce viene dalla lampada che posa a terra - i portacandela non ci sono pi, ogni suppellettile  stata rimossa. Non pu esserci scheggia di vetro, nessuna possibile arma. Ha persino portato via gli scaffali, e si  dibattuto a lungo su cosa fare del campanello, per poi decidere infine di lasciarlo, cos da poter sentire l'arrivo di eventuali clienti quando  insieme a lei.
Prova a tirare via una pietra dal soffitto. Usa tutta la sua forza, ma non fa altro che sbucciarsi le nocche e spezzarsi un'unghia. No, qua sotto lei sar al sicuro. La restituir al mondo quando gli avr dimostrato di amarlo. E succeder, Silas non ha dubbi.
Sale di nuovo al negozio, dispone con cura i suoi strumenti. Le fettucce sono di un tessuto spesso e compatto, e gliele legher ben strette attorno alle mani, come la fasciatura di un medico. C' un bavaglio, e cosa ancora pi importante un fazzoletto e le boccette di cloroformio che si  procurato con varie spedizioni in diverse farmacie di Londra. Le conta usando le dita. Ventotto. Ben ventotto boccette! Si ricorda di quello stupido cagnolino, i suoi occhi velati, il fioco battito del cuore quando l'ha soffocato.
Non gli resta che aspettare il momento propizio, quando sar sola e nessuno si accorger della sua assenza. Il negozio  pronto da una settimana. Si sente come se fosse pronto da tutta la vita.


Denti

Albie ha cominciato a sentire l'odore chimico di Silas dappertutto, gli sembra persino che trasudi dalle sue stesse mani sudicie. Pi volte si  diretto al pensionato di Iris, deciso a metterla in guardia, ma puntualmente vede davanti agli occhi l'immagine di sua sorella con la gola tagliata e di lui che piange la sua morte, solo al mondo.
Ha notato in Silas un repentino cambio d'umore: la sua camminata curva e incerta ha lasciato posto a una solerzia pi allarmante. Silas sorveglia Iris dalle undici di mattina fino alle quattro del pomeriggio, e poi torna di corsa alla sua bottega. Ha lasciato la finestra della sua camera chiusa a chiave: non che Albie abbia il coraggio di arrampicarsi di nuovo fin lass. Ricorda la piuma di struzzo tinta di rosa che ha trovato sotto il letto, e quando ha chiesto di Bluebell gli hanno detto che qualche settimana fa  scivolata,  caduta in un fosso ed  stata trovata morta l, al che Albie ha soffocato un grido.
Sua sorella lo prende in giro perch dice che non sa stare fermo, non riesce a concentrarsi, a divertirla con le sue canzoncine di strada come faceva una volta. - Che c', passerotto? - gli ha chiesto. - Se  perch hai paura di dover fare come me con gli uomini, puoi stare tranquillo: il fratello di Moll aveva bisogno di soldi pi di me. Tu devi andare a scuola e farti un'istruzione, capito? - Ma lui si  divincolato dal suo abbraccio e non le ha detto niente.
Ora sono le cinque. Sa che Silas non uscir dalla sua bottega fino all'indomani, e allora prova a rilassarsi, a sfruttare qualche ora di sonno prima di essere sbattuto fuori alle otto e non poter rientrare fino a quando sua sorella non avr finito il suo lavoro notturno.
La osserva, i capelli bianchi distesi sul cuscino, la bocca spalancata.  cos immobile, il corpo in una posa cos sbieca, innaturale, che d'un tratto si domanda terrorizzato se non sia morta. Le tocca il viso. Il suo alito gli inumidisce la mano.
Qualcuno bussa alla finestra, e Albie ha un sussulto: sar di certo Silas.
- Alb, - si sente chiamare, ma  la voce del ragazzo che un tempo gli faceva sempre le soffiate sugli animali morti.
- Shhh, - risponde silenzioso, - mia sorella sta dormendo.
- Non ti sento, - grida il ragazzo. - Vieni fuori.
Albie scalcia via la coperta ingrigita e arranca su per le scale.
- C' di nuovo quella donna che vuole vederti, - dice il ragazzo. - Mi ha dato un penny per trovarti.
Albie scuote la testa. - Dille che non posso andare.
L'altro risponde con un'alzata di spalle. - Mi dispiace per te.  gi qui.
Albie si gira e Iris lo saluta con la mano. I capelli rossi sono acconciati in pieghe ondulate, avanza evitando con cura i rivoli di piscio e aceto e i cumuli di cacca umana ed equina, e Albie le tende una mano per aiutarla.
- Signorina... aspettate... non  il posto giusto per gente come voi.
Iris indica l'edificio imbrattato, i muri fatiscenti. -  qui che vivi?
- S, signorina, - risponde, ma senza guardarla.
- Ho qualcosa per te -. Iris spalanca le braccia per accoglierlo, ma lui resta dov'. - Ultimamente ti fai vedere meno di un fantasma. Vieni da me, ho del t e... una sorpresa.
Lui la segue per le strade con l'entusiasmo di un povero cagnolino trascinato al guinzaglio da una padrona volubile.
Ma quando arrivano alla porta di Louis, lui scuote la testa. - Non ho tempo di salire.
- Ho comprato della crema dolce apposta per te, - gli dice. - Facile da mangiare anche con un solo dente...
- Non ho fame, signorina, - risponde, e proprio in quel momento lo stomaco lo smentisce con un brontolio, poi si domanda se non abbia visto che anche l'ultimo dente se n' andato. Abbassa il labbro a chiudere la bocca. - Ho mal di pancia.
- Proprio non vuoi entrare?
- Devo fare una commissione -. Risponde in tono sgarbato, come a voler prendere le distanze.
Non la guarda negli occhi. Si trattiene. Eppure coglie dalla sua voce lo stupore, la delusione.
Vigliacco.
- Almeno vieni a prendere la sorpresa che ti ho preparato, - dice, e Albie non pu fare altro che entrare.
Con lo sguardo basso, vede le scarpe di Iris andargli incontro. Sono sporche come l'orlo della gonna, una macchia scura e appiccicosa che si  procurata andando a cercarlo fino a casa sua.
- Be', se non hai molto tempo... - Iris si schiarisce la gola. - Louis ha venduto quel dipinto, La Pastorella, quello in cui ha ritratto anche te, e io... be', in verit lui mi ha dato parte del ricavato.
Albie non ascolta neanche. Ha gli occhi sgranati sui disegni del tappeto, sta pensando ai gradini marci della sua catapecchia. A sua sorella, a come dormiva tranquilla e beata...
- Il fatto , - continua Iris, - che volevo darti tre sterline per poterti rifare i denti.
- Come? - e alza di scatto la testa, facendo l'errore di guardarla in faccia, di vedere i suoi occhi gentili. Distoglie subito lo sguardo, riprendendo a studiare il tappeto.
- Per i denti. So che  una cifra importante, e a qualcuno potr sembrare una follia, ma per me sei come un fratello -. Fa una breve pausa. - Non sapevo che... abiti davvero in quel postaccio? Tua sorella fa...?
Albie non dice nulla.
Mettila in guardia, moccioso senza un briciolo di fegato, brutto egoista che non sei altro, pappamolle!
Albie comincia a grattarsi le braccia. Si formano piccole vescicole di sangue, lucide come brillantini, eppure continua ad affondare le unghie.
La vede infilare una mano in tasca, e vorrebbe tanto che non lo facesse, che lo lasciasse in pace. Lui non merita niente.
Diglielo, maledetto stupido!
E prima di riuscire a trattenersi le strappa i soldi di mano come un ladro e corre via, pi in fretta possibile.
- Albie... - lo chiama Iris con voce sbalordita, ferita da tanta scortesia.
Bene, pensa Albie, perch non ha chiesto lui di avere i soldi, no, e vorrebbe sfracellarsi sul marciapiede, farsi investire dalle ruote di un carro.
Megalosauro, megalosauro, megalosauro...
Prova a concentrarsi sulle parole, ma gli sfuggono via.
Megalosiris, megalosiris, Iris, Iris, Iris, Iris...
Non riesce a correre a lungo, non ora che il petto ansima e il naso  tappato.
Albie arriva al negozio, il labbro superiore coperto di moccio, il bianco degli occhi venato di rosa. Si asciuga alla meglio con una mano il viso bagnato, mentre nell'altra stringe le banconote. Non ha avuto il coraggio di mollare la presa, neanche per un istante.
- Smamma! - grida il padrone, allontanando i barattoli delle dentiere dalla portata di Albie.
- Adesso ho i soldi, sapete? - insiste Albie, ma senza mostrarglieli, perch ha visto con i suoi occhi accoltellare un robivecchi per appena due ghinee.
- Fammi vedere.
- Prima voi tirate fuori una bella dentiera d'avorio.
- Chi hai fregato, stavolta? Li hai rubati, immagino...
- E a voi che importa? Non vi deve interessare dove li ho presi, anche se me li sono procurati con mezzi onesti.
Il padrone sospira e lo fa entrare, ma tiene Albie ben fermo con una mano sul colletto della giacca.
Le dentiere sono esposte nel loro opalescente splendore, preziose come ciondoli d'argento. Solide e rosee gengive, denti bianchi e lucidi.
- Ho tre sterline, signore... vanno bene per una dentiera d'avorio di tricheco? Mancano tre scellini, lo so, per ho visto che fate gli sconti per l'Esposizione, e io voglio quella, signore, perch non si rompe come la porcellana e non si macchia di giallo come i denti di Waterloo...
Albie controlla le banconote, lancia un'occhiata furtiva, e scopre con terrore di avere in mano cinque banconote stropicciate da una sterlina ciascuna.
 stato lo squallore della sua catapecchia a farle decidere, di punto in bianco, di regalargli di pi? L'aver saputo di sua sorella?
Per me sei come un fratello.
- Non bastano, - dice l'uomo.
- Ho quanto serve, - risponde Albie. - Mi sono sbagliato.
- E non pensare di scappare via infilandoti la mia dentiera in quella tua boccaccia lurida, altrimenti te la caccio in gola, gi gi fino a morderti lo stomaco -. L'uomo apre la serratura della vetrinetta e consegna ad Albie la dentiera.
La cerniera dorata  bellissima, sembra quasi un ricciolo di capelli, e i denti... be', non ha mai visto niente del genere. Trema un po' mentre se la spinge in bocca.
Sembra esageratamente grande, gonfia, prova a parlare ma gli esce solo un verso incomprensibile.
- Ci vuole un po' per abituarsi, - dice l'uomo dandogli uno specchio.
Albie sorride e stringe la mandibola. Sono denti bellissimi. Lui  bellissimo.  quello che ha sempre voluto, che ha sempre desiderato. La sua faccia con un normale sorriso stampato sopra. Due file dritte, levigate. Schiocca la lingua dietro i denti. Caspita, sono meglio di quelli di sua sorella...
Sua sorella, sdraiata sul letto. Sua sorella, per la quale presto arriveranno gli uomini: cosa significherebbero, per lei, cinque sterline... potrebbe pagare i suoi debiti e liberarsi dalle catene che la tengono in quello schifo di casa, e lui invece eccolo l a sperperarle per pura vanit...
Sputa fuori la dentiera, e prima di ripensarci, si divincola dall'uomo e lascia i denti d'avorio sul bancone.


Una recensione e una risposta

Estratto dell'articolo Mostra alla Royal Academy: un commento, pubblicato in The Times of London, 7 maggio 1851:
Non  questa la sede per censurare tanto diffusamente e fortemente quanto vorremmo lo strano disordine mentale e visivo che continua a imperversare con implacabile assurdit tra le fila di un gruppo di acerbi artisti che si nascondono dietro la sigla PRB che sta per Pre-Raphaelite Brotherhood cio, volendola interpretare, Confraternita dei Preraffaelliti. La loro fede sembra prevedere un disprezzo assoluto per la prospettiva e le leggi consolidate di luce e ombra, un'avversione per la bellezza in ogni sua forma, e una curiosa devozione verso le pi piccole stranezze dei soggetti da loro raffigurati, andando a includere, se non addirittura a privilegiare, ogni eccesso di spigolosit e deformit [...]
Questi giovani artisti sono purtroppo diventati tristemente famosi per la loro ossessiva adozione di uno stile antiquato e l'artificiosa semplicit della pittura, che stanno all'arte autentica come le ballate e le raffigurazioni medievali pubblicate settimanalmente sul Punch stanno a Chaucer e Giotto. Per quanto ben disposti e pronti ad assecondare anche i capricci dell'arte, laddove si colgano segni evidenti di originalit e genio, non possiamo tollerare oltre una mera imitazione servile di quello stile appesantito, della falsa prospettiva e dell'uso grezzo del colore tipici dell'antichit pi remota. Non vogliamo vedere ci che Fssli ha definito come drappeggi bruscamente rimossi invece che piegati, visi rigonfi con espressioni apoplettiche o emaciati e smunti come scheletri, colori presi in prestito dai barattoli di un negoziante di spezie, e visi atteggiati a caricature [...]
Quella morbosa infatuazione che sacrifica la verit, la bellezza e il sentimento autentico alla pura e semplice eccentricit, non merita alcuna indulgenza da parte del pubblico.
Estratto dalla lettera di John Ruskin al direttore, pubblicata in The Times of London, 12 maggio 1851:
Egregio direttore,
confido che per l'ampiezza di vedute che vi contraddistingue vorrete concedere spazio tra le pagine del vostro giornale all'espressione del mio rammarico riguardo al tono grave e sdegnato della critica apparsa su The Times di mercoled scorso, circa i lavori di Mr Millais, [Mr Frost] e Mr Hunt attualmente esposti alla Royal Academy.
Me ne rammarico innanzitutto perch, foss'anche solo per la fatica riversata su questi lavori, e la loro fedelt a un certo tipo di verit (una fatica e una fedelt che sono del tutto indiscutibili), avrebbero meritato un trattamento migliore del puro e semplice disprezzo; inoltre perch credo che questi giovani artisti si trovino in un momento cruciale della loro carriera, un punto di svolta dal quale potrebbero precipitare nel nulla o assurgere a vette sublimi; e credo inoltre che la scelta della direzione da prendere, in salita o in discesa che sia, possa dipendere in non poca misura dal tipo di critiche che i loro lavori sono costretti a subire [...] Non posso non prendere le distanze dal vostro atteggiamento quando osservate, con un commento oltremodo generalizzante, che questi uomini sacrificano la verit, cos come il sentimento, all'eccentricit [...]
Ma prima di inoltrarmi nei particolari, lasciate che corregga l'impressione che il vostro articolo pu facilmente generare nella mente dei lettori, un'impressione del tutto falsa. Questi Preraffaelliti (non posso certo complimentarmi per il buon senso usato nella scelta del loro nome di battaglia) non desiderano n pretendono in alcun modo di imitare l'arte pittorica antica cos come la conosciamo. Chi pensa che i lavori di questi giovani artisti le assomiglino, conoscono davvero poco la pittura antica [...] Il loro ritorno al passato si concentra su un unico aspetto: per quanto sar in loro potere disegneranno ci che vedono o ci che presumono possa essere stata la realt dei fatti della scena che desiderano rappresentare, a prescindere da qualsiasi regola e convenzione della creazione pittorica.
[...]
Umilmente vostro
L'AUTORE DI MODERN PAINTERS
Denmark Hill, 9 maggio


Malattia

62 Great King Street, Edimburgo
11 maggio
Mio amore, mio valoroso cavaliere, mio Valentino,
la mia malattia si aggrava; mi addolora che tu abbia ignorato le mie lettere precedenti: come pu importarti cos poco di me?
I medici dicono che non ci sono speranze. Clarissa mi ha accudito per tutti questi mesi con l'affetto che avrei dovuto ricevere da un innamorato. Ti supplico di venire al mio capezzale prima che io abbandoni queste spoglie mortali.
Invocami nel giorno della sventura; io ti salver e tu mi glorificherai.
Con immutata devozione,
tua Sylvia
62 Great King Street, Edimburgo
11 maggio
Carissimo Louis,
avevo promesso che ti avrei scritto quando si fosse avvicinata la fine. Ora credo sia imminente; potrebbe essere solo questione di ore.
Chiede di te continuamente, ma prima che tu venga a farle visita, preparati a vederla fisicamente molto cambiata.  smagrita, devastata dal cancro. Il suo viso  deturpato, la sua figura mostra i segni dei tumori.  una malattia crudele, umiliante.
Ti invito ad alleviare la coscienza di una moribonda. Non vorrei mai che tu dovessi poi rimpiangere di non averlo fatto, quando sar troppo tardi.
Jane ha richiamato tuo figlio dalla scuola: sta facendo ritorno a casa in queste ore.
Prego affinch tu possa arrivare in tempo.
Con affetto,
Clarissa


Edimburgo

- L'hai visto? - chiede Millais appena Iris apre la porta. Posa il cappello sull'appendiabiti. - Louis! Louis... dove sei finito? Hai letto il Times di oggi?
- Visto cosa? - chiede Louis.  leggermente rosso in viso - Millais ha suonato alla porta proprio quando Iris era all'apice dell'estasi, e si sono vestiti in fretta e furia, ridendo spensierati come una coppia di fioraie. Louis ha la camicia abbottonata male.
- Questo, - dice Millais puntando forte il dito sul giornale. Comincia a leggere: l'ampiezza di vedute che vi contraddistingue... bla, bla, bla... la loro fedelt a un certo tipo di verit eccetera... avrebbero meritato un trattamento migliore del puro e semplice disprezzo...
- Di che cosa stai blaterando? - chiede Louis perplesso, ma ormai il suo interesse  stato stuzzicato e ora avanza e strappa il giornale dalle mani di Millais.
- Ruskin, - sussurra Millais. - Ha scritto una lettera al Times per difenderci. John Ruskin! E ha spiegato i nostri princip alla perfezione.
Iris legge l'articolo da dietro la spalla di Louis, ma  arrivata appena a met quando lui sentenzia: -  un buon articolo, in effetti. Niente di troppo pomposo, niente affatto. Ad ogni modo evita la faziosit, il che fa ben sperare.
- Non  meraviglioso? Mi ha addirittura scritto, - dice Millais tirando fuori una lettera ben stirata come se fosse un maggiordomo in procinto di servire un'elegante ciotola di brodo di tartaruga. - Voleva comprare Il ritorno della colomba nell'arca ma  gi venduto. Oh, se solo avessi aspettato! Ha chiesto anche della tua Regina di Guigemar.
- Puoi dirgli che non  in vendita, - commenta Louis.
- Ma si tratta di Ruskin! - ribatte Millais, sbigottito, e Iris nasconde un sorriso. Se Louis avesse annunciato di aver tagliato la tela e di averla arrotolata per farne cento sigari, l'amico non avrebbe reagito con altrettanto stupore. - Qui non stiamo parlando di Mr Boddington o di un impiegato qualsiasi. Si tratta di Ruskin, il pi grande critico del nostro tempo.
- So benissimo di chi stiamo parlando, - dice Louis. - E comunque non  in vendita -. Sembra finalmente cogliere la portata della notizia. - Ma Ruskin era veramente intenzionato a comprarlo?
- Proprio cos, - risponde Millais.
- Be', non dimentichiamo che esistono anche i detrattori, - dice Louis, e Iris ricorda come lui e Millais si siano finti tranquilli e disinvolti quando il Punch, una settimana prima, ha pubblicato delle parodie di Mariana e della Prigionia della regina di Guigemar, raffigurando i soggetti con delle teste enormi, e ricorda anche la recensione sul Times a cui Louis ha pensato bene di dare fuoco con un fiammifero. Stile appesantito, colori grezzi, caricatura. Louis scuote il giornale. - Ma questo pu davvero rappresentare una svolta, no? Il momento in cui possiamo entrare a far parte dei grandi.
Millais annuisce. - Credo proprio di s.
-  davvero meraviglioso, - interviene Iris.
Segue i due uomini nel salotto. Louis si allontana per qualche istante per incaricare un giovane fattorino di andare a prendere dei pasticci fumanti e del brandy. Iris non vuole pi bere, le fa ancora male la testa dal giorno prima. Aveva invitato Rose a unirsi a loro, ma il suo accordo con Mrs Salter era che non avrebbe lasciato il negozio fino all'arrivo di una nuova apprendista, cos Louis e Iris sono andati in barca fino a Richmond insieme a Rossetti e Hunt, che hanno portato due bottiglie. Un rosso leggero e del Curaao. Era un bellissimo pomeriggio di maggio, un tappeto di fiori rosa sulle sponde del fiume e l'ombra delle trote che guizzavano sotto il pelo dell'acqua. Gli uomini si sono rivelati dei pessimi nostromi, e lei ha preso il controllo dei remi per gran parte del viaggio di ritorno, con l'aiuto di Louis e con profonda indignazione da parte di Rossetti. Ma come Louis ha fatto giustamente notare, l'affronto non  stato cos terribile da convincerlo a prendere in mano la situazione lui stesso. E mentre Iris spingeva con forza i remi nell'acqua, Louis le ha toccato il braccio e l'ha guardata, con occhi traboccanti d'emozione.
 pomeriggio inoltrato quando arriva la lettera. Millais  uscito a fare una passeggiata e Iris  sul divano a disegnare con il carboncino una ciotola di fragole. Nel suo dipinto non riesce a rendere come vorrebbe la loro levigata rotondit, il giusto angolo del picciolo rispetto all'orlo della ciotola. Louis le ha consigliato di disegnarle pi e pi volte, cos che la mano possa memorizzare la loro forma. Come appoggio per l'album da disegno sta utilizzando le gambe piegate di Louis.
Suona il campanello alla porta e Louis sospira. - Scusa ma devo privarti del tuo scrittoio, - le dice, allontanandosi per un istante. Quando torna, le si siede accanto senza guardarla. Ha in mano una lettera.
- Che cos'? - chiede. - Qualcosa non va?
-  di Sylvia, - dice. - Di solito non apro le sue lettere, ma sulla busta ho riconosciuto la calligrafia di Clarissa.
- Oh? - Iris cerca di mantenere la voce impassibile, di non dare peso al fastidio che ha provato nel sentire quel nome. - E che cosa dice?
- Lei sta... - Louis abbassa lo sguardo sul foglio. - A quanto pare sta morendo.
- Oh, - ripete Iris.
- Vuole che vada da lei. Per dirle addio.
Iris gioca con il carboncino, annerendosi il palmo della mano. - E pensi di andare?
- Penso... penso che devo farlo. Chiede la mia presenza. C' un vaporetto che parte per Edimburgo... - gli occhi corrono svelti all'orologio, - ... tra poco, se mi sbrigo. Sta morendo. Non posso negarle questa possibilit. Vuole riconciliarsi con me.
- Riconciliarsi? - chiede Iris sforzandosi di non alzare la voce.
- Non come pensi... o almeno, anche se  quello che desidera, a me non interessa. Devo semplicemente andare a tranquillizzarla, farle capire che non le porto alcun rancore. Sarebbe crudele da parte mia tirarmi indietro, no? Sarebbe crudele non andare, non permetterle di morire con la coscienza a posto. E poi mio figlio... devo consolare anche lui.
- Pensavo avessi detto che la sua malattia era una finta...
- Mi ha scritto mia sorella, e se non mi credi...
- Non  che non credo a te, - dice Iris. - Non credo a lei.
Louis le porge la lettera. - Leggi tu stessa.
- Mio amore, mio valoroso cavaliere, mio Valentino... come pu importarti cos poco di me?... l'affetto che avrei dovuto ricevere da un innamorato. Ti supplico di venire al mio capezzale... tua Sylvia...
A Iris tremano le mani. Quelle parole sono cos affettate, cos isteriche, insincere. -  una lettera d'amore...
- Non  una lettera d'amore, - ribatte Louis riprendendo il foglio in mano. - Sono le ultime parole di una donna in punto di morte.
- Certo, - risponde brusca Iris. - E tu le vuoi bene?
- Come puoi chiedermi una cosa simile? - le risponde, e Iris si aspetta che dica di no, che  un'idea assurda. Invece Louis dice: - Certo che s.
Iris fissa lo sguardo su un punto della carta da parati al di sopra della testa di Louis, dove il disegno non combacia del tutto. Quell'imperfezione l'ha sempre infastidita, e ora vorrebbe tanto poter strappare via la carta dall'intera parete.
Louis prova a prenderle la mano, ma lei sfugge alla presa. Dovrebbe mostrarsi pi sensibile, pi comprensiva, ma la sua collera si accende.
- So che pensi che...
- Non dirmi quello che penso, per favore.
- Lo sai che ti amo. Io non amo Sylvia: come potrei? Ma sta morendo, e le voglio bene. Siamo stati sposati, lei ...  stata... mia moglie -. La guarda. - Poi sar libero.
- Libero? - dice Iris, e la sua rabbia si infiamma ancora di pi. - Libero di fare cosa?
- La nostra situazione sarebbe pi decorosa.
Iris non ha il coraggio di formulare subito la domanda. Immagina di svegliarsi la mattina, sciogliersi dall'umido e caldo abbraccio delle sue membra, e tirarsi su appoggiandosi sul gomito. Mio adorato marito, direbbe, e i suoi genitori le perdonerebbero la sconsideratezza del suo lavoro di modella, perch lo sposo  un buon partito, cento volte meglio di quel viscido facchino che volevano presentarle, e poi lei  innamorata di Louis... oh, quanto lo ama! - Pi decorosa?
- Be', non sarei pi un uomo sposato.
- E... che differenza fa? - Prende in mano il carboncino, poi lo posa di nuovo.
Louis si incupisce all'istante. - Oh, Iris... non intendevo quello. Non mi riferivo... s, insomma... non ti ho sempre detto che non credo nel matrimonio? Intendevo dire che ci sentiremo entrambi liberi. Non ci saranno scandali di alcun tipo -. Si tira il lobo dell'orecchio nel suo solito gesto nervoso, ma le parole le arrivano in faccia come pugni. - Vorrei che capissi quanto ti amo...
- Non abbastanza.
- S, invece! Fin troppo: voglio stare con te per sempre.
- Dovresti capire... - gli dice, con un ritorno di rabbia che la imprigiona come un velo da cui fatica a liberarsi, e le fa esprimere sentimenti che solo pochi minuti prima non si sarebbe mai sognata di fargli subire. - Dovresti capire cosa significa per me. I miei genitori non vogliono pi vedermi! Ti aspetti che io mi affidi a te completamente, eppure non vuoi concedermi la semplice decenza di diventare tua moglie. Ma per lei... per Sylvia... l'hai fatto.
- Sono sempre stato chiaro sul fatto che non condivido il matrimonio, a prescindere da Sylvia... la quale, per inciso,  una persona, e non un banale intralcio tra me e una seconda unione...
- Oh, come  bello agire per principio! Come dev'essere facile, per te.
- Non lo  affatto, - risponde Louis.
- Come? Come sarebbe a dire? - Lo guarda dritto negli occhi. - Tu hai tutto ci che vuoi! Rimani fedele ai tuoi princip, e sei un uomo che gode dei privilegi di un certo rango! Questa... questa relazione con me... non ti sminuisce. Agli occhi del mondo fa di te un libertino, ma fa di me una puttana -. Louis ha un sussulto, ma Iris ripete la parola, pi forte. - S, una puttana! E che fine fanno i miei princip? E che dire del modo in cui la gente mi guarda, di come anche la tua donna delle pulizie mi schernisce? Non sono altro che la tua amante... e se mi abbandonassi, io non avrei pi nulla.
- Non intendevo...
- No, - dice Iris, e guarda altrove. - Non oserei mai intrappolarti, umiliarti, farti subire le paturnie di una vecchia moglie quando esiste il brivido di un amore pi dolce.
- Queste sono parole di Rossetti, non mie.
- Avresti potuto benissimo pronunciarle tu, - gli risponde.
Louis si allunga a prenderle la mano, ma lei si gira dall'altra parte.
- Ti amo, Iris.
- Ma non mi sposerai mai.
Louis rimane in silenzio, e tanto basta.
La delusione  come uno schiaffo sul viso, una gelida ferita, e non pu sopportarlo oltre. Deve affrettare la sua partenza, meglio togliere il dente alla svelta. - Quando parte il vaporetto? - gli chiede.
- Possiamo...
- Quando parte? - ripete Iris, e Louis alza le mani.
- Ogni sera alle sei.
Iris guarda l'orologio a pendolo. - Be', ti conviene andare, allora. Sei richiesto al capezzale della tua adorata Sylvia -. La sua rabbia si incupisce. - E magari al tuo ritorno scoprirai di esserti meravigliosamente e completamente liberato dalle mie catene...
Ora che ha cominciato non riesce pi a smettere. Quella minaccia rimane sospesa tra di loro. Appena ha pronunciato le parole, Iris vorrebbe tanto rimangiarsele, ma  troppo tardi,  troppo orgogliosa, e osserva il suo riflesso sulla superficie curva dello specchio, l'immagine di quel loro piccolo mondo appena andato in frantumi.
- Iris... no... - dice Louis sgomento, ma lei lo allontana con un gesto. - Non dici sul serio.
- Ti trover una vettura.
- Non me ne vado finch...
- Vattene, - gli dice, con un ultimo colpo straziante. - Vai... ti chiamo una vettura.
E prima che possa fermarla, Iris ha gi sbattuto la porta e si precipita in strada, la paglia sul selciato umida e scivolosa sotto i suoi piedi.
Un turbinio di immagini: Louis a Venezia, le mani strette intorno alla vita di Sylvia mentre danzano in una sala da ballo; lui che si muove sopra di lei, mentre concepiscono un figlio... - Mio valoroso cavaliere, - gli sussurra affondando le unghie sulla sua schiena... e poi Sylvia distesa sul letto, in punto di morte, graziosa come l'immagine di un cammeo, i capelli allargati sul cuscino che la sostiene. Louis  al suo fianco, obbediente come un cagnolino da compagnia, e le bacia la mano, allevia il dolore di quel suo ultimo viaggio dicendole che la ama. Iris prova a fermare i suoi pensieri, ma non fanno che accumularsi, sempre di pi: le labbra di Louis su quelle di Sylvia, il suo desiderio che si riaccende in fretta. Iris scuote la testa perch sa che il suo comportamento  scorretto, che prova invidia per una moribonda. Louis dovrebbe davvero andare. Deve andare assolutamente. Ma ci che la ferisce non  il fatto che lui accorra al suo capezzale: Louis ha amato Sylvia tanto da sposarla, e non ha intenzione di concedere a Iris la stessa rispettabilit.
- Ti amo! - esclama Louis dalla finestra dello studio mentre lei svolta l'angolo su Charlotte Street. - Iris, ti prego.
Ma lei non risponde. Pu solo contenere i singhiozzi che le risalgono dal profondo.


Vettura

L'estate  arrivata in anticipo e la calura sta cominciando a salire, una spessa cappa che grava su Silas facendolo sudare sotto il colletto della camicia. Si toglie il cappotto blu rattoppato e lo sguardo vaga in direzione di un gatto che percorre incerto il davanzale del negozio deserto. La sua spina dorsale ha una strana curvatura e Silas si domanda se derivi da una parziale frattura o da una deformit congenita. Qualche mese prima l'avrebbe magari seguito e avrebbe cercato di catturarlo, avrebbe assicurato quella colonna vertebrale al suo tavolo di lavoro, ora invece perde subito interesse e torna a sorvegliare in contemplazione la casa di Louis.  entrato e uscito un ragazzino con in mano una lettera. Silas si tampona la fronte. Presto sar sera, e con il fresco potr rilassarsi.
Sente sbattere la porta. Alza gli occhi e vede Iris percorrere alla svelta il marciapiede. Si sta allontanando, l'orlo della gonna sfiora il selciato, la polvere  gi sull'abito.
Si apre una finestra, e Silas si ritrae dal vetro. - Ti amo! Iris, ti prego, - sente esclamare Louis, e Silas avverte un sapore di limoni in bocca.
Iris andr da lui: il mento obliquo alla luce della lampada a olio, proprio come era all'alba nel dipinto. - Mi avete aiutato ad amarvi, - gli dir. - Come ho fatto a non accorgermi prima di voi?
Silas si domanda se non sia il caso di seguirla, ma Iris non indossava n uno scialle n una cuffia, che invece porta con s ogni volta che esce. Decide di aspettare, immaginando di vederla tornare presto. E infatti, con suo grande orgoglio, la vede di nuovo dopo pochi minuti: se lavorasse in polizia chiss quanto tornerebbe utile, chiss quanti casi riuscirebbe a risolvere grazie al suo spirito d'osservazione! Dietro a Iris arriva al trotto una vettura, il cavallo baio schiumante dal caldo e lucido di sudore ai fianchi. Il conducente ha un paio di baffi rossi e arricciati, simili alle zanne di un tricheco, e Silas teme che Iris possa salire a bordo di quella carrozza e ritrovarsi da sola con quell'uomo.
Ma a quanto pare la vettura  per Louis. Lo vede sulla soglia con un piccolo baule da viaggio che issa con fatica sul tetto della carrozza, dove viene legato con delle funi dal vetturino. Il cavallo trattiene un nitrito e sbuffa.
- Al molo del London Bridge, - dice Louis. - E alla svelta.
Louis cerca di prendere la mano di Iris, ma lei gli volta le spalle e dice qualcosa alzando la voce, senza che Silas riesca comunque a cogliere le parole. Louis la supplica, poi sospira e sale a bordo.
A Silas fa male la testa tanto ha i denti serrati. Che sollievo: era certo che Iris non amasse Louis sul serio. E allora ecco sbocciare in lui un pensiero.  appena un germoglio - una gemma verde che fa capolino dal terreno - eppure lui vi si aggrappa con tutte le sue forze, perch questo  il suo momento, ed  cos perfetto, cos assolutamente suo che non pu che intravederci un disegno.
 tutto pronto. Silas ha predisposto lo scantinato, ha comprato ventotto boccette di cloroformio.  pronto a ricevere la visita di Iris. Ricorda una parola francese, che ha sentito pronunciare una volta, in un salotto, a una sgualdrina in viaggio da Parigi: un sjour.  pronto per il sjour di Iris. Non deve tergiversare. E se la sorella arrivasse sul pi bello, proprio ora che lui ha organizzato le cose con tanta precisione?  tutto esattamente come descritto dalle parole dei medici che ascoltava parlare quando andava a sedersi davanti all'University College: il corpo  disteso, il cloroformio  stato somministrato e l'incisione deve essere fatta in maniera rapida e netta, con la giusta angolazione e la pressione corretta. La precisione non sta solo nella cura dei particolari ma anche nel tempismo.
Mentre la vettura gira l'angolo e Louis tiene la sua stupida mano fuori dal finestrino, Iris  ancora ferma in strada e si stringe fra le braccia. Comincia a piangere.
La mia vita  uno sconforto. Lui le porter gioia e consolazione.
Ora  completamente sola.  cos che doveva andare, e chi  lui per negare ci che  scritto nel destino?
Silas corre per la prima volta in tanti anni. Le gambe volano scomposte, sbieche, mentre si precipita schivando dame e gentiluomini eleganti, spazzini e venditori di strada. Una donna fa cadere una piramide di arance sul marciapiede e gli urla dietro. Silas sfreccia via come ha visto fare al monello di strada, il cuore gli batte come un tamburo, la gola  arsa dalla calura, e il sudore gli scende a rivoli lungo la schiena e gli gocciola sul viso.
Immagina Iris mentre percorre lo stesso itinerario, i suoi passi che seguono il fantasma di quelli che lui ha lasciato, ma lei  una signora, ed  certo che non correr, nonostante l'urgenza. Vede gli spigoli degli edifici come attraverso gli occhi di Iris. Che impressione faranno su di lei? Svolta nel vicolo del proprio negozio. Non si  mai accorto del verde viscido che riveste i muri, non ha mai colto la vicinanza claustrofobica delle case, quasi potessero cadergli addosso e schiacciarlo, non si  mai preoccupato dei mucchi di cenere addossati ai mattoni. Lei passer di qui o aspetter all'imbocco della strada?  stretta e fetida. Scruta a terra con lo sguardo in cerca del cane morto, ma qualche raccogliossa deve averlo preso per venderlo a una fabbrica di colla. Almeno la stradina senza sbocco  deserta: non ci sono bambini cenciosi che si riparano dal vento, e poi a quest'ora del giorno il traffico  assordante, perch risuona del clangore metallico delle carrozze che percorrono lo Strand e del chiacchiericcio degli impiegati che si affrettano a casa dopo una giornata di lavoro in ufficio. Nessuno la sentir gridare. Qualcuno butter l'occhio in strada? Ma no,  troppo buio, lo sguardo non avrebbe il tempo di abituarsi, e lui sar rapido. Gi adesso riesce a vedere a malapena. La strada principale, con i suoi edifici bianchi, era quasi accecante, ma nel vicolo buio riconosce ormai nel suo campo visivo solo il guizzo fugace di sagome verdi e gialle. Sar lo stesso per Iris, e non si accorger di lui, quando si apposter dietro il montante della porta.
Bench conosca gi la risposta, Silas vuole controllare un'ultima volta che tutto sia in ordine, e china la testa per entrare in casa. Solleva la pelle di cervo che nasconde la botola e immagina di trasportare Iris di peso attraverso il negozio, quasi una piuma leggera tra le sue braccia. Se lei dovesse rompersi una caviglia mentre Silas la trasporta gi nello scantinato, vorr dire che ogni suo tentativo di fuga sar ostacolato ulteriormente. Silas prova a placare il tremore della mano. Tocca le boccette di cloroformio sulla credenza, accarezza il femore che ha intenzione di usare come bastone. Presto avr la sua compagna.
Tutto quello che gli serve  qualcuno che scriva una lettera per lui, e di persone cos sullo Strand ce ne sono a dozzine, spesso utilizzate anche da certi impiegati che non sono istruiti come fanno credere.
Ha gi preparato le parole da scrivere.


Pulce

- Cosa voleva?
Il giovane con la penna si ferma.
Albie gli si fa pi vicino. Fissa gli eleganti ghirigori sul cartello che pubblicizza la sua attivit. Si domanda come quei segni rotondi possano formare delle parole, come sia possibile decifrarli.
- Che cosa ti ha chiesto di scrivere? - domanda.
- Chi ha chiesto cosa?
- L'uomo che se ne  appena andato. Quello con il cappotto blu -. Albie ha seguito Silas per tutto il pomeriggio, ed  rimasto a guardare mentre Louis saliva sulla vettura per farsi portare al molo di London Bridge.
- E a te che importa? - ribatte scortese il ragazzo. Indossa una cenciosa giacchetta di velluto e un cappello di paglia con l'orlo smangiucchiato. Guarda oltre le spalle di Albie, richiama i clienti a gran voce allungando le vocali: - Lettere scritte per cinque pence! Belle lettere per cinque pence! - E poi, abbassando il tono: - Smamma, moccioso, o mi mandi via i clienti.
- Stammi a sentire, cagnaccio, - sibila Albie minaccioso. - Quell'uomo. Cosa gli hai scritto?
- Vattene, - ripete il ragazzo, e Albie lo guarda di traverso: si crede meglio di lui solo perch  andato a scuola. Il ragazzo ha davanti a s uno scrittoio portatile, una pila di carta e pergamena tenuta ferma con un peso e uno spago, e una bottiglia del latte piena d'inchiostro. Albie afferra il contenitore, toglie il tappo e fa cadere un po' di inchiostro sul marciapiede. - Ridammelo, - esclama il ragazzo. - Quella roba costa dieci scellini...
Ma Albie solleva la bottiglia sopra la testa. - La butto per terra, giuro, - lo minaccia. - Adesso me lo dici, cosa gli hai scritto? Non ho nessuna paura di spaccare questa roba...
- Fallo e te ne pentirai!
- Dimmi solo cosa voleva, - ripete Albie, cercando di controllare la voce, tenere a bada l'urgenza. Potrebbe prendere questo pezzente a ceffoni. Dimmelo, supplica mentalmente. Dimmelo, ti prego.
- Che gli scrivessi una lettera, cagnaccio - dice il ragazzo imitando i modi bruschi di Albie.
- Quello lo so, - risponde Albie. - Ma cosa c'era scritto nella lettera? Guarda che non scherzo -. Versa un altro po' di inchiostro sul marciapiede.
Il ragazzo ringhia rabbioso, ma poi cede. - Era un biglietto da parte di una ragazza che chiedeva a sua sorella di incontrarla in una strada non so dove. Un vicolo da quelle parti... - e indica con il pollice verso la bottega di Silas - ... e diceva che si era fatta male, o qualcosa del genere. So solo questo, nient'altro. Giuro che non so cosa volesse dire. Adesso ridammi l'inchiostro, prima che ti prenda a botte.
Albie si morde il labbro, cercando di dare un senso a quella matassa ingarbugliata.
- Come si chiamava la ragazza, quella che lui scriveva la lettera?
- A cui scriveva la lettera, - lo corregge il ragazzo con una smorfia. - Comunque non te lo so dire.
- Era Iris?
- Pu darsi. Ora basta con gli scherzi, - dice il ragazzo, di nuovo brusco. - Ridammi quella bottiglia prima che mi metto a urlare al ladro e ti faccio finire sulla forca...
Allora Albie lancia al ragazzo la bottiglia di inchiostro e guizza via prima che possa corrergli dietro. Rallenta solo una volta girato l'angolo.
Ripensa a Silas che si fa scrivere la lettera e a Iris, ora rimasta da sola: Louis star via per qualche giorno, a giudicare dal baule che ha portato con s.
Iris cadr nella trappola della lettera? Il cuore di Albie sembra perdere colpi.
Lurido codardo che non sei altro, piccolo buono a nulla, sei tu che l'hai cacciata in questo bel guaio...
Ma sua sorella adesso  al sicuro nel suo nuovo alloggio di Marylebone, un istituto per giovani bisognose, e ha anche tre sterline infilate nel grembiule. Si  comprata la sua libert da quel posto schifoso, e ha cominciato a imparare il mestiere di domestica. Avr presto un lavoro, dicono, e le troveranno una posizione rispettabile. Silas non avr modo di rintracciarla...
Si  sempre detto che avrebbe agito quando fosse stato sicuro, e non  forse arrivato il momento, adesso?
Per me sei come un fratello.
Albie saltella da un piede all'altro, pervaso da un gelido senso di vergogna. Vorrebbe prendersi a calci, togliersi il fiato. Perch ha procrastinato tanto prima di metterla in guardia?
Ma non  troppo tardi. Iris  ancora al sicuro. Deve avvisarla.
Pu correre pi veloce di quel portalettere. Pu arrivare da Iris prima di lui. E poi? Non hanno abbastanza prove per giustificare un arresto, ma almeno Albie avr fatto tutto il possibile, e lei rester all'erta e non le succeder niente, ed  gi qualcosa, no? Forse la piuma che aveva trovato sotto il letto, la piuma di Bluebell, baster a incriminarlo.
Corre come non ha mai corso prima, come se andasse a vapore. L'aria gli gela la gola. Il tragitto sembra durare delle ore, anche se prende le solite scorciatoie, strade che potrebbe imboccare anche a occhi chiusi.  solo un bambino, un moccioso con un pizzico di coraggio, eppure si sente un grande potere dentro. Pu metterla in guardia. Ha osservato Silas, si  preso tutto il tempo: sa di lui cose che nessun altro sa.
Si sente le gambe stranamente liquide, come ferro rovente piegato sotto i colpi di martello di un fabbro. Pensa a Iris, alle sue dita che accarezzano la coccarda che lui le ha cucito, a come gli ha regalato sei pence quando sua sorella stava male, alle cinque sterline per rifarsi i denti. Ha la mente piena di pensieri mentre si precipita verso Oxford Street, a neanche cinque minuti da Colville Place.  distratto, i pensieri gli rimbombano nelle orecchie e questa volta non guarda, non controlla le forme e i cavalli e il fischio del pericolo.
Uno schianto, un cigolio di ferro su ferro, legno scheggiato. Il cavallo nitrisce.
E nel momento dell'impatto, mentre gli zoccoli gli risuonano sul petto e lui viene lanciato come una bambola di stracci sotto le ruote in movimento del carro, nella pausa silenziosa prima che il ferro gli apra in due il cranio come fosse un guscio d'uovo, prima che il filo sottile della sua vita si spezzi, Albie non pensa a sua sorella. Non pensa all'amore, o ai propri sogni, e neanche a Iris, a dire il vero. Pensa solo al suo dito, a come un giorno, alla bottega delle bambole, lei l'ha fatto scorrere sulla cucitura di una minuscola gonna e ha schiacciato il dorso di una pulce. Il suono che ha fatto, come uno schiocco, e la stilla di sangue che ne  uscita, cos graziosa.


Lumley Court

14 Lumley Court
Gentile Miss Iris,
non ci conosciamo ma vi scrivo a nome di vostra sorella Rose. Ha avuto un incidente.  stata aggredita mentre percorreva lo Strand. Il malvivente  stato catturato. L'ho portata presso la mia abitazione: mi ha dato il vostro indirizzo e vi prega di raggiungerla all'istante. Potete trovarmi a Lumley Court, in fondo alla strada. Non ha riportato ferite gravi, ma il medico  gi stato chiamato quindi non c' bisogno che vi disturbiate.
Cordiali saluti,
Mr T. Baker


Il carro

C' trambusto su Oxford Street. Un carro  capovolto su un fianco. Mentre Iris si affretta lungo la strada, quasi correndo nel farsi largo tra i passanti richiamati dalla curiosit, si impone di non guardare. Sente delle grida, una signora sviene tra la frenesia generale. Guardare non farebbe che angustiarla eppure, quasi tirata da corde invisibili, Iris non resiste all'impulso di voltarsi. E in quel breve sguardo fugace vede degli zoccoli che scalciano al cielo, un osso del ginocchio esposto dalla zampa, schiuma rossa che esce dalla bocca e si raccoglie nel canale di scolo. Vede il vetturino che cerca di tranquillizzare il cavallo,  dispiaciuto perch sa che dovr sopprimerlo: - Quel piccolo mascalzone non ha guardato la strada -. E allora Iris scorge il corpicino avvolto da un telo, e due piedi scuri di fango che sbucano fuori come minuscole conchiglie.
China sul bambino c' una ragazzina dai capelli biondo ghiaccio. Indossa un semplice vestito blu, pulito e stirato di fresco - nel tessuto e nel taglio Iris riconosce uno di quegli indumenti che ha cucito per Clarissa e il suo istituto per donne bisognose - e scuote il corpo del bambino. Sta piangendo pietosamente, si rivolge all'uomo gridando: - Mio fratello... mio fratello...
- Non ha guardato la strada! Ha attraversato di corsa... - sta urlando il vetturino a un agente di polizia, e in quel momento scocca un colpo di frustino contro un bambino che sta cercando di portarsi via il perno di ferro della ruota.
Iris distoglie lo sguardo, scuotendo la testa quasi per allontanare da s quell'immagine.  come se ci fosse qualcosa di contagioso nell'aria. Prima Sylvia in punto di morte, poi l'aggressione a Rose, e adesso questo monello di strada, investito quasi sotto i suoi occhi. Cerca di soffocare le sue paure; sono cose che succedono di continuo. Ha perso il conto di quanti cadaveri ha visto per strada. Alcuni le sono rimasti impressi nella memoria: un raccoglitore di escrementi congelato su una soglia, un anziano gentiluomo con le mani strette sul cuore, una povera donna singhiozzante con in braccio un neonato grigio. Eppure, per quanti ne veda, non smettono mai di turbarla.
Si chiede quanto possano essere gravi le ferite di Rose, spera si tratti di un braccio rotto e non di un'altra devastazione del viso, magari ancora peggiore. Ricorda sua sorella, come ha allungato la mano per stringere quella di Louis, ingoiando ogni minima traccia di invidia residua.
Iris ha deciso che lo perdoner: quando  salito a bordo della vettura ha detto che la sposer, ma lei era troppo arrabbiata, troppo ferita per prendere sul serio quella promessa. - Voglio che tu lo voglia davvero, e che non lo faccia solo perch io te l'ho chiesto, - ha detto. Ma quando  arrivata la lettera dell'incidente accaduto a Rose, il suo stato d'animo si era ormai placato e stava raccogliendo le sue cose per seguire Louis gi al molo, appianare il litigio prima che si imbarcasse sul vaporetto. Vorr dire che gli scriver a Edimburgo.
La citt le freme tutto intorno, la vita continua, e desidera soltanto abbracciare sua sorella e Louis. Il fiato le brucia in gola. Una ragazza vestita di verde le mette sotto il naso un paio di scarpe malconce (- Due pence, signorina -); un bambino la stringe per il braccio e le offre un cesto di sgombri che scintillano come pettini d'argento, e Iris deve schivarlo bruscamente per non far cadere tutto il pesce a terra.
Prosegue svelta a zigzag, costretta poi a rallentare il passo man mano che la folla si fa pi fitta e il fango si addensa sotto le scarpe. Le strade sono tortuose, ingombre, e di tanto in tanto imbocca il vicolo sbagliato ed  costretta a rifare il percorso all'indietro. Poi il puzzo del Tamigi si fa pi intenso, e in quel momento un gentiluomo ubriaco caracolla fuori da un ristorante e le sorride con una smorfia, ma lei prosegue imperterrita in direzione del fiume, verso lo Strand, dove si ritrova in mezzo al turbinio tumultuoso degli impiegati trafelati, simili a una colonia di formiche che esce in massa dalla tana appena disturbata. Iris si domanda dove sia questa casa, se la immagina grande ed elegante, a giudicare dalla buona qualit del cartoncino su cui  stata scritta la lettera.
- Lumley Court... sai dirmi dov'? - chiede a un bambino chino sotto il peso di un cesto pieno di sapone ammuffito. La sua camicia  color gommagutta.
- Oh, s, - dice, indicando con il pollice in direzione di uno stretto passaggio dall'aria fatiscente. -  quel vicolo l.
Che strano, pensa Iris tra s e s, ma forse Mr Baker non  poi cos ricco come la carta le ha fatto intendere. Pensa a Louis mentre faceva da modello al suo dipinto, alla bellezza della sua aria giovanile, ai suoi capelli scuri e ricci: li ombregger di verde smeraldo.
Imbocca di corsa il vicolo senza nemmeno guardarlo, a malapena si accorge di aver sfiorato con le spalle la pietra degli edifici e di essersi macchiata il vestito. Cerca la casa, ma il sole della strada principale l'ha accecata e ora quasi barcolla nella penombra, tanto che il colpo che le si abbatte sulla nuca la coglie del tutto impreparata.


Parte terza

Ses sires l'ad mis'en prisun
En une tur de marbre bis,
Le jur ad mal e la nuit pis.
[Era rinchiusa in una torre di marmo grigio, dove i giorni erano tristi e le notti ancor di pi].
MARIE DE FRANCE, Guigemar (XI sec. circa)

La mia vita  uno sconforto,
lui non arriva.
ALFRED TENNYSON, Mariana (1830).


Il sjour

Iris  distesa sul pavimento dello scantinato di Silas e lui le si avvicina per toccarla.  pallida, bianca, le labbra schiuse come i lembi di una ferita. Abbassa appena il colletto alto del suo vestito. Eccola l, proprio come l'ha vista tante altre volte. Alla Grande Esposizione, nel dipinto esposto alla Royal Academy, per strada quando il suo scialle la lasciava scoperta. Una piega della pelle sull'osso. La consistenza  delicata, come il legno nodoso di un corrimano levigato dall'uso. Silas sorride: ce l'ha fatta. Tutti quelli che ridevano di lui, che lo prendevano in giro: sua madre, i ragazzi alla fabbrica, Gideon... nessuno di loro sarebbe riuscito in ci che lui ha portato a termine. Averla nel suo museo, tenerla l per un sjour.
 apparsa all'imbocco del vicolo circondata da un alone di luce, e gli  corsa davanti senza neanche vederlo. Certo,  stato difficile trovare la forza di colpirla con quell'osso, ma Silas sapeva gi che lo sarebbe stato, e del resto quale soddisfazione avrebbe tratto da una cosa semplice?  stato un po' come quando si produce un piatto di ceramica: se non servissero due fornaci, e poi il modellatore, il tornitore, lo smaltatore e il trasportatore, che gioia sarebbe creare un oggetto della porcellana pi lucida e levigata?
Ha calcolato i tempi alla perfezione. Iris si  divincolata un po', si  lamentata, ma lui aveva la pezza imbevuta di cloroformio e gliel'ha subito schiacciata sul viso.  rimasta cos stordita da non avere pi forze per reagire: si  scomposta un po', ha emesso un gemito, ma si  poi addormentata cos facilmente e arrendevolmente che a Silas  sembrato ne fosse quasi contenta. Stringeva in mano la sua lettera, e la cosa gli ha dato sollievo. Quello  stato il rischio pi grande che ha corso, perch Iris avrebbe potuto lasciarla a casa e cos Louis avrebbe saputo dove cercarla.
La osserva di nuovo, e prova un'improvvisa tristezza. Non ne comprende il perch.  un sapore amaro che gli rimane in fondo alla gola, e per quanto si sforzi di mandarlo gi non riesce a liberarsene. Sospira, poi la solleva sulla sedia. Le fascia gambe e polsi ben stretti, lega il tessuto con pi nodi del necessario, e poi si siede ad aspettare.
Lascer che si abitui da sola alla situazione. In seguito le porter da mangiare e parleranno. Cominceranno a conoscere le reciproche storie e abitudini. Quando sentir che potr fidarsi di lei un po' di pi, le slegher le mani e consumeranno i pasti insieme. Lei gli dir della vita all'emporio delle bambole, e rideranno dei suoi terribili racconti su Louis. (- Quel porco... s, lo so che  disdicevole usare un linguaggio del genere, ma prego il cielo di potermi perdonare! Grazie a Dio mi avete salvata dalle sue grinfie -).
Silas sorride, il suo umore nero  ormai un lontano ricordo. E quando fa ritorno al negozio e sposta la vetrina dei lepidotteri sopra la botola, sta gi ridendo di gusto, cos forte da sentirsi onnipotente e capace di andare ovunque voglia.  in grado di fare qualsiasi cosa, qualsiasi cosa desideri, e allora sfreccia su nella sua stanza e poi di nuovo gi nella bottega con l'energia e l'insensato furore di un pazzo.


Silenzio

Quando Iris apre gli occhi non fa alcuna differenza. Si ritrova in un nero pece che non ha mai visto prima, un silenzio che non ha mai sentito.  un buio che non ammette neanche il chiarore della luna, il bagliore dorato di un lampione in strada.  un silenzio che non trasporta le parole farfugliate da un ubriaco, il piagnucolio lontano di un neonato o il nitrito di un cavallo.  un silenzio denso, viscoso e pesante, come essere avvolti nel velluto pi scuro.
Quando fa per portarsi una mano sul viso, scopre di averle legate ben strette insieme. Prova a stringere forte i pugni, ma non si spostano affatto, e il tessuto che li stringe  ruvido sulla pelle. Anche le gambe sono rigide e immobilizzate, i piedi gonfi nel punto dove il sangue fatica a circolare. Ha le vertigini. Le fa male la testa.
Prova a emettere un verso, ma c' qualcosa che le copre la bocca e il suono esce attutito, l'alito le ritorna caldo in gola. Boccheggia, ma il tessuto le si appiccica sulle labbra. Sputa, si divincola.
Si sente pervadere da un'insidiosa sensazione di panico. Dove si trova? Che cosa  successo? Per un solo secondo di spensieratezza prova a spiegarsi il tutto come uno scherzo giocato da Louis, ma sa bene che non  cos e avverte una sensazione di nausea, come fosse sballottata e travolta da ondate di terrore.
 a malapena consapevole dei suoi movimenti, sente solo una fitta improvvisa di dolore: sono i suoi piedi che sbattono sul pavimento, le sue dita che divincola e contorce. Si dondola sulla sedia fino a farla cadere. Colpisce il pavimento di lato, e il dolore si irradia su fianchi e costole. Ha il braccio bloccato sotto di s, il gomito conficcato nello stomaco. Il viso  appiccicato a terra, in fondo alla gola avverte un sapore di muffa, di tannino. Pi si muove e si scontra con la triste realt dei suoi limiti, pi le sale il terrore.
Nggggghhhh, prova a urlare, quasi soffocando nel morbido bavaglio. Nggggghhhh.
Non riesce a respirare: ha fame d'aria, ma ogni presa di fiato si ferma ai denti. Niente. Il ritmo sordo del respiro si fa pi intenso, sente le membra gelide e rigide come porcellana. Si rinchiude nella semplice e vertiginosa fisicit della sua paura. Ha una fitta all'intestino, tanto  il bisogno di liberarlo.
La fasciatura intorno alle mani la stringe in una morsa. E finalmente capisce.
Silas.
I legacci che le feriscono la carne sono come le sue dita sul polso. Quella stretta... quanto si  divincolata! L'odore terroso, umido, della sua morsa. Quel senso di soffocamento  la sua bocca sulle sue labbra, fredda e molle come un panno gelido. L'ha portata qui con l'inganno, usando la lettera, e lei  caduta nella trappola, come un cane adescato con un tocco di carne marcia.
I suoi pensieri si fanno mostruosi, e cerca di ricondurli alla ragione. La mano di Silas sulla sua, la mancanza d'aria. Cosa le far quando arriver? O la lascer morire cos, come un topo intrappolato in un secchio capovolto?
 viva. Respira, ora a cadenza pi regolare. Pensa alle sue dita, aperte sulla carta da parati, le vene bluastre che trasportano il sangue; ritrova un po' di quiete grazie al battito deciso del suo cuore.
Ma non smette di tremare.


Tartufi al caramello

Silas si affretta lungo le strade, con in mano un sacchettino di carta verde. Sa che la sua preoccupazione  irrazionale, che la vetrina delle farfalle  pesante e che lei non pu certo essersi liberata, eppure teme che la sua gemma preziosa possa in qualche modo sfuggirgli di mano. Varcher la soglia, sentir il silenzio, e capir che  stato tutto un sogno. Sar di nuovo solo. La solitudine  una dolorosa sferzata. Ha sempre finto che gli piacesse: non avendo possibilit di scegliere, perch rammaricarsi di quanto gli  toccato in sorte? Ma la solitudine della sua bottega, la fredda distesa di lenzuola accanto a lui, i suoi borbottii e il suono dei suoi pensieri come unica conversazione... si  sentito come svuotato.
Ora per ha la sua magnifica creatura. Quando vedr che lui le ha portato i suoi dolci preferiti, comprati dal suo ambulante preferito, ogni angoscia cesser di esistere. Come potrebbe essere altrimenti? Lei  una signora, educata a esprimere la propria gratitudine.
Silas apre la porta e si mette in ascolto. Se porge l'orecchio al pavimento riesce a sentire un vago rumore, come di uno sforzo, ma potrebbe essere un gatto o un neonato in un edificio vicino.
Sposta la vetrina dei lepidotteri, solleva la botola, e i gemiti si fanno pi intensi. Riflette se non sia il caso di farla tacere, di rassicurarla dicendole che  il suo salvatore, il suo consolatore. Non si sofferma a riflettere su come stiano effettivamente le cose fra loro:  la sua prigioniera, la sua ospite, la sua donzella o un suo esemplare? E lui  a sua volta carceriere, padrone di casa, cavaliere o collezionista? Ma l'unica cosa che importa veramente  che lei  l con lui.
Prende in mano la lampada a olio e stringe il sacchetto di carta fra i denti mentre scende la scala, e quando raggiunge l'ultimo gradino si volta e vede che lei ha fatto cadere a terra la sedia. Ha gli occhi spaventati, il bianco venato di rosso.
- Non voglio farvi del male, - le dice, ma quando le si avvicina, lei prova a rannicchiarsi. Rialza la sedia da terra. - Ho un regalo per voi.
Lei lo fissa mentre lui armeggia con la manica. Che sguardo di terrore ha sul viso! Silas non riesce a capire. Non c' nulla di strano in ci che ha fatto.  gi accaduto a migliaia, milioni di donne nel corso della storia. Lei stessa ha posato per un quadro che raffigura una dama nella sua stessa situazione.
Con un rapido gesto mostra il sacchetto verde che nascondeva dietro di s e il suo sguardo  affilato come una lama. - Cioccolatini al caramello, - dice, ma l'espressione di lei non cambia. Allora prova un'altra tattica. - Se fate la brava, vi sciolgo i legacci.
Silas tossisce. Non  abituato a tanto potere. Non  una sensazione sgradevole, ma non sa cosa fare delle proprie mani, come muoverle.
Le allenta il bavaglio. Iris muove la mandibola, ma non dice nulla. Non urla.
- Posso darvi da mangiare i cioccolatini, - le dice, ma vorrebbe non essere costretto a proporlo. Non  affatto elegante farsi imboccare in quel modo, come se fosse una neonata o un cane.
- Lasciatemi andare, - dice Iris, e la sua voce lo coglie cos di sorpresa, supplichevole com', che per poco non fa cadere il sacchetto a terra. - Vi prego... lasciatemi andare. Non dir a nessuno di voi... non dir niente, ma vi supplico, vi prego, lasciatemi andare.
- Sono i vostri cioccolatini preferiti, - dice Silas, provando a cambiare argomento e sperando che lei non ci faccia caso.
- Che cosa volete da me? Se si tratta di soldi, Louis vi pagher qualsiasi cifra chiederete. Ma dovete lasciarmi andare.
- Cioccolatini con cuore al caramello, - dice lui porgendole un dolce. - Una dozzina per un penny.
- Non mi importa dei cioccolatini! - urla, e poi i suoi occhi riacquistano quello sguardo sconvolto. - Vi prego, lasciatemi andare.
- Voglio solo essere vostro amico.
- E poi mi libererete? - Iris agguanta l'occasione come un cane che si lanci su una bistecca caduta per sbaglio. Comincia a farfugliare: - Ma certo che sono vostra amica... per vi prego, lasciatemi andare e vi mostrer...
- Dovete dimostrarmi la vostra amicizia scrivendo una lettera.
- Una lettera?
- Dovete dire a quel... - cerca di controllare la voce - ... a quell'uomo che avete appena nominato che siete al sicuro e che non deve preoccuparsi.
- Ma non  vero!
- S, invece, - dice lui con la stessa foga. - Voi siete al sicuro, qui con me.
Iris prende a dondolare di nuovo la sedia, avanti e indietro, avanti e indietro. - Non so cosa volete, - gli dice. - Sar vostra amica... far qualsiasi cosa... ma voi...
- Voglio che scriviate la lettera, - insiste, e siccome il suo tono di voce sembra fin troppo stridulo e innaturale, prova a ripetere le parole con voce pi stentorea. - Scrivete quella lettera.
Ma Iris scuote la testa. - Lasciatemi andare, vi prego, - ripete. - Far qualunque cosa.
Silas prova un'ondata di disgusto. - Ve l'ho gi detto. Vi ho detto che sarete libera quando capir che siete mia amica.
- Ma lo sono... lo sono davvero... ditemi cosa devo fare per dimostrarvelo...
- Vi ho portato i vostri cioccolatini, - dice Silas, ormai nauseato da quella litania lamentosa, e gliene porge uno allungando la mano aperta, come si fa con i cavalli.
Iris porta la testa all'indietro e gli morde il dito con una tale forza e rapidit da non lasciargli scampo. Silas toglie la mano di scatto e le d un colpo sui denti. Si accarezza il dito ferito. Forse gli ha rotto l'osso.
Ci che segue  anche peggio. Le grida di Iris riempiono lo scantinato, un latrato assordante che riecheggia di parete in parete, e Silas vorrebbe tapparsi le orecchie con le mani, assestarle un colpo forte alla testa. Il suo non  un flebile lamento, come aveva immaginato potessero produrre quelle labbra delicate, bens un verso profondo, gutturale, animalesco, intervallato da brevi singulti per prendere aria.
- Basta! - dice lui, armeggiando con la boccetta che ha in tasca per poi versarne il contenuto su un pezzo di stoffa, mentre lei urla e urla ancora. Sembrano passare delle ore, prima che faccia effetto. Iris annaspa, si divincola, finch non pu fare altro che respirare con il naso e poi... finalmente... silenzio, e si accascia.


Clavicola

Gli occhi di Silas si accendono di giallo al riflesso della lampada.
Che cosa mi avete fatto? vorrebbe chiedergli, ma dietro il bavaglio che le chiude la bocca riesce a malapena a emettere un verso. Non capisce di cosa si tratti, ma a quanto pare quel fazzoletto la getta in un sonno profondo a cui  impossibile resistere, come se lui fosse un mago. Che cosa potrebbe farle mentre lei  incapace di lottare o gridare?
- Se non vi comportate bene, non vi lascer parlare.
Non parla, non cammina, non mangia se non dalla sua mano... e peggio ancora, sente di avere la vescica piena. Cerca di resistere all'impulso di provare a liberarsi. Deve mantenere il controllo, non pu permettere al terrore di farsi strada dentro di lei. Nonostante tutto, si rammarica del suo poco contegno, della rabbiosa crudezza delle sue grida, del modo in cui prova a tenergli testa. Le hanno sempre insegnato a trattenere i sentimenti, a non urlare, a rispettare le opinioni degli uomini. Le sue emozioni sono rimaste fin troppo a lungo sotto la cenere, e ora ardono. Potrebbe bruciarsi con la sua stessa rabbia.
Ma Rose domani trover la sua camera vuota, e Louis torner presto da Edimburgo. Gli ha detto di come Silas l'ha stretta alla Royal Academy, e di certo si render conto che il loro litigio  stato solo un battibecco. Verr a salvarla. Deve.
Fissa le pareti dello scantinato. Sono basse e umide, e qua e l si sono formati dei piccoli cristalli. La luce vacilla e si smorza, e lo sguardo di Silas la trapassa. Non smette mai di osservarla, Iris pensa che finir per consumarla, avvizzirla, carbonizzarla.
Devo restare a guardare per giorni e giorni, finch non avr memorizzato ogni particolare.
Sta semplicemente facendo la modella: il dolore  dovuto all'immobilit, alla necessit di mantenere la posa. L'occhio che la osserva  quello di un artista, quello di Louis, che la guarda con desiderio e amore. Due laghi neri e profondi in cui sarebbe capace di annegare, un colore impossibile da ricreare. E presto le dir che pu muoversi...
Iris lancia un'occhiata fulminea a Silas, e coglie la fame che ha nello sguardo, il suo ghigno perverso  come una goccia di nero che si allarga nell'acqua, infettando tutto e tutti, lei compresa. Prova a richiamare alla mente Louis, mentre batte il pennello sul cavalletto e studia a memoria le sue forme. La mia regina...
Le balena un pensiero, e segue la direzione dello sguardo di Silas. Non le sta fissando il viso o il seno, bens il collo, la clavicola che  esposta - se ne rende conto solo in quel momento - perch l'abito  stato tagliato.
Iris strattona la sedia. Ora il quadro comincia a ricomporsi: il motivo per cui l'ha scelta nonostante lei abbia ignorato ogni suo tentativo di avvicinarla. Ripensa a quell'ala di farfalla intrappolata nel vetro, e l'altra cosa che Silas aveva con s. Lo scheletro, il manto di un cucciolo, aveva detto. E Louis le ha raccontato che creava gli esemplari da usare nei loro dipinti. Che persona ? Un collezionista? Un collezionista morboso, che raccoglie e rimette insieme ossa e cose morte, e il suo grido rimbomba fra le pareti. La vescica, che  riuscita a tenere stretta fino a quel momento, si libera. E sente il liquido caldo uscire e gocciolare lungo la sedia.


Per more

Silas  nella sua bottega, ha in mano un giornale.  seduto sull'orlo di un barile. Dentro galleggiano dieci corvi, nascosti dal coperchio arrugginito. Un tempo se ne stavano rinchiusi in bottiglie di vetro, nel suo scantinato, ma li ha travasati quando ha trasferito tutti i suoi esemplari nel negozio. Ora non sono altro che una lapide a memoria del suo antico desiderio.
La sua stanza  un guazzabuglio, mucchi su mucchi di oggetti.  scomparsa ogni traccia del silenzioso ordine di un tempo, delle credenze sgombre, dei barattoli etichettati con cura. Il negozio  invece il riflesso della sua mente lacerata. C' polvere ovunque, non fa che starnutire, e anche cattivo odore. Uno dei contenitori si  incrinato e il liquido  colato sul pavimento, lasciando marcire i cuori di colomba. Sfiora con la mano il barattolo di vetro, il bordo di un oggetto che non  pi in grado di identificare - un osso, forse? - e si ritrova le dita ricoperte di una patina untuosa.
Sente un vago rumore provenire dal piano di sotto, e pensa a quell'odore, al puzzo d'ammoniaca dell'urina. Ne  rimasto inorridito. La sua bellissima, composta e signorile regina, che sbraita e morde come una bestia in gabbia, e si fa addirittura la pip addosso bagnando tutto il pavimento. Si  voltato e se ne  andato di corsa su per la scala, salendo i pioli a due a due, per allontanarsi da lei il prima possibile. Immagina la vescica all'interno del suo corpo, umida e rosa come la polpa di una pesca, e poi a come potrebbe essere una volta estratta, essiccata e bianca come un orecchio croccante di maiale.
Scorre il giornale, rimpiangendo di non saper leggere in modo pi veloce. Riesce a rilassarsi solo quando finalmente arriva alle frivole pubblicit di saponi e profumi: non c' nulla riguardo alla scomparsa di Iris.
Ha bisogno di fuggire da quel posto, dal suo angusto e affollato scompiglio, e si mette in testa il cappello. Deve allontanarsi da lei, anche solo per poco tempo. Lo scantinato non gli era mai andato stretto, quando c'erano i suoi esemplari in bottiglia a fargli compagnia, lei invece sembra farsi sempre pi grande, pi mostruosa, e riempie la stanza con i suoi versi animali e il lezzo dei suoi escrementi. Almeno ora  seduta e non deve vedersela con la sua altezza. Per la prima volta, un dubbio si affaccia alla sua mente: lei  diversa da come se l'era immaginata. Potrebbe forse significare che anche il suo comportamento  diverso, ovvero che non lo amer mai, che continuer a essere come  ora, testarda e screanzata?
Si avvia per la sua passeggiata.  met mattina, e gli omnibus sono gremiti di lavoratori. Ripensandoci, Silas si rimbrotta:  rinchiusa da dodici, forse quattordici ore, e lui si lamenta del suo comportamento. Ma  naturale che sia confusa,  naturale che ci metta un po' ad abituarsi. Deve solo avere un po' di pazienza, deve perdonarle le sue smanie. E in effetti la notte  trascorsa in fretta, ora che ha qualcuno al suo fianco.
Osserva Rose nel negozio di bambole, con l'unico scopo di placare i suoi pensieri agitati. Ma poi quando lei esce per fare due passi verso mezzogiorno, decide di seguirla. La vede dirigersi al pensionato di Iris. La padrona di casa apre la porta. Silas immagina la loro conversazione, la donna che dichiara di non aver visto Iris rientrare la sera prima. Silas studia la piega della fronte deturpata di Rose, la preoccupazione che traspare dai suoi gesti troppo bruschi. Rose bussa alla porta di Louis, batte forte con i pugni, ma nessuno risponde, e cos indietreggia in strada. Silas si domanda se e cosa Iris le abbia raccontato di lui, e si pente di nuovo di averla stretta per il polso alla Royal Academy. Quella mancanza di autocontrollo, di consapevolezza, gli d la nausea. Iris deve scrivergli quella lettera, assolutamente. Deve.
Lascia perdere Rose e vaga per i vicoli che si snodano fino a Hyde Park. Ha una vescica su un piede che lo costringe a zoppicare, cos fa segno a un omnibus di fermarsi. Prova a ricordare l'odore di Flick. Un profumo di pulito, questo  certo. Non come quello di Iris. Ricorda la sua candida purezza, ma c' un pezzo mancante tra il momento in cui lei si riempie la bocca di more e quando poi  distesa immobile e fredda sul prato. Silas ha sempre avuto questi lampi di memoria, ma li ha messi da parte, li ha rinchiusi e sigillati per bene.  stato suo padre a farla secca, e Silas ne ha trovato il corpo. O forse il corpo se l' solo immaginato,  stato un sogno vivido, e lei  scappata dalla fabbrica e dalle percosse del padre per approdare a Londra.
Ha consumato altri ricordi di quei giorni fino a renderli lisci come porcellana levigata. L'espressione di Flick quando lui le ha dato quei frutti di serra dicendole che ne avrebbe potuti trovare degli altri, se lo avesse seguito. Non aveva un piano, all'epoca, non del tutto. Era giovane e inesperto, e voleva solo trascorrere la serata con lei, voleva che lo amasse.
Ma lei non aveva voluto seguirlo. Non lo avrebbe mai fatto, non avrebbe mai sopportato le prese in giro degli altri ragazzi solo per fargli un piacere. Silas intravedeva sotto la camiciola i seni appena sbocciati, e si domandava se assomigliassero alle mammelle di una cagna incinta, o fossero invece pi graziose, come il muso umido e rosa di un gattino. Ma poi lei aveva deciso di lasciar perdere gli altri, e l'aveva seguito nella campagna, fin dove le ortiche si infittivano.
-  questo il posto? - aveva detto, guardando il cespuglio rinsecchito. Le more risplendevano come rubini, ma lei si era guardata intorno arricciando il viso in una smorfia. - Avevi detto che c'erano mele, prugne e pure pesche, non solo more. Di queste ce n' un bosco intero vicino a casa mia, se le volevo.
Silas si era agitato. - Credevo che...
- Bugiardo, - gli aveva detto. - Quell'altra frutta l'hai comprata al mercato.
- Non  vero, - aveva insistito Silas, scoprendosi sempre pi arrabbiato. E pensare a tutti gli sforzi che aveva fatto! Ci aveva provato davvero, e aveva speso un sacco di denaro.
- Dove li hai fregati i soldi?
- Non ho rubato niente, - le aveva detto. - Non sono un ladro. Volevo solo farti vedere...
- Dovrei dirlo a tua madre, - lo aveva rimproverato, e poi aveva cominciato a riempirsi la bocca di more, con avidit, le mani che si muovevano rapide e meccaniche come incudini e martelli della fabbrica. - Che hai da guardare cos?
- Cos come?
- Cos... - Gli aveva fatto una smorfia da scimunita, e lui l'aveva odiata. - Vattene a casa.
- Ma questo posto  mio, - le aveva detto. - Ti ci ho portato io, qui. Voglio farti vedere la mia collezione. Ho messo da parte dei soldi per noi due... possiamo andare a Londra.
- Smamma, - gli aveva detto allontanandolo con un gesto, come fosse un gatto, e poi gli aveva tirato una mora. Aveva riso quando gli si era spappolata sulla camicia, e allora gliene aveva tirata un'altra, e lui le aveva bloccato la mano.
- Molla, - gli aveva detto, ma lui aveva stretto pi forte.
- Voglio farti vedere le mie cose -. L'aveva trascinata in un boschetto ombreggiato dove aveva disposto con cura tutti i suoi tesori - i crani dell'ariete, del topo di campagna e della volpe, tutti bene in fila - ma proprio non riusciva a capire perch lei non volesse vederli. Cercava di divincolarsi dalla sua presa e lo graffiava, e lui aveva dovuto darle uno schiaffo per calmarla. Mentre si contorceva aveva dato un calcio all'esemplare di ariete, e il cranio si era spaccato in due.
E poi eccola distesa sul prato, la faccia livida di succo di mora.
Prova un rigurgito di rabbia persino ora, per la crudelt delle sue parole, per come l'ha preso in giro. Non correvano forse insieme per la campagna, il sole non le illuminava i capelli?
No.
Ma ora non vuole pensarci. Fissa invece il maestoso edificio che ha davanti, il Crystal Palace, con dentro i suoi cuccioli siamesi. Quei mocciosi della fabbrica che lo canzonavano con le loro facce smorfiose e sporche d'argilla, saranno probabilmente gi tutti morti di silicosi. Neanche Gideon  riuscito a farsi un nome, Silas ha passato angosciosamente in rassegna The Lancet per anni. Forse  morto anche lui, di una malattia contratta in un ricovero per mendicanti.
La Grande Esposizione scintilla al sole, i suoi diversi piani e il suo tetto a cupola assomigliano alle torte eleganti che ha visto nelle pasticcerie che fiancheggiano l'emporio delle bambole. La sua geometria lineare lo appaga.
La folla  enorme, in perenne movimento, e Silas si fa strada tra file serpeggianti di scolari e viaggiatori - una donna  arrivata a piedi dalla Cornovaglia, lo va blaterando a chiunque voglia ascoltarla - e varca i tornelli mostrando il suo abbonamento. Oggi se la prende comoda, indugia davanti alle enormi ruote nere e dentate dei macchinari industriali - motori, macchine da stampa, caldaie - e le presse rimbombano e ronzano tra sbuffi di vapore e un odore di carbone che impregna l'aria. Ora che non deve preoccuparsi se Iris verr o no, si scopre pi sereno, apprezza di pi ci che vede.
Percorre su e gi i corridoi, stupito dalla variet di ci che  esposto. Il museo sembra accogliere qualsiasi cosa sia mai stata inventata, costruita o plasmata: una bara allargabile, il diamante Koh-i-Noor, un vaso fatto con grasso di montone, velocipedi e vetture. Si ferma davanti agli esemplari che lo interessano di pi. L'Unione doganale tedesca ha presentato una collezione di rane imbalsamate sulla poltrona del barbiere con un bavaglino intorno al mento e una cucciolata di gattini seduti a prendere il t intorno a un tavolo. Nota che i punti delle cuciture sono raffazzonati, e che le loro piccole zampe hanno una postura sbieca, innaturale.
Si tiene per ultima la gioia della propria esposizione, come una caramella messa da parte, resa ancora pi squisita dall'attesa. I cuccioli siamesi - la coppia impagliata e il relativo scheletro ricomposto - sono in bella mostra sui loro piedistalli, e sotto  riportato il suo nome.
SILAS REED.
 lui, e quello  il suo lavoro.
Se solo Iris fosse andata da lui. Se solo fosse andata a trovarlo al negozio quando lui l'aveva invitata, quando le aveva chiesto di incontrarsi all'Esposizione. Le cose sarebbero andate molto diversamente. Se solo Flick non l'avesse canzonato e gli avesse invece camminato accanto, lo avesse preso per mano. Lui voleva soltanto essere loro amico. Ed  davvero tutta colpa loro.


Abito

Le lacrime di Iris inumidiscono il bavaglio. La loro scia salata le irrita il viso e sente le gambe prudere e pungere. Si  sporcata dei propri escrementi, non  riuscita a trattenersi, e quando si muove li sente viscidi contro le natiche. Ha fame e sete, ma l'idea di mangiare dalla mano di Silas non pu sopportarla. La situazione  cos disperata, cos tremendamente penosa che si domanda se riuscir mai a fuggire da quell'antro buio.
- Scrivetemi una lettera, - continua a dirle, di continuo. - Non voglio altro. Solo una lettera.
 per lui una merce di scambio, uno scellino per avere una trottola, una ghinea per una bambola di porcellana.
Se gli scrive la lettera le slegher le mani e la far mangiare da sola.
Se gli scrive la lettera, la lascer libera di muoversi per lo scantinato.
Se gli scrive la lettera, le permetter di salire al negozio.
Se gli scrive la lettera, lui le far fare questo e quello... ma Iris serra le labbra e scuote la testa.
Perch sa bene che sono solo bugie. Ripone invece tutte le sue speranze su Louis, con un'angoscia da farle male. Se perde questa possibilit, non le rimane nulla.
Affonda le dita nel palmo delle mani. Non piangere, si impone. Smettila. Non rester certo l seduta a piagnucolare. Far il possibile per sopravvivere, anche se significa mangiare e bere dalle sue mani come una bestia. Si manterr in vita.
Si distrae pensando al dipinto di Louis e allo stretto nodo nell'abito della regina, la precisione delle pennellate. Una traccia di colore alla volta, appena una punta di pi: un'ombra verdeazzurra su uno sfondo completamente bianco, tanti piccoli tocchi per creare l'illusione di una persona vera, di una scena vera, quando in realt non si tratta che di setole e pigmenti. Il nodo che solo Guigemar poteva sciogliere. Iris prova a ricordare la vivacit dei colori. Qui  tutto marrone, nero, giallo, come se lo smeraldo, il cremisi e l'oltremare esistessero solo nella sua immaginazione.
Almeno Silas ha lasciato la lampada accesa, cos pu vedere l'intero panorama della sua reclusione. Osserva la sedia: i suoi polpacci, legati alle gambe della sedia sopra la traversa. I due braccioli arricciati, a cui  fissata all'altezza del gomito. Il modo in cui il legno si assottiglia nel punto in cui incontra la seduta.
Iris si contorce, si divincola per far scorrere i legacci pi gi, verso il punto pi sottile del bracciolo. Impiega delle ore. Ma poco alla volta, con spostamenti minimi, il tessuto comincia ad allentarsi e allora riesce a piegare la mano e a far leva sul nodo con le dita. Se possono stringere una matita e muoversi sulla pagina, di certo sapranno anche liberarla. E come sperava, il legaccio comincia a cedere, poco alla volta, finch Iris riesce a sfilare via il polso destro.
Sar libera. Non morir l dentro. Sentir di nuovo la voce di Louis, quel suo tono sempre a met tra il serio e il faceto: Siamo venuti a salvarvi dalle grinfie del re Mriaduc.
Flette le dita - il braccio porta i segni delle bende con cui  stata legata - e si tira via il bavaglio. Si passa la lingua sulle labbra. In bocca ha un sapore acido e denso. L'aria ora  pi fresca.
Pochi istanti ed  libera anche la mano sinistra, e poco dopo anche le gambe. Prova ad alzarsi, ma il corpo vacilla.  come una gelatina, tolta dallo stampo prima che sia ben ferma e soda. Allora si rialza ma pi lentamente, ruotando prima il piede, poi la gamba. Il dolore  cos intenso che deve sforzarsi per non urlare.
Sa che  inutile, ma sale la scala a pioli e prova a spingere la botola per aprirla. Niente da fare, n pi n meno come tentare di demolire la Royal Academy.
Comincia invece a pianificare le sue prossime mosse. Prende in mano la lampada.  pesante, la brandisce per testare la sua presa, immaginando di usarla per colpire la testa di Silas. Riuscir a stordirlo, e allora potr fuggire. La agita con troppa violenza, e si maledice quando l'improvvisa corrente d'aria fa vacillare la fiamma della candela fino a spegnerla.
Brancola fino alla sedia, si riposiziona proprio com'era prima, e infila braccia e gambe nelle fasciature per sembrare ancora legata. La lanterna  stretta nella sua mano destra, sul lato nascosto rispetto alla scala, e dunque spera che lui non se ne accorger, almeno non subito.
Sente il fruscio di ci che viene usato come peso per tenere chiusa la botola, e il suo cuore prende a battere all'impazzata.  come se lui sapesse gi tutto, come se le avesse concesso giusto il tempo di liberarsi per poi tornare. Come se non fosse altro che un gioco.
I suoi passi sui pioli rimbombano nella piccola cella. La luce filtra come un fugace raggio di sole tra le nuvole. Silas non parla, ha in mano qualcosa. Una sedia. La stringe in modo maldestro, riesce perfino a cadere poco prima di toccare il pavimento, e impreca sottovoce.
Un istante prima che lui possa riacquistare l'equilibrio, Iris solleva la lampada. Lui schiva il colpo che gli sfiora appena l'orecchio, allora Iris colpisce di nuovo e lo fa sbandare di lato e poi ruzzolare a terra.
Iris si lancia verso la scala - la botola  ancora aperta - e le sue mani scivolano sui pioli. Il metallo  rigido, freddo, accogliente, e Iris sta per issarsi oltre il bordo, verso una strana stanza disordinata, ma qualcosa la blocca.
Lui le ha afferrato il piede. Iris scalcia, si dimena, e pensa: Non sarai mai il mio padrone, non mi avrai - e con uno strattone riesce a liberarsi la caviglia.  quasi risalita del tutto nel negozio, deve soltanto far salire le gambe, ma ecco di nuovo quella mano sulla caviglia, questa volta pi ferma e decisa, come una manetta.
- Aiuto! - grida Iris. - Aiuto! Mi hanno aggredito! Aiuto! Aiuto! Mi uccider... mi...
Iris perde l'appoggio e con un ruggito di rabbia e totale disperazione ricade gi nella cella.
Questa potrebbe essere la sua unica occasione, e deve farcela. Deve scappare. Fa per alzarsi, pronta a difendersi con le unghie, a fare di tutto. Ma lui le  sopra, e ha in mano il fazzoletto.
Iris sente un fischio ronzarle nelle orecchie: con che cosa l'ha colpita? Con un pugno? Si ritrova distesa a terra. Il fazzoletto si avvicina.
- No, - lo supplica. - No, vi prego! Mi siedo, lo prometto. Far la brava... per favore...
- Non vi credo, - dice, e la prende per i capelli. Il fazzoletto  ormai davanti alla sua bocca, le viene premuto forte sul naso. Iris cerca di concentrarsi per restare sveglia. Trattiene il fiato. Si divincola, la sua mente corre, ma il mondo le balugina davanti, come in un miraggio.
E poi svanisce.


Una compagnia

Mi uccider.
Silas la osserva mentre dorme. Come pu pensare questo di lui? Spiegherebbe il suo comportamento stravagante, o almeno la sua paura. Deve farle capire che le sue intenzioni sono assolutamente decorose, che vuole soltanto esserle amico. Quanto  bella... le palpebre dei suoi occhi chiusi, quella clavicola. Avverte una pulsione all'inguine. Che bel manganello.
Ricorda la ragazza dei bassifondi e la sua falsit, il timbro sordo della voce, la tinta dei capelli. L'odore di quel covo di pulci, orrendo quasi quanto quello degli escrementi di Iris.
Di ritorno dalla Grande Esposizione, Silas  passato da un falegname per farsi fare un buco al centro di una sedia. Doveva essere un regalo, ha detto. Ha immaginato la gioia e la sorpresa di Iris nel vederla. E invece, quando l'ha portata gi nello scantinato, Iris lo ha colpito: come  riuscita a liberarsi? Si accarezza le ferite al cranio, all'ulna e alle dita. Pu davvero trasformarsi in una bestia feroce, persino i suoi lineamenti hanno una vaga aria scimmiesca, sotto questa luce.
Iris  sulla nuova sedia, protesa in avanti. Sotto di s ha un secchio. Lui le ha sollevato le sottogonne, ma non l'ha toccata, anche se moriva dalla voglia di guardare. In un gesto magnanimo le ha allentato appena i legacci: la carne dei polsi era screziata, un po' livida, come la pelle di un cadavere di una settimana. Ha preso il suo olio di lavanda e le ha tamponato le tempie e l'abito, e ora lo annusa forte. Il puzzo di escrementi  mitigato dal profumo. Cos dolce e cos delicato!
Iris muove la bocca. Dalle labbra pende un rivolo di bava. Un suono soffocato, un tremolio di palpebre. La sua prigioniera, il suo cucciolo  di nuovo sveglio!
Iris si guarda intorno, e le sfugge un gemito.
- Vi ho spostato sulla vostra nuova sedia, - dice. - Urlare non serve, non vi sentir nessuno.
Iris rimane in silenzio, mordendosi le labbra.
- Voglio solo essere vostro amico. Vorrei...
- Volete uccidermi -. Le trema la voce. - Mi trasformerete in uno dei vostri esemplari. Volete la mia clavicola...
Silas si abbassa in modo da guardarla dritto negli occhi. - No, - risponde. - Voi non capite... non lo farei mai. Come potete pensare questo? Voglio essere vostro amico. Voglio che mi amiate.
Iris scuote la testa.
- Che c'? - chiede lui.
- Amarvi? - dice Iris sbuffando e atteggiando la bocca in una smorfia, proprio come faceva sua madre. - Mai. Io vi disprezzo! Vi odio... io...
- Non lo pensate veramente... imparerete a farlo. Vedrete...
Iris solleva il mento e scandisce bene le parole: - Non. Succeder. Mai.
- E invece s.
- Mi fate ribrezzo.
Silas non si aspettava una tale perfidia. Prova a placare il turbine rabbioso che gli agita il petto, la frustrazione davanti a quella ostinata fermezza.  peggio della mucca testarda che trasportava il carbone da una fornace all'altra e non faceva altro che inciampare, barcollare, non c'era verso di farla andare dritta. Ma il capomastro l'aveva conciata per le feste, le aveva segnato il dorso di frustate finch la sua andatura giocosa non era diventata un lento arrancare a testa china.
Silas aspetta che lei parli, e finalmente lo fa. Non lo guarda.
- Perch lo fate? - gli chiede.
- Fare che cosa?
- Collezionare... ammazzare queste creature, privarle della loro vita?
Silas scuote il capo. Lei non capisce. Lui non mette fine alla loro vita, ma ne preserva la memoria, facendone dei simulacri che resisteranno al tempo, conciando pelli che si sarebbero altrimenti ingrigite e putrefatte in strada. E soprattutto, per lui hanno un significato. Perch tutto deve servire a qualcosa, avere una funzione precisa, in quest'epoca moderna? Non pu bastare la gioia? Sta per esprimerle tutto questo quando lei mette un freno ai suoi pensieri.
- Voglio del cibo, - dice, con il tono della principessa che d ordini al servo.
La stuzzicher un po', prima, tanto per scherzare. - Non saprei.
Ma lei non abbocca, e lui sospira.
- Prima mi avete dato un morso, no? - Le mostra il dito, rosso e gonfio. Se l' lavato in acqua bollente per evitare infezioni, e ora fissa i quattro segni ricurvi che gli ha lasciato con i suoi incisivi.
- Questa volta non vi morder... ho tanta fame e tanta sete -. Alza gli occhi su di lui, ed  bellissima.
- Molto bene, molto bene, - risponde Silas, cedendo prima di quanto avrebbe voluto. Ridacchia tra s e s: lei sa proprio come prenderlo.
Tira fuori un piattino di metallo da sala operatoria, a forma di rene. Non rischier di nuovo la mano. Poi prende i cioccolatini, coperti di sporco dopo essere volati per la stanza. Li dispone sul vassoio e avvicina il tutto alla sua bocca. Iris gira la testa di lato e ne morde uno di traverso. Li mangia tutti.
- Acqua, - dice poi, e lui armeggia fino a tirare fuori dal cappotto una bottiglia, poi versa il liquido nel vassoio e lei lo lecca come un gatto. Nel piatto galleggiano tracce di sporco.
- Meglio? - chiede Silas, ma lei non risponde.
Deve costringerla ad amarlo.
- Dico sul serio, - aggiunge. - Voglio solo essere vostro amico.
Aspetta, forse si  addormentata.
- Sono stato... - dispone la bocca per pronunciare la parola che non ha mai detto prima ad alta voce - ... solo. Sono stato tanto solo.
Nessuna risposta.
- Quando ero bambino nessuno voleva essere mio amico. Non ne ho mai avuto uno. Speravo che qualcuno volesse, ma mi disprezzavano tutti. Ridevano di me. E ho creduto di averne uno, una volta. Un medico, ma anche lui mi ha preso in giro e...
Le racconta tutto. Parla, parla senza sosta, finch gli raspa la gola. Gideon, sua madre, i crani venduti alle mogli dei proprietari della fabbrica; riversa la sua intera vita nella stanza, le sue parole e le sue preoccupazioni si infiltrano nel tessuto dello scantinato. Le racconta di quanto  stato triste, di quanto ha lavorato sodo, di come le sue curiosit siano state una fuga.
Eppure lei rimane in silenzio.


Buio

Il tempo passa. Iris non saprebbe quantificarlo in giorni o notti. Silas le porta cibo e acqua. Una parte di lei comincia ad attendere con ansia il fruscio stridulo sul soffitto, il cigolio delle cerniere della botola, il rumore dei passi sui pioli della scala. Si odia per questo, batte i piedi a terra quasi volesse ribellarsi alla propria mente, ma quando lui  presente l con lei, almeno non le sembra di impazzire.
Perch  tutto nero, nero, nero, infinitamente nero, al punto che le sembra di poter soffocare da un momento all'altro. Non c' pigmento abbastanza scuro n pennellata abbastanza compatta per descriverlo. I suoi pensieri si sfilacciano, perdono realt. Comincia a immaginare sua sorella seduta nell'angolo, la testa china sul cucito, il sibilo dell'ago che scorre su e gi. Il graffio ruvido delle zampe di un topo diventa il suono della spatola di Millais che raschia sulla tela. La pressione dei suoi legacci diventa la carezza della mano di Louis sul braccio, mentre le sussurra all'orecchio. Non si muove, e la rigidit le provoca dolore. Si fa la pip addosso, espelle gli escrementi in un secchio.  una anacoreta murata dentro un'abbazia. Una donzella medievale intrappolata in una torre. Una cospiratrice in prigione. Una bambola in una scatola. Un cane in gabbia.
Per Giove, avr bisogno di una creatura splendidamente bella!
Che meravigliosa creatura!
Mangia, deve conservare le forze. Non prova a scappare di nuovo perch prima deve elaborare un piano infallibile: deve essere misurata, calma e paziente. Silas deve prima fidarsi di lei. Deve costringerlo a fare un errore, a dimenticare qualcosa. Deve abbassare la guardia. L'altra volta  stata troppo frettolosa. Avrebbe dovuto aspettare, o colpirlo pi forte con la lanterna. Si rannicchia sulla sedia, vergognandosi della propria stupidit. Potrebbe essere stata la sua unica occasione.
Si domanda se Louis sia tornato. Mille diversi scenari le attraversano la mente. Lui che si innamora di nuovo di Sylvia, nel frattempo guarita, e rimane a Edimburgo. Il vaporetto che ritarda, o affonda. Lui che torna a casa e pensa che lei lo abbia abbandonato, come aveva dichiarato di voler fare.
Oppure...
Oppure...
Lui che arriva a Colville Place, sente il silenzioso brusio della casa, avverte il gelo delle stanze. La chiama a gran voce, ma il suono ritorna indietro in un'eco.
Allora infila alla svelta il mantello (se solo avesse lasciato l la lettera!) e si dirige al suo pensionato su Charlotte Street.
Non si fa vedere da pi di una settimana, gli dice la padrona di casa. ( gi passata una settimana? O si  trattato solo di un paio di giorni? Il tempo le sfugge tra le dita). Non ha portato via nulla dalla sua stanza, niente che possa far pensare a un viaggio.  turbato.
Allora si reca da Rose: Iris sente il tintinnio del campanello, avverte l'odore di quella dolcezza nauseante, percepisce il tappeto rattoppato che avr sotto i piedi. Neppure lei ha notizie. E anche lei  turbata, perch Iris non si  presentata per la passeggiata che avevano in programma, ma Rose pensava che lei e Louis fossero partiti insieme di punto in bianco, per capriccio.
Louis allora si ricorda di Silas... ma certo! Ricorda il ciondolo e la sua mano sul braccio di Iris, la sua paura e il suo disagio, e allora corre subito al negozio.
Spinge Silas da parte, lo atterra con un pugno dritto sul mento.
Iris coglie i passi di un altro uomo al piano di sopra, e allora grida per farsi sentire, grida, grida, e grida ancora.
Lui sposta il pesante oggetto che ostruisce la botola.
Lei la vede aprirsi, ed ecco Louis che la chiama per nome, la abbraccia, la libera dalla sua prigionia...


La Madama

Silas  seduto in poltrona quando sente lo scatto della trappola. Piega con cura i giornali, The Lancet e The Times, e li infila entrambi nel portariviste che ha confezionato lui stesso con ossa intagliate e pelliccia di tasso. Fa scrocchiare le dita a una a una.
Normalmente chiederebbe ad Albie di portargli qualche creatura, ma non vede quel moccioso da settimane, e quando  andato a bussare alla finestra della sua catapecchia per ricordargli del loro accordo, per poco non ha spaventato a morte un altro bambino. Forse se ne  andato, si  trasferito in un altro bordello, e pu fare a meno della generosit di Silas. Meglio cos, non gli piacerebbe avere intorno quel ficcanaso mentre Iris  qui per il suo sjour. In effetti Silas  preoccupato che sospetti fin troppo.
Nella morsa della trappola c' un topo bianco e grassoccio. I suoi occhi sono vacui e fissi, due rubini rossi, ma il ventre freme ancora. Silas lo pungola con uno stuzzicadenti. Che stranezza!
Solo allora capisce: a far guizzare la pancia sono i topolini che contiene. Gli  capitato di vedere la stessa cosa solo una volta, in precedenza, ma su un cane. Esiste un nome particolare per questi cuccioli di topo, per questi roditori non ancora nati?
Libera il topo dalla trappola.  un bell'esemplare. Non importa se la colonna vertebrale  fratturata, a lui serve la pelliccia, che  perfettamente integra.
Silas siede al suo banco di lavoro, dispone ordinatamente i ferri del mestiere - tre bisturi in fila uno accanto all'altro, forbici a gomito, un utensile per scarnificare e uno per raschiare la pelle - poi fissa la bestiola immobilizzandone le quattro zampe. Incide la pancia fremente, immaginando di essere un chirurgo.
- Brutto topo cattivo, - dice. - Tiriamo fuori i tuoi piccoli bastardi.
Ogni minuscolo topo si divincola all'interno di un sacco. Silas recide le membrane, osservando le creature che si liberano a fatica e cominciano ad annusare l'aria che li circonda, muovendosi sul tavolo. Sei topolini irrequieti. Sono carne rosa, gli occhi leggermente bluastri, come un moscone su un verme. Uno in particolare lo fa sorridere, mentre avvicina guardingo il muso semitrasparente al bisturi.
Ma poi Silas si annoia, e li spiaccica a uno a uno con un mazzuolo.
Si concentra sulla madre, lavorando con cura intorno ai punti dove il muscolo si congiunge al pelo - orecchie, coda, parte superiore delle zampe - e quando finalmente ha in mano il manto floscio e salato dell'animale, decide di lasciarlo asciugare prima di impagliarlo. In questo modo ci sono meno probabilit che la creaturina ammuffisca.
Ricorda Louis e quella stramaledetta colomba marcia.  da l che  iniziato tutto, fino a portare Iris da lui...
Quando fa scorrere un dito umido nell'interno della pelle di topo, si rende conto che quella  la prima volta, in tutta la mattina, che pensa a Iris. Sta cominciando a stancarlo, con i suoi occhi gonfi di lacrime e il puzzo di escrementi nel secchio.  un tanfo schifoso, disumano. Non aveva mai pensato che potesse produrre certi odori.
Bussano alla porta.
A quel suono Silas ha un sussulto, decide di ignorarlo. Ha sentito nel vicolo i passi di alcuni suoi clienti, ma il cartello CHIUSO  bastato a farli desistere dal suonare il campanello o bussare.
Questa volta, invece, i colpi si fanno sempre pi forti, pi insistenti, e Silas infila le mani tremanti sotto le cosce. Sente il debole trillo del campanello nello scantinato: di certo lo sentir anche Iris. Non si tratta di un visitatore qualsiasi. Immagina di trovarsi davanti Louis, portato l da Albie...
- Mr Reed... vi ordino di aprire questa porta, - dice un uomo, con voce decisa e stentorea. Ma Silas non si muove.
Un'altra voce. - Apri la porta, brutto bastardo...
Riconoscerebbe quella parlata volgare ovunque:  la Madama del Dolphin. Cosa pu mai volere? Non sar ancora per la sgualdrina trovata morta? Non l'hanno neppure riportato sui giornali, quindi non pu di certo essere importante. Non  il momento giusto - pensa a Iris nello scantinato, il tono stridulo delle sue grida - le ha stretto abbastanza forte il bavaglio? Un grumo di sudore gli si raccoglie sulla fronte.
- Aprite! - gli intima l'uomo, e la porta trema sui suoi cardini. La butteranno gi se non va ad aprire. Si domanda chi possa essere l'uomo, decide che deve trattarsi di uno dei farabutti che bazzicano la taverna.
Silas passa svelto in rassegna le credenze in cerca del coltello affilato che usa per gli animali pi grandi. Placher ogni loro paura, risponder alle loro domande. E se quel farabutto  a caccia di guai... be', avr ci che si merita.
- Che c'? - chiede Silas schiudendo la porta.
Ma con sua grande sorpresa, la Madama non  in compagnia di uno dei suoi farabutti, bens di uno sbirro bello alto, vestito con un lungo pastrano blu scuro e un cappello di cuoio lucido. Al girovita porta un manganello, una lanterna e un sonaglio. L'argento di fibbie e distintivi luccica come sgombri nell'acqua.
Silas sente il coltello sfuggirgli di mano, e cerca di infilarlo al sicuro dietro i pantaloni.
- Scusate il disturbo, signore, - dice l'agente di polizia, e gli occhi della Madama si assottigliano come quelli di un serpente.
- Bastardo! So che sei stato tu... - dice quasi lanciandosi su di lui, ma lo sbirro la trattiene con la mano.
- Vi prego, signora... controllatevi.
- A fare che cosa? - chiede Silas, sforzandosi di dare leggerezza alla voce. - Se posso contribuire a qualche indagine in corso, non esitate a chiedere...
La bocca dell'agente si muove sotto i baffi folti che la coprono, e in un primo momento Silas riesce a coglierne solo i movimenti, come il guizzo di un piccolo mammifero che si dimeni sul suo tavolo da lavoro...
- Come? - chiede battendo le palpebre.
- Vi ho chiesto se conoscete Jane Simmond?
- Bluebell, - interviene rabbiosa la Madama. - Bluebell. Certo che la conoscevi, lurido...
- La conoscevo come la conoscevano altri avventori della taverna. Spesso svolgeva l i suoi... affari.
Dal modo in cui il poliziotto tamburella il piede Silas capisce che ha gi perso la pazienza con la Madama, e non vede l'ora di sbarazzarsi di quell'isterica. Silas sa cosa deve fare. Deve parlargli da uomo a uomo.
- Non la conoscevo di persona, ma solo di vista, - continua Silas. - Era maleducata. Ho sentito dire della sua morte, ma francamente non ci pensavo pi -. Atteggia il viso in un'espressione perplessa. - Ammetto, per, di non averci trovato nulla di sospetto... ho sentito dire che era sbronza di gin, o stordita dai fumi dell'oppio, ed  scivolata... Quindi non capisco cosa vi porti qui.
Il poliziotto annuisce. -  quello che pensavamo anche noi ma... - indica con un cenno la Madama.
- So che sei stato tu, - sbotta la donna. - Lo so per certo, e non mi arrender finch...
Silas fa spallucce, finge di essere sorpreso. - Proprio non capisco, se la sua morte  stata un incidente, perch mai dovrei esserci di mezzo io.
Il poliziotto gli lancia un'occhiata di scuse. - Sono costretto a chiedervelo: dove eravate quella notte?
- Ero qui, immagino, - dice Silas, incrociando i piedi in una posa rilassata, ma gli trema la gamba e sente caldo. Il coltello sta scivolando di nuovo, e non vede l'ora di sbarazzarsi di queste persone...
Allora la sente, un mugolio sommesso, insistente.
Una fitta al cuore. Si muore di spavento anche per molto meno. Devono assolutamente andarsene, deve portarli via da qui...
- Signore? - chiede il poliziotto, scrutandolo pi da vicino. Silas finge un sorriso.
- Chiedo scusa. Io non ho...
- Vi ho chiesto cosa  successo quel pomeriggio quando avete litigato. Raccontatemi cosa avete fatto dal vostro arrivo al Dolphin e poi anche in seguito.
 andato nei bassifondi, dove c'era quella ragazza finta con i capelli finti, e poi  tornato al Dolphin, e da l nient'altro finch non  andato ad aspettare in Colville Place. Altri ricordi: Louis e Iris avvinghiati l'uno all'altra... l'aroma del profumo di Bluebell. Deve tenersi in equilibrio sullo stipite della porta. Ma non deve pensarci. Deve solo impedire a questi due di sentire i mugolii di Iris.
- Cosa avete fatto quel pomeriggio? - lo pungola il poliziotto.
- Sono andato al Dolphin, e lei  stata alquanto scortese, devo ammettere, - dice Silas, e sente le parole uscirgli di bocca, e gli sembra impossibile che siano cos fluide, cos convincenti, cos misurate, mentre nella sua testa c' la confusione pi totale. - Ma do la colpa al fatto che aveva alzato il gomito. Sedeva sguaiata, c'era un gentiluomo con lei. Un tipo anziano. Non gli ho dato troppa importanza, davvero. Ho fatto notare alla nostra qui presente Madama...
La donna gli rivolge un ghigno.
- Che mi sembrava un po' troppo alticcia di gin...
- Era furibondo! Fremeva dalla rabbia...
Il poliziotto alza la mano e la zittisce, mentre Silas continua a parlare. Se riempie il vuoto di parole, il loro suono camuffer gli strilli che si sente rimbombare dentro...
- Dopodich... be', sono tornato qui.
- C'era qualcuno con voi? - chiede l'agente.
- Vivo da solo. Non sospetterete certo di me?
L'agente lo interrompe. - Che diavolo  questo rumore?
- Quale rumore? - chiede Silas, e lo pervade il gelo. Si schiarisce la gola improvvisamente secca.
- Questo suono. Lo sentite anche voi, no?
- Ah, quello. Mi manda al manicomio, - dice. - I mocciosi che abitano qua dietro... - dice indicando la casupola fatiscente alle sue spalle, dove non si vede anima viva da settimane - ... tengono un gattino in gabbia. Una crudelt davvero sconvolgente.
- Capisco, - dice il poliziotto alzando le spalle. - Piccoli mascalzoni.
E quando passa a chiacchierare del pi e del meno e del grave problema degli alloggi a Londra, a Silas non sembra vero che il poliziotto abbia del tutto abbandonato la pista che lo legava a Bluebell, e che abbia subito abboccato alla bugia sulle grida di Iris. Il poliziotto gli crede e non trova nulla di sospetto in lui.
- C' dell'altro? - chiede Silas, desideroso di concludere quanto prima la conversazione, e poi: - Sono certo che la cosa vi addolori, Madama. So che non siamo mai andati troppo d'accordo, ma trascinarmi in questa brutta situazione, quando  ovvio che si tratta solo di un tragico incidente...
- Bastardo! Sei... - e la Madama gli si scaglia contro, gli mette le mani sui capelli, lo prende a pizzichi e a graffi, e Silas non reagisce, sopporta immobile la sua furia finch sente il poliziotto allontanarla di peso e rimproverarla.
- Ora basta, signora...
- Non la biasimo, - dice Silas. -  tutta colpa del gin. Pu giocare brutti scherzi al cervello, quando se ne beve troppo.
Il poliziotto risponde con un cenno eloquente e aggiunge: - Basta cos, signora... e grazie per averci permesso di disturbarvi... - e dopo aver chiuso la porta, Silas vi si appoggia con la schiena e il fiato corto.


Guigemar

Caro Guigemar,
la nostra relazione amorosa si  guastata. Ho ben poco da dire se non addio. Non dovete preoccuparvi per me. Vi chiedo solo di non provare a cercarmi o di mettervi in contatto con me.
Saluti,
Iris


Bestia

Iris chiude gli occhi. Il pavimento  freddo a contatto con il viso, nell'agitazione ha fatto di nuovo cadere la sedia. Si  capovolto anche il secchio. Una parte del contenuto si  riversata a terra, una parte le impregna l'abito.  tutto inutile. Non serve a niente. Ci ha provato con tutte le sue forze. Ci ha provato e riprovato, ha fatto uscire dai polmoni un profondo verso gutturale che il bavaglio ha smorzato... ha urlato e urlato, battendo la sedia sul pavimento pi e pi volte. Ha sentito le grida di una donna - lontane, ma udibili - e la vibrazione della porta richiusa.
E adesso sente i passi di Silas sul soffitto.
L'oggetto pesante viene spostato, la porta della botola si apre. Iris batte le palpebre davanti al bagliore improvviso della lampada. Avverte il suo stesso odore. Piscio e sudore. Ne  disgustata. Ricorda di quando si lavava ogni mattina con il secchio, strizzando la spugna imbevuta d'acqua riscaldata con il carbone e facendola gocciolare sotto le braccia, tra le gambe.
- Scrivetemi la lettera, - le dice, dopo che l'ha messa a sedere di nuovo dritta sulla sedia e le ha tolto il bavaglio.  agitato, i pugni sono bianchi tanto li tiene stretti. Ad ogni modo  l, il che  gi qualcosa. Dev'essere passato un giorno dall'ultima volta che  sceso. Iris ha la gola arsa per la sete, lo stomaco reclama rumorosamente del cibo. Sente la lingua pesante in bocca.
Pensa: La mano di Silas sulla mia clavicola...
Pensa: I topi che sgambettano sul pavimento...
Pensa: Scappare. Scappare. Scappare. Se scappo trover Louis e gli creder quando dice che mi ama, e abbraccer Rose e pagher perch Albie possa studiare...
Silas le porge un foglio di carta e una penna. - Tutto quello che dovete fare  scrivergli. Se solo non foste cos disobbediente!
Iris prova a parlare, ma la sete la fa gracidare come una rana. - Io... s, lo far.
- Come? - La guarda con uno scatto fulmineo,  sorpreso e incredulo.
- Scriver la vostra... stramaledetta lettera.
- Mia cara Iris, attenzione a usare certe brutte parole...
Lei digrigna i denti e aggiunge: - Lo far, ma solo se allentate i legacci e mi portate cibo e acqua.
Silas si ferma un istante a riflettere, e lei capisce dal suo ghigno che sta pensando se stuzzicarla o no. Alla fine emette un sospiro e fa come gli ha chiesto, porgendole un piatto di metallo.  fermamente decisa a non guardarlo mentre lecca il liquido opaco, poi prova un odio improvviso per Louis. Dov'? Perch non  arrivato?
Quando Silas le libera il braccio destro dai legacci, sfiorandola con il suo palmo umidiccio, lei grida. Ruota il polso, sente l'articolazione scricchiolare.
Le porge una penna, ma quando Iris prova a scrivere si rende conto di non riuscire a stringere le dita. Sospira, poi in un attacco di rabbia la scaglia contro il muro.
- Shhh, shhh, - prova a tranquillizzarla Silas raccogliendo la penna da terra. -  o non  infinita, la mia pazienza? Fate con calma.
E poi recita le parole che lei deve scrivere, le bugie che devono sgorgare dal pennino.
Quando ha finito, lui le strappa il foglio di mano.
Iris spera che l'accenno a Guigemar sia sufficiente. Lei lo chiama cos per gioco, e dunque Louis ne rimarr come minimo sorpreso, interdetto. In quel modo, spera Iris, capir che si tratta di un indizio per fargli sapere che lei  in trappola come la regina del dipinto, e che lui deve salvarla.  la sua unica occasione, una scommessa. E se invece lui credesse alla lettera? Se credesse che davvero non vuole pi saperne di lui?
Iris tossisce e sente una fitta nel petto. Questa stanza umida, con il suo soffitto gocciolante e le pareti ammuffite... quanto desidera scappare, liberarsi, correre, vedere la luce del sole e la verde distesa di Hyde Park...
- Ca... ro... - legge Silas, e poi si ferma. Scruta la lettera pi da vicino. Strattona la carta, stropicciandogliela davanti al viso. Iris sussulta.
- Che cos' questo? - chiede. - Gu... Guig-e-mar?
-  il nome con cui chiamo Louis. Se scrivessi Louis capirebbe che non sono io.
- Mi state mentendo.
- Non  vero, - insiste Iris. - Non sto mentendo.  cos che lo chiamo... Guigemar.  il nome che uso...
- Mi state mentendo, - ripete, ora urlando. Appallottola il foglio. - Siete una bugiarda. Una piccola bugiarda. Non siete altro che una bestia schifosa, un animale. Volevo soltanto amarvi e ho cercato di...
- Io sarei un animale? Io? - grida Iris, con una rabbia pari a quella che lui sta provando. - Non sono io il mostro che mi ha rinchiusa qui, che mi ha ingannata...
- Voi volevate che io...
- Io volevo che cosa? Siete un povero illuso... un uomo malvagio e illuso! Vi odio. Vi odio con tutta me stessa, con tutto il fiato che mi resta in gola. Siete ridicolo. Non c' da meravigliarsi se non avete nessuno accanto, se siete completamente solo...
- Silenzio! - urla Silas.
-  per questo che vostra madre vi disprezzava. Sapeva della vostra anima cattiva e perversa... - Le parole le escono di bocca senza freni, come un'onda nera di veleno che ha dovuto tenersi dentro per... quanto tempo? Una settimana? Due? Solo qualche giorno? E dov' Louis? Perch non arriva?
- Silenzio! - tuona lui di nuovo, e allora lo vede armeggiare con la mano nella tasca, e sa cosa sta per arrivare: il bavaglio. Non lo vuole, eppure continua a sputare parole: sa che dovrebbe restare in silenzio, perch ha paura di lui, ma la sua rabbia ha rotto gli argini.
- Non vi amer mai. Non far altro che odiarvi... odiarvi pi di quanto vi abbia mai odiato vostra madre! - Si schiarisce la gola, raccoglie in bocca un grumo di catarro, inarca il collo all'indietro e poi glielo sputa in faccia, godendosi lo spettacolo di quella sostanza viscida che gli scivola sul viso.
Allora lui spinge la sedia, la fa cadere a terra, e le mette le mani intorno al collo. Lei prova a sbuffare, a gridare, a gemere, ma non ci riesce. L'unico suono che fa  quello di un gatto strozzato.


Occhi di vetro

Sono passati due giorni da quando Silas  sceso a vedere Iris. Si  svegliato come da un sogno a occhi aperti - le proprie dita strette intorno alla gola di lei, i versi strozzati di chi cerca di respirare - ed  arretrato sconvolto. Ha raddrizzato la sedia, mentre il fiato corto e ansimante di lei gli risuonava nelle orecchie come un rimprovero. - Scusate, scusate, - farfuglia, - ma non dovevate... non dovevate farmi arrabbiare... - Allora lei ha avuto un conato di vomito, e lui ha raccolto con lo straccio la sostanza gialla e filamentosa, con aria mite e compassionevole. - Ecco, ecco, vedete quanto ci tengo a voi? - ha detto, e poi l'ha imbavagliata di nuovo e si  allontanato barcollando su per la scala. Gli occhi di Iris erano spalancati, iniettati di sangue, guizzavano in ogni direzione. E i suoi gemiti, poi! Silas ha infilato la lettera in fondo al cassetto della credenza, deciso a non rivederla mai pi.
Ma Silas non ha dimenticato lo sguardo e i versi che lei gli ha lanciato. Sono stati sufficienti a tenerlo lontano per due giorni. E poi ha avuto da fare: passare in rassegna i giornali ogni mattina, cercare di rintracciare Albie, preparare il topo. Perch sta lavorando su quello, adesso, sta imbottendo la testa di ovatta, sta infilando due perline nere al posto degli occhi, sta aggiustando il tessuto intorno alle pieghe del corpo.
Il lavoro lo calma. Di l a poco il topo comincia a riempirsi, ad assomigliare a quello che era quando  stato prelevato dalla trappola.
Cerca di non pensare a Bluebell. Le indagini non sono andate oltre, non ci sono stati articoli sul giornale. Dopotutto non hanno prove contro di lui, a parte i folli sospetti di un'isterica. La Madama deve aver avuto un boccone bello grosso da offrire, per far abboccare il poliziotto all'amo - chiss, forse era uno dei clienti meno assennati del Dolphin - e convincerlo a superare il palese scetticismo che trasudava da ogni sua occhiata. Il poliziotto di certo non faceva sul serio, quando lo ha interrogato. Se davvero avessero sospettato di Silas, avrebbero messo a soqquadro il negozio, l'avrebbero trascinato in prigione.
Silas mantiene la concentrazione, infilando il filo metallico fin gi nella coda.  sicuro che non sentir pi parlare di Bluebell. Ma cosa sarebbe successo se il poliziotto non avesse creduto alla sua storia del gattino in gabbia? Se avesse preteso di entrare, avesse visto il coltello che Silas nascondeva dietro la schiena, e l'avesse trovata nello scantinato? Silas  stato molto attento a non lasciare tracce, a cancellare ogni sua impronta, ma basta uno stupido errore, una voce insistente alla porta, perch tutto vada in malora. E poi tra poco Louis torner e non trover la sua Iris!
Si asciuga la fronte e mette il topo in posizione eretta. Non  tra i suoi lavori migliori, ad ogni modo prova a ricucire l'incisione. Le sue mani, per, sembrano non rispondere ai comandi, e infila l'ago troppo in profondit nella pelliccia, imbastendo punti irregolari e scomposti. Sospira. Che gli succede? Di solito ogni esemplare  migliore di quello precedente.
Per addolcire la brutta piega che hanno preso i suoi pensieri, per convincersi che  solo troppo severo con se stesso riguardo alle proprie abilit, corre di sopra a vedere i topi in bella mostra sullo scaffale. Li conta: tredici. Una dozzina pi uno. Prende in mano la creaturina pi recente, pelo marrone con piuma rosa. Studia da vicino la cucitura, ammira l'elegante zigzag dei punti. Con che cura  stato confezionato! E poi il primo che abbia mai imbottito: pi piccolo degli altri, con in mano un piattino e il ciuffo di pelo rosso incollato sulla testa.  un lavoro degli inizi, quando era ancora inesperto, e il corpo fa un po' di borsa, la testa  troppo imbottita e il pelo troppo tirato.
Forse il suo nuovo topo non  poi cos male come pensava. Torna al tavolo da lavoro e lo prende:  davvero tutto sbagliato. Il fil di ferro non  arrivato in fondo alle zampe, e l'imbottitura  distribuita in modo irregolare. Salire al piano di sopra non  servito a calmare il tumulto dei suoi pensieri.
Bugiardo, uomo malvagio, Silas il Guardone, postura sbilenca: tutte queste persone non hanno fatto altro che canzonarlo, odiarlo, umiliarlo... sbatte il pugno sul tavolo, tira via la sedia con uno strattone e decide di scendere a trovarla.


Panino all'uvetta

Mani sulla clavicola, fiato sul collo... Louis? Silas? O semplicemente la sua immaginazione? Louis le si para davanti, un disperato miraggio... i capelli che si arricciano intorno alla nuca, il suo sorriso. Le dice che Guinevere le ha costruito un palazzo, e la guida attraverso la casa fino a uno studio luminosissimo, con pareti fatte di migliaia di pannelli di vetro, una pedana rialzata per ospitare comodamente i suoi modelli... ma poi il pavimento le cede sotto i piedi e si ritrova nel buio pi nero, e il viso di Louis si trasforma in quello di Silas... lo supplica di tornare, di non lasciarla, ma  troppo tardi. Una mano le artiglia la clavicola, ed  la mano di marmo del British Museum, con le sue avide dita di pietra...
- Louis, - gracchia. - Mio caro... mio adorato -. E poi, - Acqua -. Il bicchiere  umido sulle sue labbra. Iris beve, beve. L'acqua le scorre sul vestito, la gela. C' anche un panino all'uvetta, lucido di glassa, che Silas divide in pezzetti pi piccoli per imboccarla.
- Ancora, - dice lei, anche se le si chiude lo stomaco, perch non sa per quanto tempo la far aspettare la prossima volta. E se smettesse di andare da lei, se la lasciasse morire di fame? E se venisse rinchiuso da qualche parte, se venisse ucciso? Nessuno saprebbe che lei  intrappolata laggi. - Ancora...
Un altro panino, mangiato avidamente.
- Ero cos solo, prima che voi arrivaste, - dice Silas, e le rimbomba la testa.
- Lasciatemi andare, vi prego, - dice. Ha perso il conto di tutte le volte che ha pronunciato quelle parole. - Lasciatemi andare, vi prego. Non racconter di voi a nessuno... far finta di essere stata via...
- Bugiarda, - le dice, ma dalla voce non sembra risentito.
- Vi prego, - lo supplica, e le lacrime scendono oltre il naso e il mento. - Vi prego, Silas. Sono una ragazza, una persona come voi, non un esemplare o un animale... vi prego.
- Volevo che foste mia amica, - dice lui. - Lo volevo tanto, e voi mi avete ignorato.
- Mi dispiace, - dice Iris nonostante i singhiozzi e la tosse che la scuote. Si sente il corpo madido di febbre. Deve tenerselo vicino, fare in modo che la vada a trovare presto con altro cibo e altra acqua. - Voi siete mio amico. Lo siete, non  vero?
- Non vi credo.
- Sto dicendo la verit, - insiste lei, e poi: - Mi lascerete mai andare? Ditemelo.
Silenzio.
- Verrei a trovarvi... sarei comunque vostra amica. Potremmo andare a vedere la Grande Esposizione insieme...
- Ma prima non l'avete fatto.
- Per adesso vi conosco! So chi siete... se solo mi lasciaste andare, capireste che anch'io volevo esservi amica, davvero, vedreste che... - Continua a balbettare, le parole che si fanno eco l'una con l'altra, che si ripetono all'infinito, amica, amica, amica, mentre lui se ne sta seduto l, stringendosi fra le braccia.
- Raccontatemi di voi, - le dice.
- Vi racconter la prossima volta, - risponde Iris. Per favore, fa' che ci sia una prossima volta. - Se mi portate un pasticcio caldo con un po' di latte e del brodo di manzo...
Le sue parole vengono interrotte dal sibilo di un campanello nell'angolo della stanza. Silas balza in piedi.
Iris comincia a urlare, ma la sua gola gracida e il suono che ne esce  ruvido, stentato, ben lontano dai nitidi acuti di qualche giorno fa. Prima che possa incamerare altra aria, Silas ha gi preso il fazzoletto intriso di quello strano liquido e glielo preme sul viso.
Iris arretra e poi lo colpisce con la testa, cercando di liberarsi, di alzare la voce nonostante il tessuto che le chiude la bocca e il naso.
Il campanello suona di nuovo, lei si divincola, lotta con tutte le sue forze.
Resta sveglia, Iris, si dice. Non lasciare che il mondo si spenga. Questa  un'altra occasione - un altro barlume di speranza. Non lasciare che il mondo si spenga - il boato della folla al matrimonio della regina Vittoria - il crine del materasso - il bambino sotto le ruote del carro e l'angoscia della sorella - un tocco di colore sulla tela - una pennellata, sottile come un ago - l'iris che Rose le ha portato - l'incavo sotto la spalla di Louis, scolpito apposta perch lei possa posarci la testa - Louis Louis Louis Louis...


Scampanellio

Il suono del campanello ha svegliato Silas di soprassalto dai suoi sogni a occhi aperti. Per un istante ha creduto alle parole di Iris, si  fidato della sua dichiarazione di volergli essere amica, di essere gi sua amica, e ha sinceramente accarezzato l'idea di liberarla. Potrebbe, dopo tutto. Potrebbe crogiolarsi nella consapevolezza della propria magnanimit e della gratitudine di Iris nei suoi confronti. Con il tempo, potrebbe essere lei a consolarlo portandogli del cibo, a fargli compagnia mentre lui lavora sui suoi esemplari. Potrebbe addirittura riaprire il negozio, perch tra non molto il proprietario vorr riscuotere gli affitti arretrati, e allora cosa succeder?
Ma quando lei ha riempito di urla lo scantinato, Silas ha capito che stava solo fingendo. Se la lasciasse andare chiamerebbe di certo la polizia, e tutto verrebbe allo scoperto.
La fissa per un istante, la testa china in avanti. Il campanello squilla di nuovo, con pi insistenza, accompagnato da colpi ripetuti alla porta. Se si tratta nuovamente della Madama e dello sbirro, e se irrompono in casa prima che lui abbia avuto modo di lasciare Iris, vedranno la botola aperta... e le sue mani perdono la presa sui pioli della scala nell'impazienza di risalire in negozio. Sposta di peso la vetrina sopra l'apertura dello scantinato, si affretta ad aprire la serratura della porta d'ingresso. Dev'essere per forza la Madama. Non c' nessuno pi insistente di lei.
- Che succede? - chiede Silas.
Ma non c' la Madama sulla soglia.
 quel bastardo, Louis. Accanto a lui c' Rose, orrenda quanto una scrofa brufolosa e livida.
Silas  colto di sorpresa, si prepara a ricevere un pugno, a rassegnarsi alla fine.
Invece l'uomo non lo scaraventa lontano, non si precipita nel negozio per correre gi da Iris. Silas si tiene forte allo stipite della porta. Significa che Louis non sa nulla: se sapesse non si porterebbe forse dietro il poliziotto, o almeno qualcuno dei suoi amici, decisi a farsi giustizia da soli? Silas deve comportarsi come se niente fosse, senza cercare di evitarlo e senza sollevare in lui il bench minimo sospetto. Prova a storcere la bocca in un sorriso, ma gli riesce solo una smorfia che scopre i denti quasi in un ghigno.
- Posso... esservi utile in qualche modo? - chiede Silas. La sua voce  incerta, quella giovialit forzata lo fa tentennare. Quanto tempo gli resta prima che Iris si risvegli dal torpore del cloroformio? Cinque minuti? Se Louis la sente mugolare e dimenarsi, di certo non si accontenter della storia del gattino... Il cuore gli balza in petto, come un canarino che sbatte contro le sbarre della sua gabbia. - Siete qui per un altro esemplare? Magari un'altra colomba, o un gatto?
 convinto che gli si legga in faccia il senso di colpa.
- Dov' Iris? - chiede Louis, e Rose lo guarda di traverso con l'occhio buono.
Silas arretra, ma ricorda che loro non sanno nulla. I loro sospetti non hanno alcun fondamento.
- Come avete detto, scusate? - dice Silas.
-  qui? - insiste Louis. - La tenete qui?
- Ha detto a Louis che l'avete stretta per il polso, - interviene Rose. - E poi siete andato al suo pensionato, e adesso se ne  andata senza lasciare traccia. Dov'?
Se ne  andata. Non  stata rapita o  scomparsa. Silas conserva gelosamente il vantaggio che gli deriva da ci che credono sia accaduto, eppure fatica a respirare. - Oh,  dentro, certamente: sta prendendo il t, - dice, combattendo contro la paura che gli si sta insinuando dentro. Esplode in una risata falsa.
Louis guarda da una parte e dall'altra. Si passa la mano sui riccioli, e Silas rimpiange di non avere con s uno stiletto, di non poter spingere Louis contro il muro e fargli esalare gli ultimi respiri. Che stupido, che povero ingenuo!
- Potete entrare liberamente, - dice Silas, - anche se mi domando cosa vi aspettiate di trovare.
Lancia una rapida occhiata alle sue spalle, vede il coltello sulla credenza dove l'ha lasciato.
Louis scruta avanti a s nel buio del locale, quasi con la paura che varcare quella soglia possa segnare l'inizio di una precipitosa follia. Silas si aspetta che rifiuti l'invito, invece Louis risponde, - Be', se non avete niente in contrario... - e si fa largo per entrare, seguito da Rose.
- Avanti, allora... perch non cercate anche nei cassetti dello scrittoio? - dice Silas, soccombendo al panico che lo schiaccia. - Venite fuori, mia cara!
Si infila di nascosto il coltello in tasca.
Louis non dice nulla, sbircia tra gli oggetti esposti e poi - che indecenza - comincia a salire le scale che portano alla camera di Silas.
- Mi sembra che ora stiate andando ben oltre... - ma Louis lo ignora. La povera sfigurata gli lancia un'occhiataccia, e Silas si ritrova suo malgrado attratto da una cicatrice che le deturpa il viso, domandandosi se la pelle conserverebbe ancora tutti quei segni, se le venisse tirata via dal cranio e venisse tesa per bene.
- Che intendete dire, che se ne  andata? - chiede Silas, e gli balena in mente un pensiero. D le spalle a Rose e armeggia in un cassetto, strappa un pezzo di carta e se lo mette in tasca.
-  andata via, - risponde Louis. - Non ha lasciato detto nulla, non ha lasciato biglietti, niente di niente -. Silas  contento di vederlo scendere nuovamente di sotto con un'espressione di imbarazzato disagio sul viso.
- Allora non si nascondeva sotto il mio letto, visto?
- Non  affatto divertente, - interviene Rose in tono brusco. - Mia sorella  scomparsa e la troveremo. Non  da lei...
-  tutt'altro che divertente, maledizione a voi, - esplode Louis, sul viso un pallore pi intenso del solito. - Se pensate di poter scherzare su questa cosa, dopo che... Albie mi aveva messo in guardia sul vostro conto... e Iris... l'avete aggredita, turbata. E poi solo dopo qualche settimana l'avete avvicinata, e quando io torno da Edimburgo scopro che  sparita... e non  assolutamente da lei comportarsi cos.
Silas ricorda il bacio rifiutato, quell'ultimo, definitivo segno di ostilit mentre la vettura di Louis si allontanava cigolando sulla strada sterrata.
- Magari lo ha fatto per qualche motivo? Un litigio, forse?
- Non c'entra assolutamente nulla, - risponde Louis, ma Silas coglie il tremore della sua voce. - E poi Albie... mi ha detto che la stavate sorvegliando...
- Albie? - chiede Silas, e si tira una ciocca di capelli. Albie il buono a nulla, l'impostore: basterebbe che lui fiatasse per tradirlo, per rovinare tutto quanto.  possibile che Albie abbia confidato ci che sa a Louis, possibile che abbia messo a repentaglio sua sorella?
- Albie  stato ucciso, - dice Louis quasi senza espressione.
- Ucciso? - ripete Silas.
- Da un carro. Sua sorella  venuta da me a dirmelo. L'ho assunta come domestica, e mi ha raccontato tutto dell'odio che Albie nutriva per voi...
Quel miserabile mascalzone: tradirlo cos quando invece Silas gli ha dimostrato nient'altro che gentilezza! Ma ora non deve pensarci: deve concentrare tutti i suoi sforzi per mandarli via dal negozio. Deve mettere in atto il suo piano, per quanto impreciso. E se non dovesse funzionare, o nel caso Iris dovesse svegliarsi... Sfiora con il dito la lama del coltello, sottile e affilata a contatto con il pollice. Far leva sul fattore sorpresa, aprir quell'uomo in due come un maiale e taglier a Rose la gola in un istante.
- Sparire fa parte del suo carattere, dopo tutto, - comincia Silas.
- Che cosa ne sapete, voi, del suo carattere? - ribatte brusco Louis.
- Non ve l'ha detto?
- Non mi ha detto che cosa? - Louis avanza di un passo e Rose continua a tenere d'occhio Silas, lo sguardo penetrante come un fanale.
- I fatti privati di una signora... insomma, - dice Silas, con il tono lezioso di chi sta difendendo un segreto. Il cuore batte all'impazzata, non gli lascia scampo. - Be'... sarebbe indelicato da parte mia.
- Come osate, - interviene Louis, ma poi lo lascia parlare.
- Non so proprio come dirvelo... s, insomma, - continua Silas mordendosi il labbro, - eravamo... romanticamente legati. Direi intimamente legati...
- Non  vero... - dice Louis.
- Bugiardo! - interviene Rose. - Me l'avrebbe...
- Oh, Rose. Ve l'ha fatta sotto il naso.
- Siete un uomo malvagio... un mostro...
Silas sente che il suo autocontrollo vacilla. - Quando lavorava all'emporio di Mrs Salter... non sono forse venuto a cercarla? - Per un attimo si stupisce della sua stessa memoria. Certe volte  una nebbia fumosa, altre  nitida e affilata come una punta di spillo. - Ve lo ricordate, no?
- Quando  stato? - chiede Louis rivolgendosi a Rose. - A che cosa si riferisce?
- Io... mi ero arrabbiata con lei. Mi sembra impossibile che mia sorella possa avere a che fare con un individuo marcio e schifoso come lui.
Le dita di Silas stringono il manico del coltello. Ma fissa lo sguardo su una lepre che galleggia dentro uno dei suoi barattoli, fa un respiro profondo...
- Non siamo rimasti legati a lungo,  vero. Io le volevo bene... mi ha invitato all'anteprima privata della mostra alla Royal Academy, mi ha detto che era esposto il suo ritratto... e che cos' questa storia assurda per cui io l'avrei aggredita?
- L'avete stretta per il polso, - dice Louis. - E non volevate lasciarla andare.
Silas sbuffa divertito. - Non ho fatto nulla del genere. Lei mi ha invitato, abbiamo chiacchierato civilmente... a meno che non sia tutta una storia che ha inventato per ottenere la vostra commiserazione, le vostre attenzioni...
- Bugiardo, - dice Louis, ma con voce incrinata. - Non vi credo. Iris... non mentirebbe...
-  stato spiacevole.
- Che cosa le avete fatto? - gli chiede Louis di nuovo.
Silas allunga la mano nella tasca: quanto ancora, prima che Iris si svegli? Devono assolutamente andarsene...
- Nulla... davvero. Non le ho fatto proprio nulla. Ha un brutto vizio... quello di scomparire. Sono certo che non abbiate litigato, ma... se cos fosse, invece. Non ci ha pensato due volte ad abbandonare sua sorella, sbaglio?
- Era una situazione diversa, - interviene timidamente Rose, ma lui le parla sopra.
- E quanto a me, mi ha scaricato con totale indifferenza, come un torsolo di mela. Giudicate voi stessi.
Estrae la lettera dalla tasca, strappata all'altezza dell'intestazione A Guigemar. Silas potrebbe recitarla a memoria.
- La nostra relazione amorosa si  guastata. Ho ben poco da dire se non addio. Non dovete preoccuparvi per me. Vi chiedo solo di non provare a cercarmi o di mettervi in contatto con me. Saluti, Iris.
Louis gli strappa la lettera dalle mani e Rose gli si avvicina alle spalle per guardare.
- Dove l'avete presa? - chiede Louis.
- Me l'ha mandata lei... non  la sua calligrafia, questa?
Allora Louis si copre il viso con la mano. - Buon Dio, non ci credo.
- Non  vero, - dice Rose. - Non so quale trucco abbia escogitato per procurarsela...
- Io... no, non ci credo affatto, - dice Louis, ma sembra svuotato, distrutto. - Non la lascer andare via cos! Non mi arrender...
- Ora, se non vi dispiace, ho delle faccende da sbrigare...
Louis si slancia in avanti con i pugni alzati, ma Rose lo ferma, con una mano delicata che per su di lui ha lo stesso effetto di quella di un peso massimo. Louis cede sfinito, svuotato d'ogni briciolo d'aria, e lascia che Rose lo porti via dal negozio. - Non finisce qui... non avrete voi l'ultima parola... - dice, ma ormai senza mordente.
Silas chiude la porta sbattendola.
Un'improvvisa serie di colpi si abbatte sulla porta.
- Non vi credo... neanche un po'! - grida Louis. - Andr fino in fondo... e se le avete fatto del male, peggio per voi! Io la amo... - e Silas capisce che sta singhiozzando.
- Andiamo. Non serve a nulla, - dice Rose, e la porta trema sotto un ultimo calcio.
Un istante di delizioso silenzio prima che Iris cominci a mugolare di nuovo.


Piccione

Quando Iris e Rose erano bambine, sul marciapiede di fronte a casa loro c'era un venditore di uccelli che aveva l'abitudine di pubblicizzare a gran voce le sue mercanzie. Portava un gil marrone chiaro e un cappello tirato all'indietro, e teneva in mano gabbie di legno con dentro piccioni e verdelli, con piume dipinte nei colori di uccelli esotici.
- Uno scellino per un canarino, due per un pappagallo, - gridava, e Iris restava incantata a guardarlo ogni mattina, ipnotizzata dalle ali appiccicate di quelle creature, i loro deboli versi gracchianti, il modo in cui si atteggiavano, quasi fossero pronti a spiccare il volo, per poi sbattere semplicemente contro i bordi della gabbia.
Non sopportava di vedere quegli uccellini in prigione, e insieme a Rose lo dicevano al venditore, sua sorella con uno sguardo supplice a occhi sgranati, lei invece battendo i piedi e pretendendo che li liberasse. L'uomo le allontanava con un gesto della mano, dava a Iris uno scappellotto e le diceva che come venditrice ambulante sarebbe stata un disastro, se non era disposta a fare di tutto, anche a escogitare espedienti del genere.
- Una  dolce come una fragola, l'altra acida come il ribes, - diceva delle due gemelle.
- Di certo non vi piacerebbe, se ci foste voi, rinchiuso in quella gabbia, - rispondeva Iris risentita.
- Oh, vi prego, liberateli, - supplicava Rose.
Ogni volta che gli passavano davanti, la rabbia di Iris si inaspriva, fino a diventare furente. Un giorno che era in punizione per qualcosa che aveva combinato - forse aveva sporcato il grembiule, o non aveva aperto bocca durante la cena rifiutandosi di mangiare un piatto di verdure lesse, oppure era scoppiata a ridere in chiesa, o si era bruciata le sopracciglia con la candela, solo per curiosit - aveva sussurrato a Rose di intrattenerlo.
- Che cosa hai intenzione di...? - le aveva chiesto sua sorella, guardandola con aria spaventata.
- Tu... distrailo e basta.
Mentre Rose farfugliava di piccioni e chiedeva all'uomo se gli esseri umani potessero imparare a volare, con l'uomo che le rideva in faccia dicendo: - Volare? Gli uomini? Sar pi facile passeggiare sulla Luna! - Iris aveva preso una delle gabbie. Aveva provato a sganciare il lucchetto, ma era ben chiuso. Il venditore stava ancora blaterando, cos Iris aveva deciso di staccare dalla gabbia tre delle sbarre di legno, appena pi spesse di un fiammifero. - Vola, - aveva ordinato al piccione dipinto, che per era rimasto a fissarla con aria perplessa, senza mai smettere di tubare.
- Vai! - l'aveva supplicato scuotendo la gabbia, ma l'uccello non si era mosso.
Allora l'ambulante si era accorto di Iris e stava giusto per acciuffarla quando la bestiola aveva zampettato fuori dalla gabbia, libera.
Iris si era immaginata di vederla librarsi in cielo, un piccione a tinte vivaci che assomigliava a un pavone in miniatura. Si era immaginata di vederlo posarsi accanto ai grigi e spenti esemplari della sua specie, che l'avrebbero accolto estasiati. Non le era passato per la mente che la vernice avesse incollato le penne, impedendogli di spiegare le ali. L'animale barcollava per la strada, allungando il collo in avanti a ogni passo.
- No! - aveva allora esclamato, ma troppo tardi: era stato spappolato dalle ruote di un carretto.
In quel momento si era odiata. Le sue intenzioni erano state buone. Rose piangeva mentre il venditore colpiva Iris con il cuoio della scarpa e reclamava inoltre due scellini dai loro genitori.
Iris non sa cosa l'abbia portata a pensare a questo episodio. Altre immagini e altri pensieri le si affollano in testa.
Louis, il ritmo del suo corpo contro quello di lei mentre sono distesi insieme sul tetto, le sue gonne tirate su intorno alla vita, i suoi pantaloni raccolti alle ginocchia. Lass, alla luce del giorno, ad accoppiarsi sotto il cielo. Senza alcuna vergogna, sfrontati. Il ti amo ti amo ti amo che lui le sussurra all'orecchio.
Non  venuto. Non c' stato alcun salvataggio, Louis non si  precipitato gi dalla scala per scioglierle i legacci. Iris  inerme, all'oscuro di ci che sta accadendo intorno a lei, della liberazione che potrebbe essere solo questione di minuti.
La mia vita  uno sconforto, lui non arriva.
Immagina che Louis la trovi in questa stanza. Sporca, puzzolente, febbricitante e disgustosa, la vera faccia della prigionia: poco pi che un maiale in un trogolo, non certo il viso idealizzato del dipinto, pallido e immacolato, rivolto alla luce.
Brama di sentire il fruscio della botola che si apre, ma non arriva. Sente Silas muoversi di sopra, camminare avanti e indietro, e il suo disinteresse la terrorizza.  importante che lui rimanga agitato e premuroso, che la rassicuri di non avere intenzione di farle del male, che voglia soltanto esserle amico.
Vieni da me, lo implora silenziosamente, parlami. Dammi da mangiare.
Ma quello che intende : Non lasciarmi qui a morire.
Il terrore la assale.
L'uccello.
Le piume incollate.
Ora  lei, quella in gabbia, e non c' nessun bambino che possa spezzare le sbarre.
E allora le balena in mente un pensiero. Un'idea remota.


La Royal Academy

Silas si sveglia dopo mezzogiorno. C' un giornale sul letto. Se Iris non avesse formulato quel falso soprannome, quel Guigemar, sulla lettera, lui non avrebbe notato quella serie di parole nell'angolo in basso a sinistra della pagina.  passato soltanto un giorno dalla visita di Louis, ma lui non ha perso tempo e ha subito messo un annuncio. Forse le insinuazioni di Silas lo hanno provocato a farlo.
Silas prende il giornale, i caratteri di stampa si contorcono fra le sue mani. Da principio ha avuto il suo bel daffare a decifrare le parole, ora per saprebbe recitarle a occhi chiusi.
Mia regina,
non smetter mai di cercarti; ti amo e so che anche tu mi ami, e che il nostro litigio  stato un semplice battibecco. Ti trover e ti sposer, se tu vorrai accettare la mia umile offerta. Scrivimi, ti prego: non posso vivere senza di te.
Il tuo Guigemar
 cos terribilmente sentimentale. Cos poco originale, cos grottesco: Louis non ha alcun senso dell'amore, della pazienza che richiede, della cura, dell'attenta pianificazione... Silas si alza e fissa i topi in costume sullo scaffale. Avverte una certa secchezza in bocca, un dolore profondo, quasi fosse stato spaccato in due come legna da ardere.
Non basta pi un battito di ciglia per allontanare i suoi ricordi. C' il topo operaio. Piccolo, color tabacco, che tiene in mano un piatto.
Quel musetto puntuto  il viso di Flick, imbrattato di polvere d'argilla, segnato dai pugni di suo padre. Quel viso non sorride bens fa una smorfia,  spaventato, con lui che le sta sopra. Bugiardo, gli aveva detto. Bugiardo, e per la fretta di scappare aveva rotto con un calcio il suo prezioso esemplare. L'ariete con le corna ricurve - se lo ricorda come fosse ieri - e l'aveva spaccato in due. Ed era stato quello che aveva scatenato in lui quel turbinio violento di rabbia incandescente e pugni a non finire. Prima di rendersi conto di cosa stava accadendo, Flick era gi sotto di lui che le teneva le mani sul collo, mentre il suo viso si faceva viola, si gonfiava e le labbra si schiudevano in una minuscola o... era stato lui. Aveva partecipato alle sue ricerche, era andato per ben due volte a visitare il suo corpo, sfiorando con le dita la pelle che lentamente diventava livida e putrefatta. Voleva studiare la consistenza delle sue ossa, ma le ricerche lo spaventavano, e una notte l'aveva sepolta nel bosco, con solo uno spicchio di luna e una volpe in fuga come testimoni. Le foglie degli alberi sembravano arricciarsi per l'orrore, i gufi vociavano quel segreto nell'aria, gli scarafaggi si affrettavano a nascondersi.
Posa di nuovo sulla mensola il topo Flick. Accanto c' l'unico topo maschio, vestito con il tipico abbigliamento dello studente di medicina: minuscolo berretto lucido, giacca di flanella e grembiule. Nella zampetta rosa, la creatura stringe un ago a mo' di bisturi.
 Gideon.
Era una notte tempestosa e tormentata dalla pioggia, e Gideon si stava attardando cos tanto all'universit che Silas aveva cominciato a chiedersi se per caso non fosse gi uscito e lui magari non l'avesse visto. Aveva continuato ad aspettare, un coltello in mano e un macigno di rancore nel petto.
Sfiora i topi con le dita e respira fra i denti. Gli torna in mente la Iris del dipinto, la sua aria maestosa, regale.
Si lava per la prima volta in diverse settimane, si sfrega forte le ascelle e i genitali con un panno, coprendo i suoi odori umani con un profumo di pulito. Una volta vestito, prende il bisturi dal cassetto della credenza, quello pi affilato che usa per le prime incisioni sulle sue creature, poi esce di casa.
Si infila nel chiasso dello Strand. Un omnibus sta scaricando orde di operaie e portaborse baffuti, un gregge di funghi che affiorano e si immergono con le loro cuffie e cappelli. La folla gli si apre davanti per farlo passare. Per tutta la vita  stato preso in giro e insultato, e questo l'ha fatto soffrire cos tanto, l'ha reso cos solo.
Attraversa con passo deciso Trafalgar Square, e quando va a urtare un venditore di patate calde, facendogli cadere i tizzoni ardenti che guizzano arancioni e sfrigolano sul marciapiede, non ha il minimo sussulto.
C' un uomo all'ingresso della Royal Academy, ma Silas non si fa fermare. Non prova imbarazzo alla vista di una coppia che sale i gradini a braccetto, non distoglie lo sguardo quando vede una ragazza sussurrare all'orecchio di un uomo. Ha il coltello in tasca - ne sente tutta la promessa fra le dita - e prende una scorciatoia attraverso il dedalo delle sontuose stanze tappezzate di quadri fino a raggiungere la West Room.
Lei  l.
Era cos dolce, allora, cos linda e pura. Quando  stato l l'ultima volta, all'anteprima della mostra, era cos pieno di speranza. Se la sentiva salire dentro, come una mongolfiera carica di desiderio e della certezza che lei lo avrebbe amato. Credeva che sarebbe stato felice per sempre se avesse potuto vederla ogni giorno, stringere la sua clavicola, parlare con lei. Si immaginava il suo viso che lo guardava, felice di quella prigionia, proprio come nel dipinto. Si sarebbe fidato di lei abbastanza da permetterle di muoversi nello scantinato, e avrebbe disposto montagne di cibo ai suoi piedi: calici d'argento pieni di vino, pane appena sfornato, ciotole di porcellana traboccanti di fragole e fichi, e lei sarebbe sempre apparsa cos delicata, impeccabile, i capelli sciolti lungo la schiena, la pelle morbida e immacolata, la gonna dell'abito ben stirata.
Ma il piccolo mondo perfetto che gli era stato promesso si sta rivelando giorno dopo giorno per quello che  veramente. Lei si  dimostrata una bestia schifosa, il bavaglio le ha urticato la pelle, ora livida e ferita. Le sue parole, bieche e scurrili, il suo carattere intollerabile. E come se non bastasse, il poliziotto oppure Louis potrebbero tornare. Potrebbero essere al negozio proprio ora, a cercare di scoprire l'origine delle sue urla, per poi spostare la vetrina delle farfalle e liberarla dalla prigionia. Silas si sfrega il mento.
Scruta pi da vicino il viso della regina, nota l'ombra di una pennellata sul suo viso, una punta di luce nell'occhio, mentre l'interno della bocca  di un verde sgargiante, innaturale. A distanza ravvicinata, il dipinto si rivela per ci che : nient'altro che una falsit. Un inganno, proprio come i finti capelli rossi di quella ragazza al bordello. Lui non sopporta la falsit,  la cosa peggiore di tutte.
Gli trema la mano mentre estrae il coltello. Aspetta che la folla si diradi, che una conversazione particolarmente animata raggiunga l'apice appena dietro l'angolo. Preme la lama al margine della tela.  dura come legno, ma il bisturi  affilato, e con un colpo secco trafigge il tessuto. Il dipinto non  troppo largo, appena la lunghezza del suo braccio.
Con un movimento deciso e uniforme, la lama attraversa la tela per tutta la sua ampiezza. Il suono  rauco. Il colore si sfalda, la trama si sfilaccia. La regina  mozzata all'altezza della vita, la finestra  tagliata in due. Silas sorride, mette via il bisturi, e si gode il lieve trapestio dei suoi passi sul parquet e poi gi sui gradini, attraverso il cortile, e di nuovo nel baccano della strada.


Acqua

Iris non sente le gambe, come se Silas le avesse reciso i tendini del ginocchio. Se lo immagina con in mano un paio di luccicanti forbici chirurgiche. Zac, zac.
Nel momento stesso in cui lo sente uscire di casa, Iris prova con fatica a mettersi in piedi, spinta dal peso della sedia che le grava sulla schiena come una gobba. Il dolore le fa lanciare un grido - i muscoli delle gambe sono rigidi e deboli - e si reclina di nuovo all'indietro.
Ansima soffiando nel bavaglio, e il suo respiro  cos terribilmente fetido, e la pelle del viso cos ruvida, da convincerla a usare tutte le sue forze per provarci di nuovo. Deve scappare, deve respirare aria fresca, sentire l'odore di qualcos'altro che non siano i suoi escrementi, vedere qualcos'altro che non sia quel vuoto tenebroso, e cos al secondo tentativo riesce a far strisciare la sedia fino al muro. Appoggia la testa contro la pietra fredda e umida, si morde forte il labbro per i crampi che le stringono i muscoli.
Sono viva, pensa.
All'inizio si preoccupa di non ferirsi mentre manda a sbattere il bracciolo della sedia contro il muro. La frizione del legno sulla pietra, il cozzare di due materie che si scontrano. Il braccio resta pizzicato, boccheggia, sente un rivolo caldo di sangue. Non le importa. Prova quasi una gioia perversa: pu sopportare di tutto.
Il dolore le trafigge le gambe, le braccia, la testa  intontita da un male lento e pulsante, eppure si scaglia pi e pi volte contro il muro. Le sembra quasi di sentire una leggera incrinatura, ma quando poi prova a ruotare il polso, il legno non cede ancora. Le basta liberare un braccio, e poi potr slegarsi. Solo un braccio...
A volte chiude gli occhi e si dice che  tutto inutile, e allora si sente trascinata via da una corrente invisibile, schiacciata dal peso della sua stessa commiserazione. Non riuscir mai a scappare, non sar mai libera. Tossisce fino a infiammarsi la gola. Il mondo fluttua vorticosamente, e Iris si sente cos male, cos febbricitante, che ha quasi la tentazione di addormentarsi.
Ma resister. S, certo. Deve farlo.
Ha un taglio sul braccio, le bruciano le gambe, e conta il numero di volte che si scaraventa contro il muro. Dodici, tredici, quattordici.
Immagina che braccia e gambe non siano altro che porcellana, che il suo abito stracciato e lercio sia ci che indossa una bambola di ceramica.  agghindata con un rigido vestito in raso di seta orlato di pizzo e i piedi sono neri, con minuscoli bottoni disegnati. Il dolore che prova non  altro che la sbadata puntura dell'ago di Rose mentre imbastisce la veste sopra il corpo di pezza.
- Viva o morta? - chiede a Rose, che nasconde un sorriso.
- Devi sempre fare questo gioco, sorella mia?
- Ha gli occhi un po' velati. Credo che...
Lei ... viva o morta...
Con un grugnito ritrova una forza inaspettata nelle gambe e si scaglia contro il muro un'ultima volta e finalmente, ecco il suono pi meraviglioso di tutti. Lo schianto del legno.
Lo avverte all'istante: l'improvviso allentarsi dei legacci. Il dolore le risale pungente il polso, il braccio, e per un attimo la fatica e l'agonia che prova la atterriscono. Ma riuscire a superare il limite di ci che credeva di poter sopportare le procura conforto. Infila le dita negli altri tre nodi, stiracchia i polsi, le caviglie. Presto prover ad alzarsi in piedi.
Sente Silas sul pavimento al piano di sopra. Il soffitto scricchiola. I suoi passi si fermano sopra la botola.
Se scende, vedr subito il bracciolo rotto della sedia, i legacci sciolti ai suoi piedi, e non ha ancora preparato un piano. Si sente debole, indifesa. La legher di nuovo, persino pi stretta ma in modo diverso, per evitare che si schianti un'altra volta contro il muro, e cos non riuscir mai a scappare.
Sente che il pesante oggetto viene trascinato via, e vorrebbe tanto urlare, imprecare, dare sfogo a tutta la sua rabbia. La botola si apre e i muri dello scantinato si illuminano di un giallo cancrenoso. Ha il braccio scorticato, coperto di sangue. I suoi vestiti sono macchiati e lerci. Sente il clangore della lampada, il fruscio del suo stivale sul piolo, e sa che presto sar l...
Prova a gridargli qualcosa, a imprecare, ma ha la bocca cos arsa che non riesce a formulare le parole. La gola non obbedisce ai suoi comandi. Quasi non riconosce il mostruoso gorgoglio che le risale da dentro...
Non scendere, gli ordina mentalmente. Non scendere...
E poi, quasi stenta a crederci, lui richiude la botola, e i suoi passi si allontanano.
Quando Iris riesce ad alzarsi dalla sedia, le sue gambe vacillano. Ricorda quando aveva cercato di muoversi dopo essere rimasta in posa per un'ora con i piedi sotto il sedere, e di come Louis avesse riso. Aveva barcollato quasi fosse sbronza, per poi lasciarsi cadere sul sof. Ora lui la stringe, la sostiene premurosamente, la puntella mentre a poco a poco carica il peso sulle gambe, una alla volta. Rose le sussurra parole di incoraggiamento. Riprovaci, sorella mia.
La sua unica arma  il bracciolo della sedia. Perlustra il pavimento in cerca di qualsiasi cosa - anche una semplice scheggia di vetro - ma lui  stato fin troppo attento. Allora si ricorda del campanello che ha suonato nell'angolo: potrebbe forse riuscire a tirare via il cavo di ferro? Non sa bene a cosa possa servirle, ma potrebbe comunque diventare qualcosa. Almeno deve provarci.
Fa scorrere le dita lungo il soffitto sassoso dello scantinato, una fila di pietre alla volta. La parete  umida, viscida, e i cristalli le si sgretolano in mano.
Tocca del metallo fresco. Il campanello ha la testa rotonda e un piccolo martelletto all'interno. Si sente sfiorare dalle ragnatele. Armeggia con il campanello e riesce a liberarlo, attenta a non farlo cadere perch farebbe rumore. La parte del martelletto  collegata al cavo di ferro, che per  ben teso e resistente, e non cede. Lo fa scorrere avanti e indietro, come per segarlo, tira con tutte le sue forze, poi scivola e cade. Ci riprova. Sente un tonfo lontano, uno scricchiolio, un sibilo metallico di qualcosa che si srotola e Iris recupera a poco a poco il cavo, sussultando a ogni minimo suono. Ma non c' rumore di passi al piano di sopra, nessun grido. Probabilmente lui dorme o  uscito.
Si chiede di nuovo che cosa fare con quel cavo, ma l'idea di avere qualcos'altro a disposizione, qualora il bracciolo dovesse rompersi, basta a rassicurarla. Potrebbe legarci Silas? Strangolarlo? Questa volta non avr nessuna paura di menomarlo. Quando brandir il pezzo di legno, lo far con tutto il peso del corpo. Si esercita a sferzare l'aria.
Ha solo bisogno che Silas si presenti l sotto.
Iris aspetta, aspetta, e aspetta ancora.
Dorme nella sedia con un unico bracciolo, le palpebre che si abbassano suo malgrado. Prova a conservare le forze stando seduta immobile, ma facendo qualche passo ogni tanto per mantenere i muscoli morbidi, eppure si sente ogni minuto pi debole, e la nebbia si affaccia di nuovo. Sete. Fame.
Non ha mai provato una sete del genere.  una sensazione che la divora, la consuma dentro, le gonfia la testa con il suo dolore acuto. Sogna l'acqua, sogna di intingere il pennello in un barattolo di liquido torbido e poi di berlo tutto d'un fiato...
Batte le palpebre, e prova a concentrarsi sul suo corpo. Sul suo respiro.
 viva.
Perch lui non arriva?
Lecca l'umidit della parete finch lo stomaco  preso dagli spasmi. Non ha niente da vomitare. Le viene in mente di mordersi il braccio e succhiare il sangue, ma non servirebbe a molto, e soprattutto restare aggrappata alla vita sarebbe ancora pi difficile.
Sta nuotando in un lago cristallino, si immerge, apre la bocca e lascia entrare l'acqua fresca. Afferra una pietra, ma  la testa di porcellana di una bambola, macchiata dall'acqua torbida di colore che ha rovesciato. Quando torna a guardare  invece il cranio di una ragazza, il proprio, e di crani  ricoperto interamente il letto del lago. File su file di bambole, file di donne dipinte, file di crani. Morte, morte, tutte morte...
Dov' lui? Quanto le rimane ancora, prima di non avere pi niente dentro?
Ha lottato con tutte le sue forze e ora  distrutta.
Il viso di Louis si profila nel buio, e Iris avverte il suo respiro sul viso.
- Faremmo meglio a entrare, - le dice, sfiorandole l'orecchio.
- Restiamo qui, - dice lei, e lui le versa in bocca il porto scaldato dal sole, fino a farla quasi soffocare. Il vino le macchia il vestito, e lui la bacia e la bacia ancora, finch lei non sente pi nulla.
Il buio  cos morbido e caldo, una coltre di piumino d'oca. Lei se ne lascia avvolgere, si lascia avvolgere da Louis, e finalmente sono di nuovo insieme.


Ago

Silas incolla insieme i minuscoli pezzi di legno. Sono lunghi come quattro fiammiferi. Solleva l'ultimo angolo... ecco: il profilo di un riquadro dorato.
Prende in mano il topo bianco, vestito con un semplice abito blu, cucito con cura. Come molti dei chirurghi di cui ha ascoltato le conversazioni, Silas si destreggia bene sia con l'ago che con il bisturi. Un tempo li ascoltava vantarsi della loro abilit nel rammendare i calzini, di come si esercitassero cucendo i vestiti di bambola delle loro figlie, di quanto fosse ambito il premio annuale di sutura chirurgica.
- Sei o non sei una bellezza, mia regina, - dice rivolto al roditore mentre le accarezza la morbida peluria della testa e la fissa per bene su un supporto. Fa penzolare una mosca dalla cornice a rappresentare la colomba che Iris tenta di afferrare nel dipinto, e la sistema davanti al topo.
Ammira il lavoro finito. Non  perfetto, ma andr bene. In serata lo porter di sopra, insieme agli altri topi.
Da oltre un giorno non sente nessun suono da Iris. Non ci sono stati lamenti n colpi, niente di niente. Il silenzio lo gela e lo rasserena in ugual misura.
E come  tutto immobile, quasi sinistro, senza rumori, senza nessuno con cui parlare! A dire il vero,  un sollievo. Niente latrati, niente pi interminabili strilli, niente pi abili giri di parole che hanno rischiato di convincerlo a liberarla. No:  meglio cos, anche se non era nelle sue intenzioni. Presto potr riportare gi nello scantinato tutti i suoi barattoli e i suoi esemplari.
Spolvera i contenitori a campana, lucida le ossa con un panno unto d'olio, riordina le pelli impagliate. Prende in mano un ritaglio del Lancet, legge di come la clavicola si innesti con le altre ossa, di come si articoli con il manubrio dello sterno e la giuntura sterno-clavicolare. Qualcuno bussa alla porta e Silas chiede: - Chi ?
- Mabel, - risponde qualcuno. - Mi serve una spilla con farfalla per la mia padrona...
Silas apre la porta, e si trova davanti una domestica.
- Il vostro campanello, signore. Dev'essersi rotto. Il cartello fuori dice di bussare e suonare -. Silas guarda dove la giovane sta indicando: c' una rientranza vuota nel muro e l'estremit del campanello  a testa in gi, a terra. Impreca.
- Posso entrare, signore?
Sorride, indossa la sua maschera da commerciante. - Sono stato via, purtroppo, e il negozio  nel caos. Caos totale. Ma se tornate tra un paio di giorni, tutto sar di nuovo a posto com'era.
Quando la giovane se ne va, Silas studia da vicino il campanello. Dev'essere questo caldo improvviso che fa sciogliere i collegamenti. Scender nello scantinato per vedere come sistemarlo.
Spinge via la vetrina dei lepidotteri, illumina la stanza con la lanterna. Iris  riversa in avanti, sulla sedia.
Si preme il fazzoletto sul naso e scende la scala con una mano. Si sforza di non respirare.
Arrivato in fondo, si gira e la vede.
La sua pelle  pi bianca di quanto non lo sia mai stata in vita. Il sudore si  raccolto sul viso, come l'umidit su una cotenna di maiale. Ci ha provato, Silas lo sa. Ci ha provato pi seriamente, ha scalciato pi forte di Bluebell, di Flick, pi di tutti gli altri.
Adora la cascata dei suoi capelli. Ne tira una ciocca fra le dita. Sono morbidi come pelliccia. Oro unito al rame unito al castano. D uno strattone. Sono un tantino arruffati, ma scioglier ogni singolo nodo con la cura di un innamorato.
Gli ricorda di quella prima volpe che ha trovato, la sua pelliccia rossa, la peluria morbida del ventre, bianca come allumina. La forza decisa della mandibola color stucco, e le due file di denti ben serrati. Un tempo era stata un guizzare continuo, ma poi il suo scheletro era diventato poco pi che un ricordo della sua esistenza passata.
 allora che le lacrime gli risalgono in gola, e d sfogo a tutte le emozioni, le preoccupazioni, le paure e l'amore che ha cercato di tenere a bada negli ultimi dieci giorni. Dieci giorni: questo  il tempo che  rimasta con lui! Dieci giorni per intrappolare questo bellissimo topo, questa delizia. Una nuova ondata di singulti, che arrivano da un luogo cupo e profondo del suo essere. Peccato per una cosa di tale bellezza non poter esistere pi a lungo!
- Mi dispiace, - dice, ripetutamente.
Gli occhi di lei sono nascosti dietro la cascata dei capelli, e Silas si copre il viso e piange.


La vetrina delle farfalle

Quando lui le strattona i capelli, lei immagina che stia semplicemente tirando i riccioli di una bambola, cuciti sul cranio usando i capelli rasati a certi contadini della Germania meridionale. Le sue labbra sono rosso carminio. Le sue membra sono fredde, come porcellana. I suoi occhi sono biglie verdi e lucide.  sistemata sulla mensola del negozio di Mrs Salter, fissata con un supporto di metallo perch non cada. Le mani di lui, mani unte, sono solo quelle di un bambino fastidioso che sta tormentando quel giocattolo, ma lei non si muover di una virgola...
A quanto pare Silas non si  accorto del bracciolo mancante, dei legacci allentati, del cavo di ferro che Iris tiene penzoloni in mano. Il suo odore  cambiato,  diventato chimico e pulito. Silas ha lo stesso odore del cassetto di medicine di Mrs Salter, pieno di pillole polverizzate, unguenti e sciroppi, e della loro promessa di giovinezza e salute eterna. Ora Silas profuma di trementina e di pennelli lavati di fresco.
La sua visuale vacilla, sa che la sua unica possibilit  prenderlo alla sprovvista. Deve continuare a fargli credere che sia morta. Eppure  convinta che lui riesca a sentire il rantolo del suo cuore, il suo respiro corto e affannoso.
Quando comincia a singhiozzare, Iris prova un briciolo di compassione che non fa altro che amplificare il suo odio. Lo disprezza con una forza che per poco non la fa urlare, ma sa di dover restare immobile. Non ti muovere, mia regina...
Potrei essere scambiata per il dagherrotipo di una defunta. Se mi prendessero l'immagine non verrei neanche sfocata.
Lui si china e si copre il viso con le mani.
Ma l'aria  densa come fango e quando lei prova a sollevare il braccio, quello non risponde ai comandi. Rimane abbandonato sul fianco, come se appartenesse a qualcun altro, insensibile come se fosse rimasto schiacciato sotto il suo peso per ore, percorso da un lento formicolio. Deve procedere a poco a poco - formare il colore lentamente - giusto uno scatto del dito, poi la torsione del polso.
Louis le siede accanto da un lato, sua sorella dall'altro. Iris immagina di vederli di nuovo, al di fuori della loro tremula presenza tra le mura di quello scantinato, di vederli come sono realmente. Di vederli davvero. Sua sorella, la padrona del negozio, che registra le vendite a matita nel registro contabile, affiancata da un'apprendista; Louis che dipinge accanto a lei, gli angoli della bocca piegati al pensiero di uno scherzo, e la forza delle sue mani mentre allunga pennellate sulla tela... e poi il suo dipinto, approdato alla Royal Academy, a filo di sguardo o poco sotto...
Come una donna a un soffio dall'annegare che tenta gli ultimi scatti verso la superficie, Iris solleva il braccio e il resto  facile. Inarca il corpo e poi sbatte con violenza il bracciolo sulla testa di Silas.  un colpo secco, netto: riesce a sentire la vibrazione del cranio che riverbera fino alla spalla. Il mondo si tinge di sprazzi improvvisi, i graffi ruvidi di una spatola, la brusca violenza di un getto di colore lanciato su un quadro finito. Silas annaspa, si gira, allora lei brandisce di nuovo il pezzo di legno, glielo sbatte dritto in fronte. Il gesto la carica di altro odio, di altra rabbia, fino a farla tremare, a ubriacarla. Allora vede del sangue: una pennellata improvvisa di robbia.
Silas urla selvaggiamente, le sue mani percorrono tentoni il pavimento, cercando di afferrarle le gambe. Lei si allunga a prendere il secchio traboccante dei suoi escrementi e glielo svuota sulla testa. Lui  pericolosamente vicino, e lei lo colpisce di nuovo con il bracciolo mentre il mondo vortica e precipita tutto intorno a lei. Sente lo schianto dell'osso - probabilmente le costole - e il legno che si scheggia. Si tiene in equilibrio appoggiandosi al muro, lo scantinato ondeggia.
I pioli della scala sono davanti a lei, splendidamente freddi. Ma la sua salita  lenta, frenata dalla stanchezza e dalle gonne che le si ammucchiano e le si attorcigliano intorno ai piedi. Il cavo di ferro  avvolto intorno al polso.  solo vedendo il sangue che capisce di essersi tagliata il palmo. Si ferma, il mondo le schiamazza tutto intorno, forme che spuntano dal nulla, le dita non tengono la presa.
Silas sta gemendo, si sta trascinando verso di lei. Iris barcolla, stanchezza e vertigini le fanno perdere l'equilibrio. Questa  la sua ultima occasione, si dice. Vivr: deve vivere.
Riacquista la presa sulla scala e si muove pi lentamente, con pi cautela. Lo sente sotto di lei, ma cerca di non ascoltare. Non deve cadere. Ancora un passo, scalcia via le sottogonne. Poi un altro. E un altro ancora.  per met nel negozio.
Il sole  improvviso, puro. Una lama di luce, cos nitida che le sembra di poterla stringere fra le dita. Socchiude gli occhi per non farsi accecare. Sente in lontananza il ronzio delle vetture sullo Strand. Persone normali che conducono vite normali. Anche l'aria  pi pulita, e gli animali in conserva la guardano attenti dai loro barattoli opachi. Fa per issarsi definitivamente dentro la stanza.
E allora la sente ancora. La sua mano sulla caviglia; si volta e vede la piega unta dei capelli di lui sotto i suoi piedi. Gli d un calcio, ma non basta, e sente che sta per svenire. Il cavo di ferro, si ricorda il cavo, e lo usa per sferzargli le nocche. Un grido, ma non sa da chi sia uscito.
La presa sul piede si allenta.
Le d abbastanza tempo per issarsi sul pavimento del negozio. La luce! Vorrebbe berla, assaporarla fino all'ultima goccia. Ma lo sente ancora troppo vicino, sente i colpi sordi degli stivali che salgono la scala, e allora spinge lo sportello della botola. Si chiude con uno schianto, i profili non combaciano del tutto. Un angolo si sta gi sollevando, la mano di Silas sta spingendo lo sportello verso l'alto. Iris si guarda intorno, ma non ha la forza di spostare la vetrina. Non riesce neppure a stare in piedi; si siede circondata dalla sua stessa gonna sporca e stracciata, il viso irritato dal bavaglio, il braccio pieno di croste per i colpi della sedia contro il muro.
Si avvicina carponi all'altro lato del mobile, vetro e mogano pesante, e vi si appoggia. Lo sente muoversi appena, allora vi si getta a peso morto. Il mobile oscilla, rimane come appeso a un filo, poi si ribalta rovinosamente. Si alza una nuvola di polvere, il legno si spacca, e schegge di vetro e ali di farfalla volano per tutto il negozio.
Solo quando sa di averlo intrappolato, si protende in avanti. Si trascina verso la porta, il mondo intero si piega, si contorce, si sfuma tutto intorno. Ha schegge di vetro nella mano, sangue sulle ginocchia, il vestito lacero. Ruzzola fuori nel vicolo.
Annaspa, riacquista l'equilibrio.
Sente odore di cibo fritto e il tanfo d'uovo marcio del Tamigi, fumo di pipa, fuoco di legna, verdure guaste e mille altre cose. I mucchi di cenere sono secchi e polverosi, la terra smossa dalle carrozze la fa tossire. E in tutto questo il sole splende, facendo capolino tra gli alti edifici.  tutto bellissimo, tutto suo. La pace di un momento di quiete assoluta.
Pensa di essere completamente svuotata.
Eppure.
Eppure procede, avanza incerta. Verso la baraonda fischiante degli impiegati che si affrettano a passo svelto.
E verso lo spettacolo che le si para dinnanzi: potrebbe guardarlo per giorni, per anni, senza stancarsi mai. Il mattone scheggiato di un edificio, il braccio teso di un giovane strillone, la prospettiva sfocata dello Strand, quando sbuca sulla strada. Vorrebbe avere con s cavalletto e colori, e Louis al suo fianco che le mostrasse come usare i colori - il nero di un cappello a cilindro, il verde puro di una carrozza che sfreccia via, e il rosso dei capelli sciolti di una ragazza che corre.


Londra
maggio 1852
Il dipinto

Royal Academy: un commento. Il nostro critico tra i dipinti - estratto della recensione pubblicata in Illustrated London News, 22 maggio 1852
Negli anni passati, ho brandito la mia penna contro la tavolozza della Confraternita preraffaellita, ma quest'anno devo essere meno severo nella mia censura. In effetti, entrando nella East Room, l'occhio  subito attratto da una tela di medie dimensioni posizionata appena al di sotto della linea dello sguardo, un lavoro capace di trasmettere un'emozione cos solenne da farmi indugiare ad ammirarlo per una piacevolissima ora. Sebbene presenti qualche difetto di realizzazione, e non c' dubbio che la giovane artista abbia margini di miglioramento dal punto di vista della tecnica, il suo modo di reagire alla Natura  piacevole.
In comune con l'opera della cosiddetta PRB presenta un uso di colori vivaci, sgargianti, e un interesse per la luce e una uniformit di visione capaci di attribuire pari importanza a ogni singolo oggetto raffigurato. Il problema di questo approccio , naturalmente, la cura minuziosa con cui vengono replicate le piccole cose, mentre le pi grandi ricevono meno attenzione. Un topo che sfugge alla presa di un gatto, un vaso colmo di iris e rose, ancora non del tutto sbocciate, e una bionda domestica seduta nello sfondo che si serve da una ciotola di fragole mentre la sua padrona sta guardando altrove. Questi inutili dettagli nuocciono alla sincera intimit che  il fulcro dell'opera, ovvero gli amanti che si abbracciano. Sono rivolti l'uno verso l'altra come in procinto di scoppiare a ridere, e sono disposti con una tale vivida naturalezza, una tale dolcezza, che la scena non rischia di scadere nel sentimentalismo pi melenso.
Sulla parete si scorge uno specchio convesso, che ritrae una pi ampia dimensione al di fuori dello spazio del dipinto. Bench nell'arte moderna sia uno stratagemma fin troppo usato, qui l'inserimento dello specchio  giustificato in quanto raddoppia i soggetti del quadro. Nel riflesso, una figura quasi identica alla donna al centro del dipinto siede a uno scrittoio, la sua concentrazione interamente assorbita da un registratore di cassa in ottone. La sua figura  ben eseguita, e il suo viso deturpato allude al passaggio del tempo e allo sfiorire della bellezza, mentre la cassa  una moderna bilancia, simbolo del giudizio metafisico e del passare dei giorni.
La domestica dai capelli biondo ghiaccio, dal canto suo, ha il suo doppio nei lineamenti molto somiglianti di un bambino in brache blu, ritratto in una piramide di luce dalla finestra. Ha la mano allungata verso l'osservatore, quasi volesse fargli cenno di seguirlo dentro il dipinto, o forse pi semplicemente per elemosinare una moneta.
Questo semplice ma gremito dipinto forse non trarr ispirazione da un'opera di poesia o da Shakespeare, ma il suo modo curioso e schietto di ritrarre una scena domestica ha lasciato il critico - bench spesso sguaiato furfante e sbeffeggiatore - ricolmo di ammirazione per la naturale bellezza che contiene.
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FINE.
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Nota dell'autrice.
All'epoca in cui si svolge il romanzo, Lizzie usava per il suo cognome la grafia Siddall, ma in seguito Rossetti la convinse a cambiarlo in Siddal perch aveva un suono pi elegante.
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Ringraziamenti.
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Ringrazio:
Maddy: promotrice, motore, amica, e la migliore agente del mondo. Per i t, e poi per le bollicine; per aver creduto in me; per la calma e l'esperienza con cui mi ha guidato. Tutto il personale della Madeleine Milburn Agency: Anna Hogarty, Giles Milburn, Hayley Steed e Alice Sutherland-Hawes.
La mia magnifica editor Sophie Jonathan, che con occhi di falco e riflessioni profonde ha fatto di questo libro ci che : grazie, mille volte grazie. La mia editor dell'edizione americana, Emily Bestler, per i preziosi suggerimenti, i commenti e l'entusiasmo. Sono infinitamente grata a entrambe.
Il personale della Picador, compresa Camilla Elworthy, dea degli addetti stampa, e Paul Baggaley, Lara Borlenghi, Katie Bowden, Gill Fitzgerald-Kelly e Katie Tooke. Il personale della Simon & Schuster negli Stati Uniti, soprattutto Lara Jones e Libby McGuire.
Il mio gruppo del workshop a Londra, gli amici migliori e pi talentuosi che ci siano: Megan Davis, Richard O'Halloran, Sophie Kirkwood, Campaspe Lloyd-Jacob e Tom Watson. Un grazie speciale a Emily Ruth Ford, insostituibile per il suo lavoro di editing, il suo sostegno e la sua amicizia.
Lydia Matthews e Diana Parker, che hanno letto tutto quello che ho scritto negli ultimi dieci anni, e mi hanno incoraggiata nonostante gli intoppi. Lucy Clarke, Alessandra Crawford, Elizabeth Day, Chris McQuitty, Julia Murday, Ed Parry-Smith, Emma Sharp, Nayela Wickramasuriya ed Elizabeth Wignall per avermi guidata e tirata su di morale con i loro discorsi di incoraggiamento, soprattutto nella prima stesura di questo romanzo.  una fortuna potervi avere come amici.
I miei insegnanti di letteratura inglese: Paul Cheetham, Pippa Donald, Rob Harrison, Joe McKee e Betty Thompson. Fiona Stafford, docente al Somerville College, che ha alimentato il mio amore per la narrativa vittoriana e mi ha incoraggiato a scrivere la mia tesi di laurea sul ruolo dell'oggettistica e della chincaglieria nella letteratura inglese degli anni Cinquanta dell'Ottocento, lavoro da cui  scaturito il mio interesse per il collezionismo, per la Confraternita preraffaellita e per la Grande Esposizione.
Coloro che all'University of East Anglia mi hanno sostenuto, incoraggiato, insegnato. I miei docenti Giles Foden, Philip Langeskov, Laura Joyce, Rebecca Stott e soprattutto Joe Dunthorne; e i partecipanti al workshop che hanno letto i primi capitoli di questo romanzo e mi hanno detto di continuare a scrivere.
Le fondazioni Malcolm Bradbury e Ian Watt, le cui borse di studio mi hanno dato il tempo per scrivere. Il Caledonia Novel Award e Wendy Bough, per la meravigliosa notizia arrivata al momento giusto, per avermi presentata al mio agente, e per il sostegno e l'amicizia che ne sono seguiti.
Josh Bennett, Terry Blundell, Dan Reeve e Viktor Wynd per la loro competenza in vari argomenti, dalle romanze medievali alla tassidermia alla pittura a olio. Eventuali errori sono solo responsabilit mia.
E poi grazie:
A ogni membro della mia famiglia. A mia zia Dinah, la migliore compagna di viaggio, capace di dire sempre le cose come stanno. Ai miei fratelli Peter e Hector e a mia sorella Laura, per anni di affetto, lotte e divertimento. A mia nonna e a mio nonno, Enid e Arthur Bourne, che erano gi fieri di me prima ancora che ottenessi qualunque risultato, e che mi hanno insegnato tanto. Vi avevo promesso il mio primo romanzo, e avrei tanto voluto condividere questo con voi. Mi mancate.
A Johnny. Per tutto.
Ai miei genitori, che mi hanno sempre incoraggiato ad andare oltre quello di cui mi credevo capace, che mi hanno abbracciato quando non ce l'ho fatta, e poi mi hanno detto di riprovarci. Per aver letto e amato ogni singola parola che vi ho spedito (anche quelle pi terribili) e per esserci sempre, sempre, stati. Grazie.
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Nota all'edizione italiana.
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Le traduzioni delle citazioni bibliche sono tratte da La Sacra Bibbia. Versione riveduta in testo originale dal prof. Giovanni Luzzi (1925), Libreria Sacre Scritture, Roma 1950.
La traduzione dei versi di Endimione di John Keats  di Viola Papetti (Rizzoli, Milano 1988). Il mercato dei folletti di Christina Rossetti  citato nella traduzione di Marta Fabiani (Il mercato dei folletti e altre poesie, SE, Milano 1986). Le altre citazioni sono tradotte da Giovanna Scocchera.
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FINE.